Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento
favorevole" (2Cor 6,2) (Invocare)
O
Dio, che per le mani alzate del tuo servo Mosè hai dato la vittoria al tuo
popolo, guarda la tua Chiesa raccolta in preghiera: fa’ che il nuovo Israele
cresca nel servizio del bene e vinca il male che minaccia il mondo, nell’attesa
dell’ora in cui farai giustizia ai tuoi eletti che gridano giorno e notte verso
di te. Per Cristo nostro Signore. Amen.
In ascolto della Parola (Leggere)
1Diceva
loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: 2«In
una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. 3In
quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi
giustizia contro il mio avversario”. 4Per un po’ di tempo egli non
volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per
alcuno, 5dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò
giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». 6E il
Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. 7E
Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso
di lui? Li farà forse aspettare a lungo? 8Io vi dico che farà loro
giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede
sulla terra?».
In
silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle
salde radici.
Dentro il Testo
Nel capitolo 18 del vangelo di Luca, l’autore conclude il lungo insegnamento sulla fede, che aveva iniziato nel capitolo precedente con la richiesta dei discepoli a Gesù “Accresci la nostra fede”. Ma il nostro cammino di fede non dipende da Dio, come pure il farla fruttificare. La fede è la risposta degli uomini al dono d’amore che Dio dà a tutti. Per conservare e maturare nella fede, suggerisce Luca, occorre coltivare la preghiera personale, quotidiana, insistente. Una preghiera che si rivolge ad un padre che sa di cosa hanno bisogno i suoi figli, non rivolta ad un despota da corrompere. La vedova insistente riesce ad ottenere giustizia dal giudice corrotto e noi pensiamo di non ottenere giustizia dal Padre di Gesù Cristo?
Nel capitolo 18 del vangelo di Luca, l’autore conclude il lungo insegnamento sulla fede, che aveva iniziato nel capitolo precedente con la richiesta dei discepoli a Gesù “Accresci la nostra fede”. Ma il nostro cammino di fede non dipende da Dio, come pure il farla fruttificare. La fede è la risposta degli uomini al dono d’amore che Dio dà a tutti. Per conservare e maturare nella fede, suggerisce Luca, occorre coltivare la preghiera personale, quotidiana, insistente. Una preghiera che si rivolge ad un padre che sa di cosa hanno bisogno i suoi figli, non rivolta ad un despota da corrompere. La vedova insistente riesce ad ottenere giustizia dal giudice corrotto e noi pensiamo di non ottenere giustizia dal Padre di Gesù Cristo?
Questo brano può farci uscire fuori pista: può essere un insegnamento sulla preghiera come può essere tutt'altra cosa. Una cosa è sicura mira al senso di giustizia in questa nostra società.
Per chiudere, diciamo che il fine di questo brano è la giustizia e il mezzo è la preghiera.
Sostare con la Parola (Meditare)
v. 1: Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai.
Quest’introduzione
ha lo scopo di collegare la parabola con la «piccola apocalisse» precedente,
suggerendo un comportamento adatto al tempo dell’attesa.
La raccomandazione di “pregare senza stancarsi” appare molte volte nel Nuovo Testamento. Era una caratteristica della spiritualità delle prime comunità cristiane. Ed anche uno dei punti in cui Luca insiste maggiormente, sia nel Vangelo come negli Atti.
È importante capire le sfumature di questo versetto. Luca sottolinea le parole “sulla necessità”. In greco per indicare questa necessità, viene utilizzata la parola dein espressione che in Luca ricorre molte volte e indica abitualmente la passione come passaggio obbligato verso la resurrezione. E infine “senza stancarsi”, cioè quasi a riprendere le braccia alzate di Mosè in preghiera Luca riporta una espressione tipicamente paolina: mē enkakéin che significa “non lasciar cadere le braccia, non scoraggiarsi”. Il «pregare senza stancarsi» evoca allora ben più della stanchezza, rimanda all’abbandono delle armi da parte di un soldato durante il combattimento; dice: pregate senza deporre mai le armi, senza disertare. In realtà la parabola non punta sulla necessità della preghiera, ma sulla fiducia in Dio che, nonostante il ritardo, farà giustizia ai suoi fedeli.
vv. 2-3: In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Qui vengono delineate le caratteristiche dei due protagonisti della parabola: un giudice e una vedova.
