lunedì 10 agosto 2026

LA VEDOVA IMPORTUNA

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) 
(Invocare)
O Dio, che per le mani alzate del tuo servo Mosè hai dato la vittoria al tuo popolo, guarda la tua Chiesa raccolta in preghiera: fa’ che il nuovo Israele cresca nel servizio del bene e vinca il male che minaccia il mondo, nell’attesa dell’ora in cui farai giustizia ai tuoi eletti che gridano giorno e notte verso di te. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere Mt 18,1-8)
1Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: 2«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. 3In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. 4Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, 5dato che questa vedova mi dà tanto fasti­dio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». 6E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. 7E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? 8Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Nel capitolo 18 del vangelo di Luca, l’autore conclude il lungo insegnamento sulla fede, che aveva iniziato nel capitolo precedente con la richiesta dei discepoli a Gesù “Accresci la nostra fede”. Ma il nostro cammino di fede non dipende da Dio, come pure il farla fruttificare. La fede è la risposta degli uomini al dono d’amore che Dio dà a tutti. Per conservare e maturare nella fede, suggerisce Luca, occorre coltivare la preghiera personale, quotidiana, insistente. Una preghiera che si rivolge ad un padre che sa di cosa hanno bisogno i suoi figli, non rivolta ad un despota da corrompere. La vedova insistente riesce ad ottenere giustizia dal giudice corrotto e noi pensiamo di non ottenere giustizia dal Padre di Gesù Cristo?
Questo brano può farci uscire fuori pista: può essere un insegnamento sulla preghiera come può essere tutt'altra cosa. Una cosa è sicura mira al senso di giustizia in questa nostra società.
Per chiudere, diciamo che il fine di questo brano è la giustizia e il mezzo è la preghiera.
 
Sostare con la Parola (Meditare)
v. 1: Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai. 
Quest’introduzione ha lo scopo di collegare la parabola con la «piccola apocalisse» precedente, suggerendo un comportamento adatto al tempo dell’attesa.
La raccomandazione di “pregare senza stancarsi” appare molte volte nel Nuovo Testamento. Era una caratteristica della spiritualità delle prime comunità cristiane. Ed anche uno dei punti in cui Luca insiste maggiormente, sia nel Vangelo come negli Atti.
È importante capire le sfumature di questo versetto. Luca sottolinea le parole “sulla necessità”. In greco per indicare questa necessità, viene utilizzata la parola dein espressione che in Luca ricorre molte volte e indica abitualmente la passione come passaggio obbligato verso la resurrezione. E infine “senza stancarsi”, cioè quasi a riprendere le braccia alzate di Mosè in preghiera Luca riporta una espressione tipicamente paolina: mē enkakéin che significa “non lasciar cadere le braccia, non scoraggiarsi”. Il «pregare senza stancarsi» evoca allora ben più della stanchezza, rimanda all’abbandono delle armi da parte di un soldato durante il combattimento; dice: pregate senza deporre mai le armi, senza disertare. In realtà la parabola non punta sulla necessità della preghiera, ma sulla fiducia in Dio che, nonostante il ritardo, farà giustizia ai suoi fedeli.
vv. 2-3: In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. 
Qui vengono delineate le caratteristiche dei due protagonisti della parabola: un giudice e una vedova.
Il giudice è descritto in modo breve e incisivo come la figura tipica dell’empio, che non teme Dio e non si cura del suo prossimo. Anche la vedova viene descritta in modo conciso. Il lettore sa che le vedove, insieme agli orfani, rappresentano una categoria indifesa e esposta all’oppressione, perché prive di protezione contro gli sfruttatori e i prepotenti (cf. Es 22,21-23; Is 1,17.23; 9,16; Ger 7,6; 22,3). La protagonista del racconto appartiene a questa categoria, ma non è disposta ad accettare il sopruso di cui è vittima; perciò, si rivolge al giudice per avere giustizia.
In questo atteggiamento insistente abbiamo un esercizio a vivere un’esistenza contrassegnata da quella che i Padri chiamavano «memoria di Dio», di ricordare cioè che Dio è costantemente all’opera nella nostra esistenza e nella storia: questo ci condurrà a familiarizzarci con lui fino a discernere come vivere in modo conforme alla sua volontà.
vv. 4-5: Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fasti­dio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”. 
Il giudice non vorrebbe interessarsi di un caso per lui totalmente insignificante e rimanda a tempo indeterminato il suo intervento. Ma la donna non si rassegna alla situazione e fa ricorso all’unica arma in suo possesso, l’insistenza.
Il giudice è una persona cinica alla quale interessa soltanto il proprio interesse e non i bisogni delle persone. Ma all’insistenza della donna cambia pensiero. L’evangelista usa il termine “importunarmi”. È curioso il termine che adopera l’evangelista, che letteralmente è “a farmi un occhio nero”. Fare un occhio nero non significa tanto che questa vedova al giudice lo colpisca con un pugno, ma fare un occhio nero era un’espressione che significava “danneggiare la reputazione”.
Alla fine, il giudice, se non altro per liberarsi di tale molestia, cede e fa giustizia (ekdikeô) alla donna: ciò che prevale in lui non è il senso del dovere, ma il desiderio di non essere più importunato.
vv. 6-7: E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? 
Qui Gesù propone la sua interpretazione della parabola. Egli richiama l’attenzione dei discepoli non tanto sull’insistenza della donna, a cui sembrava rimandare l’introduzione, ma piuttosto sul giudice.
Nelle sue parole Gesù esprime il pensiero fondamentale della parabola. Se un giudice disonesto per motivi egoistici acconsente alle richieste insistenti di una vedova, quanto più Dio, che è padre buono, ascolterà le grida di implorazione dei suoi eletti. È l’atteggiamento del giudice il punto sul quale Gesù fa leva per illustrare il comportamento di Dio. Egli esprime il suo punto di vista con una domanda: «Ma Dio non farà giustizia per i suoi eletti che gridano a lui giorno e notte?».
In base al metodo rabbinico chiamato “qal wahomer” (ragionamento a fortiori), egli afferma che, se un giudice, per di più empio, alla fine si decide a fare giustizia alla vedova, maggior ragione Dio farà giustizia per i suoi eletti, dal momento che è un Padre premuroso e giusto.
L’espressione «fare giustizia (ekdikêsin)», usata sia per il giudice che per Dio, significa difendere i diritti di una persona, darle ragione, garantirle quello che le spetta. Per gli eletti, anche quando non sono oggetto di persecuzione, ciò significa proclamare pubblicamente, mediante l’attuazione piena del regno, che le loro scelte erano giuste e conformi alla volontà di Dio. Proprio la certezza che ciò avverrà rappresenta il punto saliente della parabola.
C’è ancora una domanda di Gesù: «E tarderà nei loro riguardi?». Egli dice che il tempo dell’attesa sarà breve: Dio farà presto giustizia agli eletti che gridano a lui. Questa idea però non è in sintonia con quanto l’evangelista intende dire nel suo vangelo, e cioè che la venuta finale del regno di Dio non è imminente. Perciò è più conveniente leggere queste parole non come una domanda, ma come una frase concessiva: «Anche se egli ha pazienza (makrothymei) con loro». Questa interpretazione è più verosimile: Gesù esorta gli eletti a non spaventarsi per il fatto che Dio tarda a intervenire. Dio ha pazienza, prende tempo, ma al momento opportuno interverrà.
v. 8: Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? 
Avremo il coraggio di aspettare, di avere pazienza, anche se Dio tarda a risponderci? Gesù conclude rassicurando i suoi discepoli: «Dio farà giustizia con celerità (en tachei)». L’espressione en tachei non significa «con celerità», ma «improvvisamente». In altre parole, il ritardo della parusia è una realtà con cui bisogna fare i conti, nella certezza che Dio, dopo aver lungamente pazientato, interverrà quando meno gli uomini se lo aspettano e farà giustizia ai suoi eletti.
La parte finale del v. 8 che chiude con una domanda è una aggiunta posteriore, che ha lo scopo di inculcare la perseveranza nella fede. Il ritardo della parusia, l’ostilità e le persecuzioni crescenti avevano provocato un raffreddamento nella fede dei credenti. La comunità deve quindi ritornare a un genuino atteggiamento di vigilanza, perché Gesù al suo ritorno non la trovi impreparata. È necessario avere molta fede per continuare a resistere e ad agire, malgrado il fatto di non vedere il risultato. Chi aspetta risultati immediati, si lascerà prendere dallo sgomento.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Pregare sempre: come attuo questo comandamento nella mia vita?
Avverto Dio come un Padre che si prede cura anche di me? Con quanta convinzione e pazienza lo invoco?
Pregare senza stancarsi mai: facile a dirlo… e a farlo? Come vivo la mia preghiera?
Quali fatiche affronto e quali azioni compio per superarle con determinazione?
Quando il Figlio di Dio verrà, ci troverà addormentati, avviliti, riuniti in seduta permanente, oppure svegli, attivi e vigilanti?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?
Il mio aiuto viene dal Signore:
egli ha fatto cielo e terra.
 
Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.
Non si addormenterà, non prenderà sonno
il custode d’Israele.
 
Il Signore è il tuo custode,
il Signore è la tua ombra
e sta alla tua destra.
 
Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte.
Il Signore ti custodirà da ogni male:
egli custodirà la tua vita.
 
Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri,
da ora e per sempre. (Sal 120).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Accogliamo dentro il nostro cuore il sano rimprovero di Gesù, il suo sano realismo, la sua sconcertante provocazione. Conserviamo la fede nelle avversità, non demordiamo, non molliamo, ma continuiamo con costanza la disarmata e disarmante battaglia del Regno. Amen.



immagine: https://www.uachatec.com.mx/evangelio-y-lecturas-de-este-domingo/2/
 

giovedì 9 marzo 2023

PIETRO

Invocare

O Dio, tre volte santo, che hai scelto gli annunciatori della tua parola tra uomini dalle labbra impure, purifica i nostri cuori con il fuoco della tua parola e perdona i nostri peccati con la dolcezza del tuo amore, così che come discepoli seguiamo Gesù, nostro Maestro e Signore.
Egli è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

In ascolto della Parola (Leggere) (Lc 5,1-11)

1Mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, 2vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. 3Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. 4Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: "Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca". 5Simone rispose: "Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti".
6 Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. 7 Allora fecero cenno ai compagni dell'altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. 8 Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: "Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore". 9 Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; 10 così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: "Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini". 11 E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Silenzio meditativo lasciando risuonare nel cuore la Parola di Dio

Per introdurci

Pietro viene rappresentato in tutti i vangeli come l'apostolo che ha un ruolo importante e di guida nel gruppo dei discepoli di Gesù. Nel Vangelo lo incontriamo come un uomo pieno di difetti e debolezze.
Gesù qui lo chiama e gli cambia il nome in "Cefa" che significa "roccia", "saldezza". Infatti, nella Bibbia infatti Dio è spesso definito come roccia che ci sostiene.
Al cambiamento del nome Pietro non corrisponde, dà più l'impressione di una persona non sicura; è generoso, spesso impulsivo, facile ad entusiasmarsi come ad impaurirsi, tradisce il Signore ma subito dopo si pente.
Qui presentiamo, per non dilungarci, una versione della chiamata di Pietro presa dal Vangelo di Luca, che a differenza di Matteo e Marco, Luca introduce la vocazione dei primi discepoli di Gesù (Pietro, Giacomo e Giovanni), solo dopo i miracoli di Cafarnao e aggiunge il racconto della pesca miracolosa che l'evangelista Giovanni presenta dopo la risurrezione (21, 1-11). 
Nel vangelo Pietro s’incontra con la santità divina presente in mezzo agli uomini; e anche lui reagisce con la consapevolezza dolorosa del proprio peccato. Pietro è l'uomo che si rende conto della sua condizione di peccato non di fronte a una manifestazione straordinaria di gloria, ma di fronte a un grande atto di amore.

Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 1: “la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio...”. 
Ci troviamo nei pressi del lago insieme a Gesù. Siamo mescolati con quella folla che circonda Gesù. Ci sta una fame della Parola, una fame che apre nuovi orizzonti; è la risposta all'invito perenne del Padre, che percorre tutta la Scrittura: "Ascolta, Israele!" (Dt 6, 4) e "Se il mio popolo mi ascoltasse!" (Sal 80, 14). È come se la folla dicesse: "Sì, ascolterò che cosa dice Dio, il Signore" (Sal 85, 9). Ma l'ascolto che ci viene indicato e suggerito è completo, non superficiale; è vivo e vivificante, non morto; è ascolto della fede, non dell'incredulità e della durezza di cuore.
“Gesù, stando presso il lago”. 
Gesù sta presso il lago e inizialmente è in piedi cioè nella tipica posizione che assumerà dopo la sua Risurrezione: egli è il Signore in mezzo ai suoi. Matteo e Marco dicono invece: “lungo il mare”. Sembra che lo sguardo sia oltre il mare: ci si prepara per un grande Esodo. Bisogna attraversare il lago. Il punto di arrivo di tale Esodo sarà Gerusalemme, la Croce e la Risurrezione. Si faccia attenzione che Luca a differenza di Matteo e Marco non nomina mai Andrea, perché tutto il racconto si impernia sulla figura di Simone-Pietro capo della futura Chiesa.
vv. 3-4: “Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò”. 
In quest'ascolto della parola il Maestro chiede un favore: mettergli a disposizione la barca della propria vita, della propria esistenza, perché dalla barca lui possa ammaestrare le folle. Gesù scende, si siede, prende dimora in mezzo a noi, si abbassa fino a toccare la nostra terra e da questa piccolezza ci offre il suo insegnamento, la sua Parola di salvezza. Anche Matteo fissa la stessa azione di Gesù all'inizio del suo ministero: "...salì sulla montagna e messosi a sedere" (Mt 5, 1); lo stesso fa Marco: "...là restò seduto" (Mc 4, 3) e anche Gv 6, 3: “Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli”.
In questo suo ammaestrare, Gesù chiede qualche cosa di più, nel senso che chiede un comportamento sulla fiducia basandosi solo sulla sua Parola. 
Nel primo caso Gesù chiedeva semplicemente un servizio, e un servizio per amicizia, per affetto, e per buon cuore lo si può fare. Ma “Prendi il largo e calate le reti per la pesca” vuol dire: accettare di compiere un gesto che umanamente appare, secondo la valutazione di Pietro e degli altri pescatori, inutile, una fatica per niente; e questo lo si può fare solo sulla fiducia. Un tempo Dio aveva detto ad Abramo con la stessa perentorietà: “Esci dalla tua terra” (Gen 12, 1). Gli strumenti per la pesca sono le reti: esse non fanno morire ciò che vi è preso ma lo conservano. Lo traggono dagli abissi tenebrosi alla luce, dal profondo alla superficie.
v. 5: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla”. 
Simone, il pescatore dichiara il suo fallimento. Egli si rimette al lavoro ma ora al servizio della Parola di Gesù e il lavoro rende. Ma deve proprio pescare di giorno? Sì, egli deve capire che non è per la propria forza e volontà che agisce. È di giorno che agisce perché obbediscono al sole, Gesù, che è risorto per rischiarare chi sta nelle tenebre. Gesù è la Parola che opera ciò che dice e in questo caso Simone deve capire che non sono le cause naturali che operano.
Negli Atti degli Apostoli, l’evangelizzatore Filippo deve andare a mezzogiorno su una strada deserta dove non c’è nessuno, ad evangelizzare (At 8, 26). Gli sforzi umani non approdano a nulla senza l’aiuto del Signore. D’ora innanzi è la Parola del Signore a guidare la vita di Simone.
“sulla tua parola getterò le reti”. 
Questa frase è ricca di significato, perché ricca di fede. A quella dimensione di maturazione attraverso la parola del Signore che diventa più importante e determinante nelle scelte di ogni altra prospettiva; in questo caso più importante che l’esperienza professionale dei pescatori. In questa esperienza c'è una obbedienza fattiva alla Parola. Il Signore ci chiede di obbedire a Lui, di obbedire anche quando sembra che l’obbedienza debba rivelarsi inefficace e inutile: non importa, si tratta di obbedire al Signore. E alla fine, riconoscere che quella pesca abbondante che ne è venuta non è frutto del nostro lavoro.
v. 6: “Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano”. Abbiamo qui dei verbi messi al plurale. Però dal racconto cogliamo che è solo Simone l'interpellato, quasi ad indicarci che nella moltitudine il Signore ha una paraola personale per ciascuno di noi. Simone occupa e risponde per noi alla parola del Signore sperimentando il capovolgimento di situazione dopo aver detto “sulla tua parola getterò le reti”: le reti vuote, di giorno, diventano piene. È l’esperienza di chi si abbandona totalmente all’obbedienza. Non è solo Simone, ma sei tu, sono io a doverlo sperimentare.
v. 7: “fecero cenno ai compagni dell'altra barca, che venissero ad aiutarli”. 
Ci sta una fatica da condividere: è la fatica della pesca, della ricerca fruttuosa. Nel vangelo vi è una parola greca “syllabasthai” che noi traduciamo con “aiutarli”. Sarebbe il caso di dargli il suo giusto peso traducendola con “concepirli” perché è proprio la stessa parola che viene usata per dire che Maria “concepì” nel suo grembo il frutto della sua obbedienza. La Parola di Dio riempie Maria, la stessa Parola riempie le barche. Essa è Gesù che attira con sé i molti fratelli alla salvezza.
v. 8: “Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore”. 
Pietro avverte nel suo grande stupore per la prodigiosa pesca la sua realtà di peccatore. Ognuno di noi con lui ci possiamo immedesimare in questo ricordando cosa dice il profeta Isaia: "Io sono perduto perché sono un uomo dalle labbra impure" (Is 6,5). Ed esprime, quindi, quella consapevolezza che è in tutta la Bibbia, e cioè che l’uomo di fronte alla santità di Dio rimane schiacciato, rimane annientato, tanto è diversa questa santità di Dio dalla sua condizione umana, dalla impurità che l’uomo si porta dentro al cuore. E allora “Signore, allontanati da me che sono un peccatore” esprime questo: in qualche modo Pietro ha visto in Gesù di Nazaret la gloria di Dio, la bellezza e lo splendore di Dio. Ed è questo che, dentro un vero percorso spirituale, sempre deve avvenire.
In questo percorso ci si umilia non perché umiliati, ma per l’abbondanza della pesca, per la copiosità del dono della grazia. Cosa ha portato Simone a dichiararsi peccatore? Ciò che precede è l’abbondanza con la quale Gesù manifesta la sua presenza. Gesù non umilia, non accusa Pietro; gli fa vedere che le reti si strappano e la barca affonda: gli fa vedere e vivere l’abbondanza della sua misericordia. Gesù non umilia ma rende umili per l’abbondanza della sua misericordia. Il Signore fa sentire a Pietro quanto lo ama. Pietro trabocca di questa misericordia e ha bisogno della comunione per condividere la sovrabbondanza della misericordia di Dio.
v. 10: “Non temere”. 
In questo percorso spirituale, Gesù dice a Simone le stesse parole rivolte dall’angelo a Zaccaria e a Maria e che significano: abbi fiducia. Simone riceve dal Signore la sua missione di essere pescatore di uomini proprio nel momento in cui si scopre non pietra sicura, ma pietra inaffidabile, scivolosa “peccatore”. La vera pietra che fa da fondamento è la totale assoluta fiducia nel Signore: è il compito di ogni discepolo di Gesù.
Il Signore gli dice, infatti, “sarai pescatore di uomini” il testo greco svela il senso della pesca di Simone e dice: pescherai uomini perché vivano, cioè li strapperai all’abisso delle acque perché vivano. L’umanità è immersa nella perdizione, nel peccato e nella morte. Simone deve battersi perché gli uomini escano vivi dalle acque e continuino a vivere. Gesù è venuto a salvare ciò che era perduto (Lc 19, 10). Simone gli è l’aiutante.
Non si tratta solo di prendere gli uomini e di convertirli, ma di far sì che la nostra vita sia una predicazione vivente. Se la forza dell’amore della santa Trinità penetrerà in noi, in tutto ciò che viviamo, se saremo abbastanza silenziosi da fare instancabilmente ritorno a lui, la forza stessa del suo amore, che vuole che tutti gli uomini vivano, anche chi ha commesso i crimini peggiori, questa forza abiterà in noi. È questa la profondità, l’ampiezza dell’amore del nostro Dio, capace di abbattere tutti i muri eretti dall’odio e di rendere irrisorie tutte le potenze di questo mondo. Allora veramente la passione stessa di Dio, il quale vuole che ogni essere umano viva e viva in eterno, diverrà la nostra passione. È questo il diventare discepoli di Gesù.
v. 11: “E tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono”. 
Il verbo "seguire" è molto intenso, è forte, sconvolgente. In queste parole abbiamo la fede autentica. Gettare le reti sulla Parola del Signore è un piccolo atto di fede, un piccolo atto di fiducia, che impegna per una giornata, tanto quanto ci vuole per calare le reti e ritirarle su; ma lasciare tutto e seguirlo, vuol dire impegnare tutta la propria esistenza. Questo non è possibile senza avere intravisto nella vita di Gesù la presenza stessa di Dio, dell’amore e della santità di Dio. Ed il legame con il Signore diventa definitivo.
Nel vangelo possiamo notare che Gesù si era rivolto solo a Simone e indirettamente lo aveva esortato a seguirlo. Ma qui a conclusione viene detto che anche gli altri condividono la scelta di Simone. Si dice: “lasciarono tutto”: la loro vita cambia radicalmente. Incontrare Gesù e fidarsi della sua Parola porta a considerare tutto il resto secondario rispetto a lui.

Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Quando la nostra vita diventa abitudinaria e la ormeggiamo?
Qual è la Parola che oggi mi fa fremere il cuore? Su quella Parola sono disposto a gettare le reti anche se razionalmente non è logico?
C’è qualcosa di nuovo, qualcosa che cambia nell’esperienza quotidiana, quando ci fidiamo del Signore?Cosa vuole il Signore da me?
Immaginando la propria vita come una barca: che posto occupa concretamente il Signore (a prua, sottocoperta, albero maestro, vela,…)?

Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare,
mi prostro verso il tuo tempio santo.

Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza.

Ti renderanno grazie, Signore, tutti i re della terra,
quando ascolteranno le parole della tua bocca.
Canteranno le vie del Signore:
grande è la gloria del Signore!

La tua destra mi salva.
Il Signore farà tutto per me.
Signore, il tuo amore è per sempre:
non abbandonare l’opera delle tue mani. (Sal 137).

L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Gesù rovescia la nostra vita! Nella vita ognuno di noi prende tante decisioni, anche grandi ed impegnative, ma il Signore parla nelle circostanze ordinarie della vita. Ascoltiamolo!!!


immagine: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Chiamata_di_san_pietro,_uffizi.jpg

 

domenica 26 febbraio 2023

LA DONNA CURVA

INVOCARE
Signore, fa che, immersi nel silenzio della tua presenza, ascoltiamo la Parola che tutto rinnova e ricrea.
Guarda a noi, ricurvi su noi stessi, sulle nostre miserie e raddrizzaci rendi la nostra vita eretta verso l'unico e sommo bene, perché anche in noi germogli frutti di bontà e di amore, a tua gloria e per la gioia di tutta l’umanità. Amen. 


IN ASCOLTO DELLA PAROLA (Lc 13,10-17)
Stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C'era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio. Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato». Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l'asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?». Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.

Fermiamoci un momento in silenzio per cogliere la presenza di Dio nella nostra vita e lasciarci plasmare da Essa.

SOSTA CON LA PAROLA
Siamo nel Vangelo di Luca, dove solo lui porta, in poche righe, l'episodio della "donna curva" guarita da Gesù in giorno di sabato nella sinagoga di una zona di Perea, al di là del Giordano. Gesù approfittava sempre di questi momenti nella sinagoga per istruire e guarire.
Il racconto è breve ma pieno di senso e insegnamento. L'immagine appartiene a chiunque, uomo o donna che sia, per questo non troviamo un nome dato, perché ognuno, peccatore, si possa rispecchiare in questa persona.
Colpisce la posizione fisica assunta dalla donna costretta a vivere nell'impossibilità di raddrizzare la testa per guardare verso l'alto. Infatti, ogni peccatore si preoccupa delle cose della terra e non cerca quelle del Cielo. È incapace di guardare verso l’alto anche se si reputa religioso, credente. A tal proposito possiamo prendere a paragone il brano del pubblicano e il fariseo al Tempio, dove l'uomo che sta in piedi prega con se stesso (cfr. Lc 18,9-14). Noi siamo sempre rivolti verso noi stessi, per troppe situazioni (avidità e attaccamenti, mancanza di fede, materialismo pratico e teorico, disimpegno e pessimismo) curvi come questa donna, seguendo i desideri che ci trascinano verso il basso, la sua anima si curva e non vede altro che quello a cui pensa incessantemente: il bisogno di ritrovare la nostra posizione eretta. Per questo Gesù posa il suo sguardo verso la donna e poi la chiama, chiama nella via del bene comune, chiama nella via della salvezza, chiama alla guarigione fisica e spirituale. Egli guarì la donna, la raddrizzò.
Non sempre troviamo nel Vangelo Gesù che guarisce e questo perché nonostante la sua grazia illumini la nostra esistenza, non sempre siamo così disponibili ad accoglierla. Occorre fermarsi dinanzi alla Parola, raccogliersi con fede per farla penetrare nel nostro cuore. Infatti, la donna, non si è mai allontanata da Dio, dalla preghiera, dalla sinagoga che ogni sabato riuniva i fedeli per la preghiera e l'istruzione. La sua relazione con Dio era frequente. Non andò solo perché ne avesse bisogno per la sua malattia. Ella era capace di guardare, pur ricurva in se stessa, a un'altra malattia più grave: quella spirituale. E non perse mai la sua fiducia in Dio nonostante fosse schiacciata dal suo male.
Ora, dinanzi alla guarigione della donna, qualcuno si scandalizza. Siamo sempre noi che per primi ci scandalizziamo come se fossimo noi a gestire l'amore di Dio per gli altri. Qui è il capo della sinagoga, quindi una persona importante per la comunità, e si scandalizza per il gesto operato da Gesù in giorno di sabato. Tanto è scandalizzato quanto il suo rivelarsi ridicolo per quello che dirà dinanzi a tutti: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato» (v. 14).
Quante volte ci ritroviamo in questa situazione, dove lo spirito umano si fa guidare dalla miopia spirituale o dall'invidia incontrollata?
Gesù prende le difese della donna sanata e con tanta semplicità mette in ridicolo l'obiezione fatta: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l'asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?» (vv. 15-16).
Con questa espressione ma anche con molte altre, Gesù non fa altro che far comprendere che il suo messaggio è di amore e di misericordia e mai di legalità ed esteriore osservanza. Purtroppo Gesù non fu mai ascoltato e accettato fino ai nostri giorni. Quando nella nostra vita prevale l'io pensiamo che il male stia solo nell'altro e non in noi e cercheremo sempre di sconfiggere il bene ma non prevarremo mai! (cfr. Mt 16,17-19). Piuttosto cerchiamo di sconfiggere il male con il bene e "insieme alla folla esultiamo per le meraviglie che Dio compie in mezzo a noi" (cfr. v. 17). 
 
