lunedì 10 agosto 2026

LA VEDOVA IMPORTUNA

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2) 
(Invocare)
O Dio, che per le mani alzate del tuo servo Mosè hai dato la vittoria al tuo popolo, guarda la tua Chiesa raccolta in preghiera: fa’ che il nuovo Israele cresca nel servizio del bene e vinca il male che minaccia il mondo, nell’attesa dell’ora in cui farai giustizia ai tuoi eletti che gridano giorno e notte verso di te. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
1Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: 2«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. 3In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. 4Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, 5dato che questa vedova mi dà tanto fasti­dio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». 6E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. 7E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? 8Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro il Testo
Nel capitolo 18 del vangelo di Luca, l’autore conclude il lungo insegnamento sulla fede, che aveva iniziato nel capitolo precedente con la richiesta dei discepoli a Gesù “Accresci la nostra fede”. Ma il nostro cammino di fede non dipende da Dio, come pure il farla fruttificare. La fede è la risposta degli uomini al dono d’amore che Dio dà a tutti. Per conservare e maturare nella fede, suggerisce Luca, occorre coltivare la preghiera personale, quotidiana, insistente. Una preghiera che si rivolge ad un padre che sa di cosa hanno bisogno i suoi figli, non rivolta ad un despota da corrompere. La vedova insistente riesce ad ottenere giustizia dal giudice corrotto e noi pensiamo di non ottenere giustizia dal Padre di Gesù Cristo?
Questo brano può farci uscire fuori pista: può essere un insegnamento sulla preghiera come può essere tutt'altra cosa. Una cosa è sicura mira al senso di giustizia in questa nostra società.
Per chiudere, diciamo che il fine di questo brano è la giustizia e il mezzo è la preghiera.
 