Il giudice è descritto in modo breve e incisivo come la figura tipica dell’empio, che non teme Dio e non si cura del suo prossimo. Anche la vedova viene descritta in modo conciso. Il lettore sa che le vedove, insieme agli orfani, rappresentano una categoria indifesa e esposta all’oppressione, perché prive di protezione contro gli sfruttatori e i prepotenti (cf. Es 22,21-23; Is 1,17.23; 9,16; Ger 7,6; 22,3). La protagonista del racconto appartiene a questa categoria, ma non è disposta ad accettare il sopruso di cui è vittima; perciò, si rivolge al giudice per avere giustizia.
In questo atteggiamento insistente abbiamo un esercizio a vivere un’esistenza contrassegnata da quella che i Padri chiamavano «memoria di Dio», di ricordare cioè che Dio è costantemente all’opera nella nostra esistenza e nella storia: questo ci condurrà a familiarizzarci con lui fino a discernere come vivere in modo conforme alla sua volontà.
vv. 4-5: Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”.
Il
giudice non vorrebbe interessarsi di un caso per lui totalmente insignificante
e rimanda a tempo indeterminato il suo intervento. Ma la donna non si rassegna
alla situazione e fa ricorso all’unica arma in suo possesso, l’insistenza.
Il giudice è una persona cinica alla quale interessa soltanto il proprio interesse e non i bisogni delle persone. Ma all’insistenza della donna cambia pensiero. L’evangelista usa il termine “importunarmi”. È curioso il termine che adopera l’evangelista, che letteralmente è “a farmi un occhio nero”. Fare un occhio nero non significa tanto che questa vedova al giudice lo colpisca con un pugno, ma fare un occhio nero era un’espressione che significava “danneggiare la reputazione”.
Alla fine, il giudice, se non altro per liberarsi di tale molestia, cede e fa giustizia (ekdikeô) alla donna: ciò che prevale in lui non è il senso del dovere, ma il desiderio di non essere più importunato.
vv. 6-7: E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo?
Qui Gesù propone la sua interpretazione della parabola. Egli richiama l’attenzione dei discepoli non tanto sull’insistenza della donna, a cui sembrava rimandare l’introduzione, ma piuttosto sul giudice.
Nelle sue parole Gesù esprime il pensiero fondamentale della parabola. Se un giudice disonesto per motivi egoistici acconsente alle richieste insistenti di una vedova, quanto più Dio, che è padre buono, ascolterà le grida di implorazione dei suoi eletti. È l’atteggiamento del giudice il punto sul quale Gesù fa leva per illustrare il comportamento di Dio. Egli esprime il suo punto di vista con una domanda: «Ma Dio non farà giustizia per i suoi eletti che gridano a lui giorno e notte?».
In base al metodo rabbinico chiamato “qal wahomer” (ragionamento a fortiori), egli afferma che, se un giudice, per di più empio, alla fine si decide a fare giustizia alla vedova, maggior ragione Dio farà giustizia per i suoi eletti, dal momento che è un Padre premuroso e giusto.
L’espressione «fare giustizia (ekdikêsin)», usata sia per il giudice che per Dio, significa difendere i diritti di una persona, darle ragione, garantirle quello che le spetta. Per gli eletti, anche quando non sono oggetto di persecuzione, ciò significa proclamare pubblicamente, mediante l’attuazione piena del regno, che le loro scelte erano giuste e conformi alla volontà di Dio. Proprio la certezza che ciò avverrà rappresenta il punto saliente della parabola.
C’è ancora una domanda di Gesù: «E tarderà nei loro riguardi?». Egli dice che il tempo dell’attesa sarà breve: Dio farà presto giustizia agli eletti che gridano a lui. Questa idea però non è in sintonia con quanto l’evangelista intende dire nel suo vangelo, e cioè che la venuta finale del regno di Dio non è imminente. Perciò è più conveniente leggere queste parole non come una domanda, ma come una frase concessiva: «Anche se egli ha pazienza (makrothymei) con loro». Questa interpretazione è più verosimile: Gesù esorta gli eletti a non spaventarsi per il fatto che Dio tarda a intervenire. Dio ha pazienza, prende tempo, ma al momento opportuno interverrà.
v. 8: Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?
Avremo il coraggio di aspettare, di avere pazienza, anche se Dio tarda a risponderci? Gesù conclude rassicurando i suoi discepoli: «Dio farà giustizia con celerità (en tachei)». L’espressione en tachei non significa «con celerità», ma «improvvisamente». In altre parole, il ritardo della parusia è una realtà con cui bisogna fare i conti, nella certezza che Dio, dopo aver lungamente pazientato, interverrà quando meno gli uomini se lo aspettano e farà giustizia ai suoi eletti.