RISPONDI A DIO CON LE SUE STESSE PAROLE
Signore, non punirmi nella tua collera,
non castigarmi nel tuo furore.
Le tue frecce mi hanno trafitto,
la tua mano mi schiaccia.

Per il tuo sdegno, nella mia carne non c'è nulla di sano,
nulla è intatto nelle mie ossa per il mio peccato.
Le mie colpe hanno superato il mio capo,
sono un carico per me troppo pesante.

Fetide e purulente sono le mie piaghe
a causa della mia stoltezza.
Sono tutto curvo e accasciato,
triste mi aggiro tutto il giorno.

Sono tutti infiammati i miei fianchi,
nella mia carne non c'è più nulla di sano.
Sfinito e avvilito all'estremo,
ruggisco per il fremito del mio cuore.

Signore, è davanti a te ogni mio desiderio
e il mio gemito non ti è nascosto.
Palpita il mio cuore, le forze mi abbandonano,
non mi resta neppure la luce degli occhi.

I miei amici e i miei compagni
si scostano dalle mie piaghe,
i miei vicini stanno a distanza.
Tendono agguati quelli che attentano alla mia vita,
quelli che cercano la mia rovina tramano insidie
e tutto il giorno studiano inganni.

Io come un sordo non ascolto
e come un muto non apro la bocca;
sono come un uomo che non sente
e non vuole rispondere.
Perché io attendo te, Signore;
tu risponderai, Signore, mio Dio.

Avevo detto: «Non ridano di me!
Quando il mio piede vacilla,
non si facciano grandi su di me!».

Ecco, io sto per cadere
e ho sempre dinanzi la mia pena.
Ecco, io confesso la mia colpa,
sono in ansia per il mio peccato.

I miei nemici sono vivi e forti,
troppi mi odiano senza motivo:
mi rendono male per bene,
mi accusano perché cerco il bene.

Non abbandonarmi, Signore,
Dio mio, da me non stare lontano;
vieni presto in mio aiuto,
Signore, mia salvezza. (Sal 38).

L'INCONTRO CON L'INFINITO DI DIO È IMPEGNO CONCRETO NELLA QUOTIDIANITÀ
Riconosciamo il nostro incurvamento e facciamo la nostra attualizzazione per trovare anche noi la grazia per essere sanati. Facciamo sgorgare la meraviglia nel nostro cuore e lodiamo Dio nella nostra quotidianità.


immagine: https://blogphilosophica.files.wordpress.com/2016/11/gesc3b9-guarisce-la-donna-curva-1.jpg?w=656



x

venerdì 8 aprile 2022

IL CIRENEO

INVOCARE
O Dio nostro Padre, tu vuoi parlare al nostro cuore e ti chini, pietoso, su di noi.
Fa’ che, immersi nel silenzio della tua presenza, ascoltiamo la Parola che tutto rinnova e ricrea.
Rendici una terra di umiltà, povera e dimenticata, dove il buon seme della tua Parola possa silenziosamente cadere per germogliare in fiore e dare frutto, miracolo d’amore, a tua gloria e per la gioia di tutta l’umanità. Amen. 

IN ASCOLTO DELLA PAROLA (Lc 23,26)
26Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù.