Sostare con la Parola (Meditare)
v. 1: Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai. 
Quest’introduzione ha lo scopo di collegare la parabola con la «piccola apocalisse» precedente, suggerendo un comportamento adatto al tempo dell’attesa.
La raccomandazione di “pregare senza stancarsi” appare molte volte nel Nuovo Testamento. Era una caratteristica della spiritualità delle prime comunità cristiane. Ed anche uno dei punti in cui Luca insiste maggiormente, sia nel Vangelo come negli Atti.
È importante capire le sfumature di questo versetto. Luca sottolinea le parole “sulla necessità”. In greco per indicare questa necessità, viene utilizzata la parola dein espressione che in Luca ricorre molte volte e indica abitualmente la passione come passaggio obbligato verso la resurrezione. E infine “senza stancarsi”, cioè quasi a riprendere le braccia alzate di Mosè in preghiera Luca riporta una espressione tipicamente paolina: mē enkakéin che significa “non lasciar cadere le braccia, non scoraggiarsi”. Il «pregare senza stancarsi» evoca allora ben più della stanchezza, rimanda all’abbandono delle armi da parte di un soldato durante il combattimento; dice: pregate senza deporre mai le armi, senza disertare. In realtà la parabola non punta sulla necessità della preghiera, ma sulla fiducia in Dio che, nonostante il ritardo, farà giustizia ai suoi fedeli.
vv. 2-3: In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. 
Qui vengono delineate le caratteristiche dei due protagonisti della parabola: un giudice e una vedova.
Il giudice è descritto in modo breve e incisivo come la figura tipica dell’empio, che non teme Dio e non si cura del suo prossimo. Anche la vedova viene descritta in modo conciso. Il lettore sa che le vedove, insieme agli orfani, rappresentano una categoria indifesa e esposta all’oppressione, perché prive di protezione contro gli sfruttatori e i prepotenti (cf. Es 22,21-23; Is 1,17.23; 9,16; Ger 7,6; 22,3). La protagonista del racconto appartiene a questa categoria, ma non è disposta ad accettare il sopruso di cui è vittima; perciò, si rivolge al giudice per avere giustizia.
In questo atteggiamento insistente abbiamo un esercizio a vivere un’esistenza contrassegnata da quella che i Padri chiamavano «memoria di Dio», di ricordare cioè che Dio è costantemente all’opera nella nostra esistenza e nella storia: questo ci condurrà a familiarizzarci con lui fino a discernere come vivere in modo conforme alla sua volontà.
vv. 4-5: Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fasti­dio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”. 
Il giudice non vorrebbe interessarsi di un caso per lui totalmente insignificante e rimanda a tempo indeterminato il suo intervento. Ma la donna non si rassegna alla situazione e fa ricorso all’unica arma in suo possesso, l’insistenza.
Il giudice è una persona cinica alla quale interessa soltanto il proprio interesse e non i bisogni delle persone. Ma all’insistenza della donna cambia pensiero. L’evangelista usa il termine “importunarmi”. È curioso il termine che adopera l’evangelista, che letteralmente è “a farmi un occhio nero”. Fare un occhio nero non significa tanto che questa vedova al giudice lo colpisca con un pugno, ma fare un occhio nero era un’espressione che significava “danneggiare la reputazione”.
Alla fine, il giudice, se non altro per liberarsi di tale molestia, cede e fa giustizia (ekdikeô) alla donna: ciò che prevale in lui non è il senso del dovere, ma il desiderio di non essere più importunato.
vv. 6-7: E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? 
Qui Gesù propone la sua interpretazione della parabola. Egli richiama l’attenzione dei discepoli non tanto sull’insistenza della donna, a cui sembrava rimandare l’introduzione, ma piuttosto sul giudice.
Nelle sue parole Gesù esprime il pensiero fondamentale della parabola. Se un giudice disonesto per motivi egoistici acconsente alle richieste insistenti di una vedova, quanto più Dio, che è padre buono, ascolterà le grida di implorazione dei suoi eletti. È l’atteggiamento del giudice il punto sul quale Gesù fa leva per illustrare il comportamento di Dio. Egli esprime il suo punto di vista con una domanda: «Ma Dio non farà giustizia per i suoi eletti che gridano a lui giorno e notte?».
In base al metodo rabbinico chiamato “qal wahomer” (ragionamento a fortiori), egli afferma che, se un giudice, per di più empio, alla fine si decide a fare giustizia alla vedova, maggior ragione Dio farà giustizia per i suoi eletti, dal momento che è un Padre premuroso e giusto.
L’espressione «fare giustizia (ekdikêsin)», usata sia per il giudice che per Dio, significa difendere i diritti di una persona, darle ragione, garantirle quello che le spetta. Per gli eletti, anche quando non sono oggetto di persecuzione, ciò significa proclamare pubblicamente, mediante l’attuazione piena del regno, che le loro scelte erano giuste e conformi alla volontà di Dio. Proprio la certezza che ciò avverrà rappresenta il punto saliente della parabola.
C’è ancora una domanda di Gesù: «E tarderà nei loro riguardi?». Egli dice che il tempo dell’attesa sarà breve: Dio farà presto giustizia agli eletti che gridano a lui. Questa idea però non è in sintonia con quanto l’evangelista intende dire nel suo vangelo, e cioè che la venuta finale del regno di Dio non è imminente. Perciò è più conveniente leggere queste parole non come una domanda, ma come una frase concessiva: «Anche se egli ha pazienza (makrothymei) con loro». Questa interpretazione è più verosimile: Gesù esorta gli eletti a non spaventarsi per il fatto che Dio tarda a intervenire. Dio ha pazienza, prende tempo, ma al momento opportuno interverrà.
v. 8: Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? 
Avremo il coraggio di aspettare, di avere pazienza, anche se Dio tarda a risponderci? Gesù conclude rassicurando i suoi discepoli: «Dio farà giustizia con celerità (en tachei)». L’espressione en tachei non significa «con celerità», ma «improvvisamente». In altre parole, il ritardo della parusia è una realtà con cui bisogna fare i conti, nella certezza che Dio, dopo aver lungamente pazientato, interverrà quando meno gli uomini se lo aspettano e farà giustizia ai suoi eletti.
La parte finale del v. 8 che chiude con una domanda è una aggiunta posteriore, che ha lo scopo di inculcare la perseveranza nella fede. Il ritardo della parusia, l’ostilità e le persecuzioni crescenti avevano provocato un raffreddamento nella fede dei credenti. La comunità deve quindi ritornare a un genuino atteggiamento di vigilanza, perché Gesù al suo ritorno non la trovi impreparata. È necessario avere molta fede per continuare a resistere e ad agire, malgrado il fatto di non vedere il risultato. Chi aspetta risultati immediati, si lascerà prendere dallo sgomento.
 
Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Pregare sempre: come attuo questo comandamento nella mia vita?
Avverto Dio come un Padre che si prede cura anche di me? Con quanta convinzione e pazienza lo invoco?
Pregare senza stancarsi mai: facile a dirlo… e a farlo? Come vivo la mia preghiera?
Quali fatiche affronto e quali azioni compio per superarle con determinazione?
Quando il Figlio di Dio verrà, ci troverà addormentati, avviliti, riuniti in seduta permanente, oppure svegli, attivi e vigilanti?
 
Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?
Il mio aiuto viene dal Signore:
egli ha fatto cielo e terra.
 
Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.
Non si addormenterà, non prenderà sonno
il custode d’Israele.
 
Il Signore è il tuo custode,
il Signore è la tua ombra
e sta alla tua destra.
 
Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte.
Il Signore ti custodirà da ogni male:
egli custodirà la tua vita.
 
Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri,
da ora e per sempre. (Sal 120).
 
L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Accogliamo dentro il nostro cuore il sano rimprovero di Gesù, il suo sano realismo, la sua sconcertante provocazione. Conserviamo la fede nelle avversità, non demordiamo, non molliamo, ma continuiamo con costanza la disarmata e disarmante battaglia del Regno. Amen.



immagine: https://www.uachatec.com.mx/evangelio-y-lecturas-de-este-domingo/2/
 

giovedì 9 marzo 2023

PIETRO

Invocare

O Dio, tre volte santo, che hai scelto gli annunciatori della tua parola tra uomini dalle labbra impure, purifica i nostri cuori con il fuoco della tua parola e perdona i nostri peccati con la dolcezza del tuo amore, così che come discepoli seguiamo Gesù, nostro Maestro e Signore.
Egli è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

In ascolto della Parola (Leggere) (Lc 5,1-11)

1Mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, 2vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. 3Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. 4Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: "Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca". 5Simone rispose: "Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti".
6 Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. 7 Allora fecero cenno ai compagni dell'altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. 8 Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: "Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore". 9 Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; 10 così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: "Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini". 11 E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Silenzio meditativo lasciando risuonare nel cuore la Parola di Dio

Per introdurci

Pietro viene rappresentato in tutti i vangeli come l'apostolo che ha un ruolo importante e di guida nel gruppo dei discepoli di Gesù. Nel Vangelo lo incontriamo come un uomo pieno di difetti e debolezze.
Gesù qui lo chiama e gli cambia il nome in "Cefa" che significa "roccia", "saldezza". Infatti, nella Bibbia infatti Dio è spesso definito come roccia che ci sostiene.
Al cambiamento del nome Pietro non corrisponde, dà più l'impressione di una persona non sicura; è generoso, spesso impulsivo, facile ad entusiasmarsi come ad impaurirsi, tradisce il Signore ma subito dopo si pente.
Qui presentiamo, per non dilungarci, una versione della chiamata di Pietro presa dal Vangelo di Luca, che a differenza di Matteo e Marco, Luca introduce la vocazione dei primi discepoli di Gesù (Pietro, Giacomo e Giovanni), solo dopo i miracoli di Cafarnao e aggiunge il racconto della pesca miracolosa che l'evangelista Giovanni presenta dopo la risurrezione (21, 1-11). 
Nel vangelo Pietro s’incontra con la santità divina presente in mezzo agli uomini; e anche lui reagisce con la consapevolezza dolorosa del proprio peccato. Pietro è l'uomo che si rende conto della sua condizione di peccato non di fronte a una manifestazione straordinaria di gloria, ma di fronte a un grande atto di amore.

Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 1: “la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio...”. 
Ci troviamo nei pressi del lago insieme a Gesù. Siamo mescolati con quella folla che circonda Gesù. Ci sta una fame della Parola, una fame che apre nuovi orizzonti; è la risposta all'invito perenne del Padre, che percorre tutta la Scrittura: "Ascolta, Israele!" (Dt 6, 4) e "Se il mio popolo mi ascoltasse!" (Sal 80, 14). È come se la folla dicesse: "Sì, ascolterò che cosa dice Dio, il Signore" (Sal 85, 9). Ma l'ascolto che ci viene indicato e suggerito è completo, non superficiale; è vivo e vivificante, non morto; è ascolto della fede, non dell'incredulità e della durezza di cuore.
“Gesù, stando presso il lago”. 
Gesù sta presso il lago e inizialmente è in piedi cioè nella tipica posizione che assumerà dopo la sua Risurrezione: egli è il Signore in mezzo ai suoi. Matteo e Marco dicono invece: “lungo il mare”. Sembra che lo sguardo sia oltre il mare: ci si prepara per un grande Esodo. Bisogna attraversare il lago. Il punto di arrivo di tale Esodo sarà Gerusalemme, la Croce e la Risurrezione. Si faccia attenzione che Luca a differenza di Matteo e Marco non nomina mai Andrea, perché tutto il racconto si impernia sulla figura di Simone-Pietro capo della futura Chiesa.
vv. 3-4: “Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò”. 
In quest'ascolto della parola il Maestro chiede un favore: mettergli a disposizione la barca della propria vita, della propria esistenza, perché dalla barca lui possa ammaestrare le folle. Gesù scende, si siede, prende dimora in mezzo a noi, si abbassa fino a toccare la nostra terra e da questa piccolezza ci offre il suo insegnamento, la sua Parola di salvezza. Anche Matteo fissa la stessa azione di Gesù all'inizio del suo ministero: "...salì sulla montagna e messosi a sedere" (Mt 5, 1); lo stesso fa Marco: "...là restò seduto" (Mc 4, 3) e anche Gv 6, 3: “Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli”.
In questo suo ammaestrare, Gesù chiede qualche cosa di più, nel senso che chiede un comportamento sulla fiducia basandosi solo sulla sua Parola. 
Nel primo caso Gesù chiedeva semplicemente un servizio, e un servizio per amicizia, per affetto, e per buon cuore lo si può fare. Ma “Prendi il largo e calate le reti per la pesca” vuol dire: accettare di compiere un gesto che umanamente appare, secondo la valutazione di Pietro e degli altri pescatori, inutile, una fatica per niente; e questo lo si può fare solo sulla fiducia. Un tempo Dio aveva detto ad Abramo con la stessa perentorietà: “Esci dalla tua terra” (Gen 12, 1). Gli strumenti per la pesca sono le reti: esse non fanno morire ciò che vi è preso ma lo conservano. Lo traggono dagli abissi tenebrosi alla luce, dal profondo alla superficie.
v. 5: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla”. 
Simone, il pescatore dichiara il suo fallimento. Egli si rimette al lavoro ma ora al servizio della Parola di Gesù e il lavoro rende. Ma deve proprio pescare di giorno? Sì, egli deve capire che non è per la propria forza e volontà che agisce. È di giorno che agisce perché obbediscono al sole, Gesù, che è risorto per rischiarare chi sta nelle tenebre. Gesù è la Parola che opera ciò che dice e in questo caso Simone deve capire che non sono le cause naturali che operano.
Negli Atti degli Apostoli, l’evangelizzatore Filippo deve andare a mezzogiorno su una strada deserta dove non c’è nessuno, ad evangelizzare (At 8, 26). Gli sforzi umani non approdano a nulla senza l’aiuto del Signore. D’ora innanzi è la Parola del Signore a guidare la vita di Simone.
“sulla tua parola getterò le reti”. 