La parte finale del v. 8 che chiude con una domanda è una aggiunta posteriore, che ha lo scopo di inculcare la perseveranza nella fede. Il ritardo della parusia, l’ostilità e le persecuzioni crescenti avevano provocato un raffreddamento nella fede dei credenti. La comunità deve quindi ritornare a un genuino atteggiamento di vigilanza, perché Gesù al suo ritorno non la trovi impreparata. È necessario avere molta fede per continuare a resistere e ad agire, malgrado il fatto di non vedere il risultato. Chi aspetta risultati immediati, si lascerà prendere dallo sgomento.
Ci
fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il
Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
La Parola
illumina la vita e la interpella
Pregare sempre: come attuo questo comandamento nella mia vita?
Avverto Dio come un Padre che si prede cura anche di me? Con quanta convinzione e pazienza lo invoco?
Pregare senza stancarsi mai: facile a dirlo… e a farlo? Come vivo la mia preghiera?
Quali fatiche affronto e quali azioni compio per superarle con determinazione?
Quando il Figlio di Dio verrà, ci troverà addormentati, avviliti, riuniti in seduta permanente, oppure svegli, attivi e vigilanti?
Rispondi
a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Alzo
gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?
Il mio aiuto viene dal Signore:
egli ha fatto cielo e terra.
Non
lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.
Non si addormenterà, non prenderà sonno
il custode d’Israele.
Il
Signore è il tuo custode,
il Signore è la tua ombra
e sta alla tua destra.
Di
giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte.
Il Signore ti custodirà da ogni male:
egli custodirà la tua vita.
Il
Signore ti custodirà quando esci e quando entri,
da ora e per sempre. (Sal 120).
L’incontro con
l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Accogliamo
dentro il nostro cuore il sano rimprovero di Gesù, il suo sano realismo, la sua
sconcertante provocazione. Conserviamo la fede nelle avversità, non demordiamo,
non molliamo, ma continuiamo con costanza la disarmata e disarmante battaglia
del Regno. Amen.
v. 1: Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai.
La raccomandazione di “pregare senza stancarsi” appare molte volte nel Nuovo Testamento. Era una caratteristica della spiritualità delle prime comunità cristiane. Ed anche uno dei punti in cui Luca insiste maggiormente, sia nel Vangelo come negli Atti.
È importante capire le sfumature di questo versetto. Luca sottolinea le parole “sulla necessità”. In greco per indicare questa necessità, viene utilizzata la parola dein espressione che in Luca ricorre molte volte e indica abitualmente la passione come passaggio obbligato verso la resurrezione. E infine “senza stancarsi”, cioè quasi a riprendere le braccia alzate di Mosè in preghiera Luca riporta una espressione tipicamente paolina: mē enkakéin che significa “non lasciar cadere le braccia, non scoraggiarsi”. Il «pregare senza stancarsi» evoca allora ben più della stanchezza, rimanda all’abbandono delle armi da parte di un soldato durante il combattimento; dice: pregate senza deporre mai le armi, senza disertare. In realtà la parabola non punta sulla necessità della preghiera, ma sulla fiducia in Dio che, nonostante il ritardo, farà giustizia ai suoi fedeli.
vv. 2-3: In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Qui vengono delineate le caratteristiche dei due protagonisti della parabola: un giudice e una vedova.
Il giudice è descritto in modo breve e incisivo come la figura tipica dell’empio, che non teme Dio e non si cura del suo prossimo. Anche la vedova viene descritta in modo conciso. Il lettore sa che le vedove, insieme agli orfani, rappresentano una categoria indifesa e esposta all’oppressione, perché prive di protezione contro gli sfruttatori e i prepotenti (cf. Es 22,21-23; Is 1,17.23; 9,16; Ger 7,6; 22,3). La protagonista del racconto appartiene a questa categoria, ma non è disposta ad accettare il sopruso di cui è vittima; perciò, si rivolge al giudice per avere giustizia.
In questo atteggiamento insistente abbiamo un esercizio a vivere un’esistenza contrassegnata da quella che i Padri chiamavano «memoria di Dio», di ricordare cioè che Dio è costantemente all’opera nella nostra esistenza e nella storia: questo ci condurrà a familiarizzarci con lui fino a discernere come vivere in modo conforme alla sua volontà.
vv. 4-5: Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”.
Il giudice è una persona cinica alla quale interessa soltanto il proprio interesse e non i bisogni delle persone. Ma all’insistenza della donna cambia pensiero. L’evangelista usa il termine “importunarmi”. È curioso il termine che adopera l’evangelista, che letteralmente è “a farmi un occhio nero”. Fare un occhio nero non significa tanto che questa vedova al giudice lo colpisca con un pugno, ma fare un occhio nero era un’espressione che significava “danneggiare la reputazione”.