cfr. Mt 27,32; Mc 15,21



RIFLETTERE SULLA PAROLA
Tra i personaggi della "Via Crucis" fatta da Gesù stesso, troviamo Simone di Cirene. I Vangeli sinottici sono concordi nel riportare l'episodio dove si evince che un certo Simone di Cirene fu obbligato dai soldati romani ad aiutare a trasportare la croce di Gesù, durante la salita al Golgota per la crocifissione. L'evangelista Marco nella sua versione, assieme a lui, nomina anche i suoi figli, che evidentemente erano conosciuti come cristiani, come membri di quella comunità (Mc 15,21).
La motivazione di questa scelta fu perché le forze fisiche di Gesù sono probabilmente arrivate allo stremo e quindi non riesce più a trasportare quel legno pesante a cui verrà appeso per essere messo a morte. 
Sappiamo già, a prescindere le raffigurazioni, che Gesù non porta l'intera croce, ma solo il palo orizzontale per poi essere appeso al palo verticale già predisposto in cima al Golgota.
Egli è portato via per essere ucciso. È solo lungo la via a portare il legno della croce. Tutto è sulle sue spalle, non c'è un discepolo che lo aiuta. 
Ricordiamo che a quei tempi la croce era ben lontana dall’essere un motivo ornamentale o un simbolo di pace. Era un simbolo di vergogna, di tortura e morte riservato ai peggiori criminali. Nessuno di quelli che hanno partecipato alla condanna e all’arresto di Gesù vuole prendersi la responsabilità di portare un fardello scomodo e vergognoso. Che soluzione trovano? La fanno portare ad uno che non c’entra niente. Uno che veniva da fuori, da una città straniera: l'Africa e che in quel momento veniva dalla campagna, e sconosceva i fatti. 
In altri termini, Simone, è un capro espiatorio che facesse il lavoro sporco provocato dalla loro cattiveria, e gli è imposta la croce, come investitura da portare dietro Gesù. 
Ora, il discepolo è quello che porta la propria croce dietro Gesù. Gesù aveva detto a quanti lo seguivano: «Se uno vuol venire dietro  a me, rinunzi a se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Lc 9, 23). Ognuno deve portare la propria. Questo non porta la propria croce, porta la croce stessa di Gesù; porta il male degli altri, porta il male del mondo, quindi è immagine di Cristo, Agnello di Dio. Dall'incontro involontario è scaturita la fede. Accompagnando Gesù e condividendo il peso della croce, il Cireneo ha capito che era una grazia poter camminare assieme a questo Crocifisso e assisterlo. 
Un altro aspetto che possiamo cogliere è che Simone si chiama come Pietro. I due qui, forse, sono faccia a faccia.  Pietro è colui che era disposto a morire con Cristo, per Cristo. Mentre il Cireneo in tutto questo è costretto. Ed è lui il vero discepolo. E con questo suo gesto ha avuto la più grande dignità che sia toccata a un qualunque uomo nella storia: aiutare Dio nel momento decisivo della storia a differenza di Giuda che ha tradito.
Molti fuggono dalla croce. Fuggire dalla croce: è una tentazione perenne di tutto il popolo di Dio. Eppure con quella Croce il Signore ci redime.
In questo scenario, Simone di Cirene è l'uomo che accoglie e vive in silenzio il mistero del dolore, il mistero della croce. Forse non è il caso di metterlo come modello di vita, perché era all'esterno di quanto stava accadendo, sconosceva tutto ciò. Eppure in questa estraneità Simone incontra Gesù.
Cosa succede in quest'incontro? Simone può liberamente maledire Gesù, visto che per colpa sua deve portare una colpa non sua. Però quella è l'occasione per chiedersi chi è Gesù, perché è sfigurato, perché porta quel patibolo?
Chissà quante altre domande possiamo farci. In fondo Simone di Cirene rappresenta tutti noi: all'improvviso siamo avvolti da una difficoltà, da un male, da una prova, da una malattia, qualcosa di imprevisto che non desideravamo.
Qui è diverso: scende un silenzio dove potrai sentire solo un sibilo nell'aria che ti invita a seguire il Signore senza sapere né dove e né come. Sei come davanti a un bivio che ti invita a scegliere.
Sta a noi scegliere, se come il Cireneo, di prendere quella croce, di unirci a Cristo nelle sue sofferenze oppure continuare ad ignorarlo. 
Quante situazioni dolorose, di morte, ai nostri giorni. In questi casi la cosa migliore da fare è seguire Gesù, con docilità, con umiltà. Non occorre arrabbiarsi, ribellarsi. La cosa da fare è solamente dire di sì per continuare a seguire Cristo, di soffrire assieme agli altri.
Con il Cireneo ricordiamo i tanti volti di persone che ci sono state vicine nei momenti in cui una croce pesante si è abbattuta su di noi o sulla nostra famiglia. Ma anche coloro che con il volontariato si sono fatti cirenei nella sofferenza e nel disagio. Gesù, il cui amore divino solo poteva e può redimere l'umanità intera, vuole che condividiamo la sua croce per completare quello che ancora manca ai suoi patimenti (Col 1, 24). Ogni volta che con bontà ci facciamo incontro a qualcuno che soffre, qualcuno che è perseguitato e inerme, condividendo la sua sofferenza, aiutiamo a portare la croce stessa di Gesù. E così otteniamo salvezza e noi stessi possiamo contribuire alla salvezza del mondo.
Il Cireneo insegna a lasciarci aiutare con umiltà, se ne abbiamo bisogno, e anche a essere cirenei per gli altri, a vivere d'amore, un amore che vede lontano e sempre aperto come la campagna da cui proveniva.
 
RISPONDI A DIO CON LE SUE STESSE PAROLE
È cresciuto come un virgulto davanti a lui
e come una radice in terra arida.
Non ha apparenza né bellezza
per attirare i nostri sguardi,
non splendore per potercene compiacere.

Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia;
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.

Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori;
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.

Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti. (Is 53,2-5).

L'INCONTRO CON L'INFINITO DI DIO È IMPEGNO CONCRETO NELLA QUOTIDIANITÀ
Impariamo che nel condividere la croce degli altri è una grazia del Signore, è incontro con l'Amore per eccellenza, è sperimentare la bellezza di Dio che continuamente si fa servo. Vivere la sofferenza di questo mondo può aiutare a crescere la Chiesa intera.




immagine: http://www.silvanovecchiato.com/it/cireneo


martedì 5 aprile 2022

GIUSEPPE DI ARIMATEA

INVOCAZIONE
Padre misericordioso, manda anche me, in questo tempo santo della preghiera e dell’ascolto della tua Parola, il tuo angelo santo, perché possa ricevere l’annuncio della salvezza e, aprendo il cuore, possa offrire il mio sì all’Amore. 
Manda su di me, ti prego, il tuo Spirito santo, quale ombra che mi avvolge, quale potenza che mi colma. 
Fin da adesso, o Padre, io non voglio dirti altro che il mio “Sì!”; dirti: “Eccomi, sono qui per te. Fa di me ciò che ti piace”. Amen.

IN ASCOLTO DELLA PAROLA (Lc 23,50-53)
50Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, buono e giusto. 51Egli non aveva aderito alla decisione e all'operato degli altri. Era di Arimatea, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. 52Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. 53Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto.