Questa frase è ricca di significato, perché ricca di fede. A quella dimensione di maturazione attraverso la parola del Signore che diventa più importante e determinante nelle scelte di ogni altra prospettiva; in questo caso più importante che l’esperienza professionale dei pescatori. In questa esperienza c'è una obbedienza fattiva alla Parola. Il Signore ci chiede di obbedire a Lui, di obbedire anche quando sembra che l’obbedienza debba rivelarsi inefficace e inutile: non importa, si tratta di obbedire al Signore. E alla fine, riconoscere che quella pesca abbondante che ne è venuta non è frutto del nostro lavoro.
v. 6: “Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano”. Abbiamo qui dei verbi messi al plurale. Però dal racconto cogliamo che è solo Simone l'interpellato, quasi ad indicarci che nella moltitudine il Signore ha una paraola personale per ciascuno di noi. Simone occupa e risponde per noi alla parola del Signore sperimentando il capovolgimento di situazione dopo aver detto “sulla tua parola getterò le reti”: le reti vuote, di giorno, diventano piene. È l’esperienza di chi si abbandona totalmente all’obbedienza. Non è solo Simone, ma sei tu, sono io a doverlo sperimentare.
v. 7: “fecero cenno ai compagni dell'altra barca, che venissero ad aiutarli”. 
Ci sta una fatica da condividere: è la fatica della pesca, della ricerca fruttuosa. Nel vangelo vi è una parola greca “syllabasthai” che noi traduciamo con “aiutarli”. Sarebbe il caso di dargli il suo giusto peso traducendola con “concepirli” perché è proprio la stessa parola che viene usata per dire che Maria “concepì” nel suo grembo il frutto della sua obbedienza. La Parola di Dio riempie Maria, la stessa Parola riempie le barche. Essa è Gesù che attira con sé i molti fratelli alla salvezza.
v. 8: “Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore”. 
Pietro avverte nel suo grande stupore per la prodigiosa pesca la sua realtà di peccatore. Ognuno di noi con lui ci possiamo immedesimare in questo ricordando cosa dice il profeta Isaia: "Io sono perduto perché sono un uomo dalle labbra impure" (Is 6,5). Ed esprime, quindi, quella consapevolezza che è in tutta la Bibbia, e cioè che l’uomo di fronte alla santità di Dio rimane schiacciato, rimane annientato, tanto è diversa questa santità di Dio dalla sua condizione umana, dalla impurità che l’uomo si porta dentro al cuore. E allora “Signore, allontanati da me che sono un peccatore” esprime questo: in qualche modo Pietro ha visto in Gesù di Nazaret la gloria di Dio, la bellezza e lo splendore di Dio. Ed è questo che, dentro un vero percorso spirituale, sempre deve avvenire.
In questo percorso ci si umilia non perché umiliati, ma per l’abbondanza della pesca, per la copiosità del dono della grazia. Cosa ha portato Simone a dichiararsi peccatore? Ciò che precede è l’abbondanza con la quale Gesù manifesta la sua presenza. Gesù non umilia, non accusa Pietro; gli fa vedere che le reti si strappano e la barca affonda: gli fa vedere e vivere l’abbondanza della sua misericordia. Gesù non umilia ma rende umili per l’abbondanza della sua misericordia. Il Signore fa sentire a Pietro quanto lo ama. Pietro trabocca di questa misericordia e ha bisogno della comunione per condividere la sovrabbondanza della misericordia di Dio.
v. 10: “Non temere”. 
In questo percorso spirituale, Gesù dice a Simone le stesse parole rivolte dall’angelo a Zaccaria e a Maria e che significano: abbi fiducia. Simone riceve dal Signore la sua missione di essere pescatore di uomini proprio nel momento in cui si scopre non pietra sicura, ma pietra inaffidabile, scivolosa “peccatore”. La vera pietra che fa da fondamento è la totale assoluta fiducia nel Signore: è il compito di ogni discepolo di Gesù.