Alla fine, il giudice, se non altro per liberarsi di tale molestia, cede e fa giustizia (ekdikeô) alla donna: ciò che prevale in lui non è il senso del dovere, ma il desiderio di non essere più importunato.
vv. 6-7: E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo?
Qui Gesù propone la sua interpretazione della parabola. Egli richiama l’attenzione dei discepoli non tanto sull’insistenza della donna, a cui sembrava rimandare l’introduzione, ma piuttosto sul giudice.
Nelle sue parole Gesù esprime il pensiero fondamentale della parabola. Se un giudice disonesto per motivi egoistici acconsente alle richieste insistenti di una vedova, quanto più Dio, che è padre buono, ascolterà le grida di implorazione dei suoi eletti. È l’atteggiamento del giudice il punto sul quale Gesù fa leva per illustrare il comportamento di Dio. Egli esprime il suo punto di vista con una domanda: «Ma Dio non farà giustizia per i suoi eletti che gridano a lui giorno e notte?».
In base al metodo rabbinico chiamato “qal wahomer” (ragionamento a fortiori), egli afferma che, se un giudice, per di più empio, alla fine si decide a fare giustizia alla vedova, maggior ragione Dio farà giustizia per i suoi eletti, dal momento che è un Padre premuroso e giusto.
L’espressione «fare giustizia (ekdikêsin)», usata sia per il giudice che per Dio, significa difendere i diritti di una persona, darle ragione, garantirle quello che le spetta. Per gli eletti, anche quando non sono oggetto di persecuzione, ciò significa proclamare pubblicamente, mediante l’attuazione piena del regno, che le loro scelte erano giuste e conformi alla volontà di Dio. Proprio la certezza che ciò avverrà rappresenta il punto saliente della parabola.
C’è ancora una domanda di Gesù: «E tarderà nei loro riguardi?». Egli dice che il tempo dell’attesa sarà breve: Dio farà presto giustizia agli eletti che gridano a lui. Questa idea però non è in sintonia con quanto l’evangelista intende dire nel suo vangelo, e cioè che la venuta finale del regno di Dio non è imminente. Perciò è più conveniente leggere queste parole non come una domanda, ma come una frase concessiva: «Anche se egli ha pazienza (makrothymei) con loro». Questa interpretazione è più verosimile: Gesù esorta gli eletti a non spaventarsi per il fatto che Dio tarda a intervenire. Dio ha pazienza, prende tempo, ma al momento opportuno interverrà.
v. 8: Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?
Avremo il coraggio di aspettare, di avere pazienza, anche se Dio tarda a risponderci? Gesù conclude rassicurando i suoi discepoli: «Dio farà giustizia con celerità (en tachei)». L’espressione en tachei non significa «con celerità», ma «improvvisamente». In altre parole, il ritardo della parusia è una realtà con cui bisogna fare i conti, nella certezza che Dio, dopo aver lungamente pazientato, interverrà quando meno gli uomini se lo aspettano e farà giustizia ai suoi eletti.
La parte finale del v. 8 che chiude con una domanda è una aggiunta posteriore, che ha lo scopo di inculcare la perseveranza nella fede. Il ritardo della parusia, l’ostilità e le persecuzioni crescenti avevano provocato un raffreddamento nella fede dei credenti. La comunità deve quindi ritornare a un genuino atteggiamento di vigilanza, perché Gesù al suo ritorno non la trovi impreparata. È necessario avere molta fede per continuare a resistere e ad agire, malgrado il fatto di non vedere il risultato. Chi aspetta risultati immediati, si lascerà prendere dallo sgomento.
Pregare sempre: come attuo questo comandamento nella mia vita?
Avverto Dio come un Padre che si prede cura anche di me? Con quanta convinzione e pazienza lo invoco?
Pregare senza stancarsi mai: facile a dirlo… e a farlo? Come vivo la mia preghiera?
Quali fatiche affronto e quali azioni compio per superarle con determinazione?
Quando il Figlio di Dio verrà, ci troverà addormentati, avviliti, riuniti in seduta permanente, oppure svegli, attivi e vigilanti?
Il mio aiuto viene dal Signore:
egli ha fatto cielo e terra.
non si addormenterà il tuo custode.
Non si addormenterà, non prenderà sonno
il custode d’Israele.
il Signore è la tua ombra
e sta alla tua destra.
né la luna di notte.
Il Signore ti custodirà da ogni male:
egli custodirà la tua vita.
da ora e per sempre. (Sal 120).
immagine: https://www.uachatec.com.mx/evangelio-y-lecturas-de-este-domingo/2/