cfr. anche Mt 27,57; Mc 15,42-47; Gv 19,38-42

RIFLETTERE SULLA PAROLA
Il brano ascoltato ci riporta ai giorni della morte di Gesù in croce. Tra i vari personaggi, ne troviamo uno in particolare: Giuseppe di Arimatea. 
Arimatea, è una cittadina a nord ovest rispetto a Gerusalemme. Giuseppe apparteneva al sinedrio, la massima autorità giudaica per le questioni di ordine giuridico e religiose del tempo, cioè faceva parte di coloro che hanno deciso la morte di Gesù.
Per l'evangelista Luca, Giuseppe non ha condiviso la decisione di uccidere Gesù; gli evangelisti Matteo e Giovanni poi aggiungono che addirittura sia stato un suo seguace. Tutti e quattro i vangeli concordano nel dire che Giuseppe andò personalmente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù, lo depose dalla croce lo unse con oli aromatici e lo seppellì in un sepolcro di sua proprietà scavato nella roccia.
I fatti si svolsero in fretta perché stava per iniziare il sabato, il giorno del riposo giudaico.
Probabilmente Giuseppe fu uno dei pochi a toccare il corpo di Gesù morto, anche se seppellire i morti è un opera di misericordia che attraversa tutta la Bibbia (cfr. Gen 23) e in questo momento Giuseppe diede prova del suo grande amore della sua cura verso Gesù di Nazareth.
Lo sappiamo, Giuseppe offrì un sepolcro nuovo per seppellire il corpo di Gesù. Pilato concesse la deposizione dalla croce e così il corpo di Gesù fu deposto e messo in un sepolcro nuovo e all'ingresso fu rotolata una grossa pietra.
Cosa ha chiesto Giuseppe? Giuseppe era un uomo che aspettava il Regno di Dio e chiedendo a Pilato il corpo di Gesù, in qualche modo, chiede il Regno di Dio. Il Regno di Dio è il corpo di Gesù ed è un seme che messo sottoterra e germinerà.
Esso contiene tutta la storia di Dio per gli uomini, tutta la storia del male dell’umanità, e tutta la storia del bene infinito di Dio per questa umanità. Ed è solo un seme che deve entrare sotto terra, questo seme deve entrare in noi ed è posto in noi questo corpo che germina, questo seme che è poi la Parola di Dio che germina quando meno ce lo aspettiamo e porta frutto per coloro che ci stanno accanto, per coloro che attendono: è un frutto da condividere.
L'esperienza di Giuseppe ci riporta alla stessa esperienza di Maria, la madre di Gesù che contemplò quel corpo fin dalla nascita, avvolto in fasce, sapeva che quel bimbo era Dio e che in quel momento, in quella fragilità, era tra le sue mani.
Giuseppe vede questo corpo, lo lava lo avvolge – sono cure materne – vede tutte le ferite, vede tutta la storia di quel corpo. È la vera contemplazione di queste ferite: perché tutto questo? perché quest’altra ferita? È per te tutto questo, sono stati i miei fratelli. 
Quante volte anche noi feriamo il corpo di Gesù? Quante le situazioni in cui le ferite sul corpo di Gesù si ripetono? Sono molteplici, basta guardarsi attorno, basta guardare quello che succede ai nostri giorni per capire queste ferite.
Questo corpo ferito è messo in un sepolcro. La parola "mnēmeion" che indica sepolcro, tomba, ha la stessa radice di "memoria" imparentata con la parola "morte". L’uomo è memoria di morte, tutto ciò che facciamo nella vita è per  evitare la morte che ricordiamo sempre; noi abbiamo costantemente una memoria di morte, che è la nostra sorte.
Però non è tutto qui. Non finisce così. Daremmo ragione ai discepoli di Emmaus, che tristemente ritornarono alle loro cose, mettendo una grossa pietra su tutto e su loro stessi.
Gesù con la sua morte capovolge la situazione. Il sepolcro nuovo donato da Giuseppe è diventato la stanza nuziale. Ci sono 33 chili di profumi dello sposo e il giorno di Pasqua troveranno i teli di lino stesi, cioè il letto preparato per l’incontro. 
Quindi la morte svanisce rimane il profumo di vita.
Giuseppe di Arimatea vivrà di quest'incontro, di questo profumo di vita e sarà per tutti noi, traccia eloquente di quanto viene vissuto.

Rispondi a Dio con le sue stesse parole 
Dal profondo a te grido, o Signore; 
Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti 
alla voce della mia preghiera.
 
Se consideri le colpe, Signore, 
Signore, chi potrà sussistere? 
Ma presso di te è il perdono: 
e avremo il tuo timore.

Io spero nel Signore,
l'anima mia spera nella sua parola.
L'anima mia attende il Signore
più che le sentinelle l'aurora.

Israele attenda il Signore,
perché presso il Signore
è la misericordia
e grande presso di lui la redenzione.
Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe. (Salmo 130).

L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità
"Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita; ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio. Il trono celeste è pronto, pronti agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli" (da un'omelia sul sabato santo).



immagine: https://www.lalucedimaria.it/wp-content/uploads/2019/08/San-Giuseppe-dArimatea-1024x602.jpg


 

venerdì 3 aprile 2020

LA SAMARITANA

INVOCARE
Concedi, o Dio, di accostarci con umiltà e santo timore a questa Parola che ci supera infinitamente; a questa realtà che è mistero della tua presenza. Fa che là dove la nostra mente non può arrivare giunga il nostro cuore mediante l'intuizione dell'amore; e tutto il nostro essere taccia davanti a Te, Ti contempli e Ti adori. Amen.

IN ASCOLTO DELLA PAROLA (Gv 4,5-42)

5Giunse così a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6qui c'era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». 8I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. 9Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. 10Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». 11Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest'acqua viva? 12Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». 13Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; 14ma chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna». 15«Signore - gli dice la donna -, dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». 16Le dice: «Va' a chiamare tuo marito e ritorna qui». 17Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: «Io non ho marito». 18Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». 19Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! 20I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». 21Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23Ma viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. 24Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». 25Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». 26Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
27In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». 28La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: 29«Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». 30Uscirono dalla città e andavano da lui. 31Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». 32Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». 33E i discepoli si domandavano l'un l'altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». 34Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. 35Voi non dite forse: «Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura»? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. 36Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. 37In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l'altro miete. 38Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».
39Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». 40E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. 41Molti di più credettero per la sua parola 42e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

PER INTRODURCI
Un testo molto lungo su cui riflettere, ricco di molti spunti meditativi. Già su https://meditarelaparola.blogspot.com/2020/03/lectio-iii-domenica-di-quaresima-anno-a.html abbiamo fatto una lectio al brano. Vogliamo ancora cogliere qualcosa del personaggio, un personaggio che ci rappresenta. Infatti, la Samaritana al pozzo è icona di tutta l'umanità perduta.
L'Evangelista Giovanni ci sta parlando di fede e propone a tutti un percorso pedagogico. Nel capitolo precedente Gesù, con Nicodemo, incontrò il giudaismo ortodosso. Ora si reca in Samaria per incontrare il giudaismo scismatico perché tutti e due si ritrovino nell'unica fede.
Il percorso sembra apparire obbligatorio come ricerca dell'Amato, dello sposo. Anche Gesù fa un percorso: lascia la Giudea ed è diretto verso la Galilea e viene sottolineato che "doveva" attraversare la Samaria. Quel "doveva" non riguarda che la strada da fare era necessariamente quella esprime una necessità teologica: anche ai Samaritani Gesù doveva portare il lieto annuncio. La Samaria è quel deserto di cui parla Osea (Os 2,16) perché l'Amato incontri la sua amata, lo Sposo la sua sposa, perché Dio insegni a vivere in relazione con lui. Quindi è una esigenza perché il Padre ritrovi il figlio, lo Sposo la sua sposa.