Il Signore gli dice, infatti, “sarai pescatore di uomini” il testo greco svela il senso della pesca di Simone e dice: pescherai uomini perché vivano, cioè li strapperai all’abisso delle acque perché vivano. L’umanità è immersa nella perdizione, nel peccato e nella morte. Simone deve battersi perché gli uomini escano vivi dalle acque e continuino a vivere. Gesù è venuto a salvare ciò che era perduto (Lc 19, 10). Simone gli è l’aiutante.
Non si tratta solo di prendere gli uomini e di convertirli, ma di far sì che la nostra vita sia una predicazione vivente. Se la forza dell’amore della santa Trinità penetrerà in noi, in tutto ciò che viviamo, se saremo abbastanza silenziosi da fare instancabilmente ritorno a lui, la forza stessa del suo amore, che vuole che tutti gli uomini vivano, anche chi ha commesso i crimini peggiori, questa forza abiterà in noi. È questa la profondità, l’ampiezza dell’amore del nostro Dio, capace di abbattere tutti i muri eretti dall’odio e di rendere irrisorie tutte le potenze di questo mondo. Allora veramente la passione stessa di Dio, il quale vuole che ogni essere umano viva e viva in eterno, diverrà la nostra passione. È questo il diventare discepoli di Gesù.
v. 11: “E tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono”. 
Il verbo "seguire" è molto intenso, è forte, sconvolgente. In queste parole abbiamo la fede autentica. Gettare le reti sulla Parola del Signore è un piccolo atto di fede, un piccolo atto di fiducia, che impegna per una giornata, tanto quanto ci vuole per calare le reti e ritirarle su; ma lasciare tutto e seguirlo, vuol dire impegnare tutta la propria esistenza. Questo non è possibile senza avere intravisto nella vita di Gesù la presenza stessa di Dio, dell’amore e della santità di Dio. Ed il legame con il Signore diventa definitivo.
Nel vangelo possiamo notare che Gesù si era rivolto solo a Simone e indirettamente lo aveva esortato a seguirlo. Ma qui a conclusione viene detto che anche gli altri condividono la scelta di Simone. Si dice: “lasciarono tutto”: la loro vita cambia radicalmente. Incontrare Gesù e fidarsi della sua Parola porta a considerare tutto il resto secondario rispetto a lui.

Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La Parola illumina la vita e la interpella
Quando la nostra vita diventa abitudinaria e la ormeggiamo?
Qual è la Parola che oggi mi fa fremere il cuore? Su quella Parola sono disposto a gettare le reti anche se razionalmente non è logico?
C’è qualcosa di nuovo, qualcosa che cambia nell’esperienza quotidiana, quando ci fidiamo del Signore?Cosa vuole il Signore da me?
Immaginando la propria vita come una barca: che posto occupa concretamente il Signore (a prua, sottocoperta, albero maestro, vela,…)?

Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare,
mi prostro verso il tuo tempio santo.

Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza.

Ti renderanno grazie, Signore, tutti i re della terra,
quando ascolteranno le parole della tua bocca.
Canteranno le vie del Signore:
grande è la gloria del Signore!

La tua destra mi salva.
Il Signore farà tutto per me.
Signore, il tuo amore è per sempre:
non abbandonare l’opera delle tue mani. (Sal 137).

L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Gesù rovescia la nostra vita! Nella vita ognuno di noi prende tante decisioni, anche grandi ed impegnative, ma il Signore parla nelle circostanze ordinarie della vita. Ascoltiamolo!!!


immagine: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Chiamata_di_san_pietro,_uffizi.jpg