RIFLETTERE SULLA PAROLA (Meditare)

Gesù è stanco del viaggio e si ferma presso il pozzo. Egli non entra nel villaggio ma sosta e siede presso il pozzo che dista circa 800/900 metri dal villaggio. L'Evangelista sottolinea che è mezzogiorno. Questa è l'ora he Giovanni riprenderà più volte nel Vangelo perché appartiene a Cristo.
Il pozzo è il luogo degli incontri, dell'innamoramento. Possiamo ricordare il servo di Abramo che incontra Rebecca (Gn 24,11-25) la sposa di Isacco, intorno al pozzo Giacobbe si innamora, a prima vista, di Rachele, al pozzo, Mosé incontra Zippora. A questo pozzo, che vuole essere anche simbolo della Torah, della Sacra Scrittura, "cisterna senza crepe", fonte di acqua viva che zampilla che sgorga dalle viscere della terra: presenza di Dio (cfr. Ger 2,13). I Padri della Chiesa invitano a frequentare il pozzo che è la parola di Dio per incontrare il Volto e farsi ancora sedurre. 
Il pozzo di cui si parla è quello di Giacobbe. Giacobbe è uno dei patriarchi. È colui che durante la notte ha lottato con Dio e da questa lotta ricevette un nome nuovo. Inizia una nuova storia.
In questa nuova storia Gesù è stanco e affaticato, una stanchezza e fatica che gli costerà la morte in croce. Ora, nell'ora della sete (Gv 19,14-16.28), nel momento più caldo della giornata, arriva una donna, una samaritana. Anch'ella ha sete e va al pozzo per attingere l'acqua e qui inizia il dialogo: «dammi da bere». Sono parole di corteggiamento che Gesù usa e lo fa gradualmente. Gesù è bisognoso di amore, è assetato di amore e la donna può soddisfare la sua sete. Però nessuno dei due berrà, anzi la donna lascerà la sua anfora per correre al villaggio e dare l'annuncio dell'incontro.
Prima dell'annuncio c'è un incontro da vivere, un incontro che nella donna è accompagnato dallo stupore, dal dubbio: «come mai...?»: è un ragionevole dubbio per la mentalità del tempo; un galileo che osa, che supera le barriere, che dimentica quanto dicono i saggi sul conversare con una donna (al v. 27 i discepoli di questo rimarranno stupiti). La domanda della donna è anche quella dell'umanità che è alla ricerca di chi già gli è davanti. Sant'Agostino nella sua ricerca cercava ovunque ma non nel suo cuore. Siamo abituati a cercare ovunque, nella tradizione, nelle abitudini e non in profondità, nel sacrario del cuore (cfr. Dt 30,14). 
La donna impara a fare la sua ricerca, in maniera graduale, partendo dal cuore. È dal cuore che sgorga l'amore e Gesù amore personificato, provoca manifestando l'amore. È da questa provocazione che nasce l'interrogativo, la ricerca, l'annuncio. È un dinamismo interiore che sconvolge talmente fino a ritrovare la via del ritorno al vero amore, al vero Sposo (fino adesso la donna ha avuto sei mariti, v. 18, simbolo dell'idolatria).
Mille interrogativi si pone la Samaritana, sono gli stessi che ci appartengono ancora oggi, alla nostra tradizione, al nostro modo di pensare. Gesù è quell'interrogativo che fa la verità nella mia vita. Un dialogo - discernimento molto ricco, che come un puzzle, inizia a svelare quel giudeo, quel viandante stanco che è di fronte a lei, che è di fronte a noi. 
Quasi a fare una lectio divina, vari sono i riferimenti: Signore (v. 11), Giacobbe (v. 12), di nuovo Signore (v. 15), profeta (v. 19), messia (v. 25). Una lectio che fa suscitare una sete maggiore, decisiva rispetto a quella fisica fino a condurre Gesù, il Signore, a svelarle e confidarle la sua identità più profonda: «Io Sono» (v. 26). È la ricerca affannosa di Dio di noi stessi e di questo la Samaritana diviene apostola. 
La Samaritana, l'umanità, diventa la prima destinataria del primo «Egò eimi», per cui la donna, lascia la sua anfora e corre entusiasta ad annunziare la sua scoperta alla sua gente, ad annunciare ciò che Gesù ha detto e fatto, perché ha incontrato colui che le ha detto tutto ciò che lei stessa ha fatto (v. 29).
Quanto è dolce e delicato Dio amore: aiuta la donna, l'umanità, ad accogliersi e amarsi come siamo, senza nessun giudizio. 
Dalle parole della donna, molti Samaritani vennero alla fede (v. 39). Lo Sposo finalmente ha trovato la sposa perduta.
L'esperienza della Samaritana sembra centrata sul bere ma ci sta anche un altro nutrimento. Con l'arrivo dei discepoli, che erano andati a comprare del cibo, si parla del mangiare.
Acqua e pane due alimenti che conducono all'unica sorgente: Dio, il cibo che ancora il discepolo non conosce (v. 32). Dio è amore, relazione, volto dell'altro, ascolto, parola, silenzio dell'altro. Tutto ciò che può dare senso al nostro vivere.
Della Samaritana non si dirà nulla. Certamente sarà pienamente avvolta dall'Amore di Dio e in Lui sparisce. Ha provocato la sua gente a fare un esodo, ad uscire dal "proprio accampamento" (Eb 13,13)  perché nessuno può dire di amare veramente il Signore. Ci ritroviamo con una vita disordinata. Sentiamo il bisogno di andare da Lui e non da chi ce lo annuncia (v. 40), perché tutti noi abbiamo bisogno di essere avvolti dal suo amore, abbiamo bisogno che Gesù ci rubi il cuore, fino a dire con Paolo: «Non sono io che vivo è Cristo che vive in me» (Gal 2,20), perché "crediamo che questi è il Salvatore del mondo" (v.42).

DOMANDE PER LA VITA
In chi ho posto la mia fiducia?
Di quale sete e di quale fame ho veramente bisogno?
Quale immagine di Dio ho nella mia vita?
Mi lascio interrogare da Gesù?
Chi di noi può dire di amare davvero il Signore?
Sono pronto ad uscire dal mio accampamento per lasciarmi sedurre dal Signore?

RISPONDI A DIO CON LE SUE STESSE PAROLE (Pregare)
O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco, *
di te ha sete l'anima mia, 
a te anela la mia carne, *
come terra deserta, arida, senz'acqua. 

Così nel santuario ti ho cercato, *
per contemplare la tua potenza e la tua gloria. 
Poiché la tua grazia vale più della vita, *
le mie labbra diranno la tua lode. 

Così ti benedirò finché io viva, *
nel tuo nome alzerò le mie mani. 
Mi sazierò come a lauto convito, *
e con voci di gioia ti loderà la mia bocca. 

Nel mio giaciglio di te mi ricordo, *
penso a te nelle veglie notturne, 
tu sei stato il mio aiuto; *
esulto di gioia all'ombra delle tue ali. 

A te si stringe *
l'anima mia.
La forza della tua destra *
mi sostiene.

L'INCONTRO CON L'INFINITO DI DIO È IMPEGNO CONCRETO NELLA QUOTIDIANITÀ (Contemplare-agire)
Anche noi, scavando al pozzo, facciamo il nostro incontro con il vero e unico Sposo perché ci sveli la nostra vita e così viviamo con fede, da innamorati nella nostra quotidiana esistenza e continuare nel tempo la missione di Gesù.



immagine: www.pinterest.com



LA VEDOVA IMPORTUNA

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2)   (Invocare) O Dio, che per le mani alzate del tuo se...