venerdì 20 maggio 2011

ANNA, madre di Samuele

invocare
Signore, Dio Padre, io non conosco il mio avvenire ma so che lo conosci Tu che mi vuoi bene.
Fammi conoscere e amare ciò che Tu vuoi da me, perché il Tuo progetto su di me si realizzi.
Donami un cuore limpido, capace di accogliere la Tua parola.
Tu vuoi che nel mondo sia utile anch'io, che la mia vita sia donata con amore: fammi degno, Signore, di questa chiamata.
Dammi la forza di seguirti e rendimi capace di sviluppare i doni che mi hai dato; fammi docile alla voce dello Spirito Santo.
Fa’ che sempre, come Maria io compia con amore ciò che piace a Te.

lectio (1Sam 1,9-11)
1, [9] Anna, dopo aver mangiato in Silo e bevuto, si alzò e andò a presentarsi al Signore. In quel momento il sacerdote Eli stava sul sedile davanti a uno stipite del tempio del Signore. [10] Essa era afflitta e innalzò la preghiera al Signore, piangendo amaramente. [11] Poi fece questo voto: "Signore degli eserciti, se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me, se non dimenticherai la tua schiava e darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo".

Il brano preso in considerazione, riguarda la preghiera di Anna, moglie di Elkana, al Signore piena di desiderio di avere un figlio.
Quale cammino vocazionale può presentarci questa donna, che sembra che “cammini nell’oscurità” come lo fu Sara, rebecca, Rachele, come la madre di Sansone e la madre del Battista, Anna era sterile (1,5).
Noi conosciamo questa donna perché madre di Samuele, ma forse, non conosciamo uno sfondo teologico.
Anzitutto bisogna evidenziare l’azione di Dio. «Infatti sta scritto: Ti ho costituito padre di molti popoli; (è nostro padre) davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all'esistenza le cose che ancora non esistono» (Rm 4,17).
In seconda analisi non bisogna dimenticare la gratuità di Dio che continua a portare avanti il suo piano di salvezza. È una grazia e guarda caso il nome di Anna in ebraico significa proprio “grazia”. Anna ha ottenuto quella grazia da Dio del dono della maternità.
Quale maternità per ciascuno di noi? Il brano ci colloca all’origine dell’uomo e della donna: «Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi”» (Gen 1,28). In seguito, Dio, comunicando le conseguenze del peccato, dirà alla donna: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. verso tuo marito sarà il istinto, ma egli ti dominerà» (Gen 3,16).
Questa è una Parola che rivela come sia proprio della donna il desiderare figli.
Il tema della maternità è presentata da una parte come opportunità offerta da Dio alla donna perché si riscatti e realizzi il progetto divino che la riguarda nella femminilità. Dall’altra, se non vive in un continuo stato di conversione, questo dono si può trasformare in un idolo, in una falsità a cui farà sempre eco il senso della propria vita, oltre al legame affettivo per il proprio figlio.
Il brano risaltà Anna come una donna castigata da Dio, ma che trova forza e rifugio nella preghiera, unica sua speranza; e sarà la sua preghiera ad aprirgli nuovi orizzonti.
«Anna era afflitta e innalzò la preghiera al Signore, piangendo amaramente» (v. 10). È il momento buio della vita della donna che si abbandona alla preghiera, a quel rapporto confidenziale con Dio. La sua afflizione il suo pianto amaro non è altro che un cammino di trasformazione interiore, che occupa la sua mente, la sua volontà, la sua emozione, la sua memoria. Anna cade in un profondo silenzio per ascoltare la Parola di Dio.
Anna è radicata nella sua natura attraverso la preghiera. Ella è cosciente di essere carente (infatti la parola “pregare” deriva dal latino “precari” cioé “essere carenti”), è cosciente dei limiti della sua condizione umana. Ed è questa stessa condizione umana che vuole avvicinare a Dio e vuole imparare, in qualche modo, ad ascoltarlo.
Ella capovolgendo la sua situazione “di comodo” si reca al tempio. «Ti cerchiamo addolorati - scive Origene - […] Quando tu cercherai il Figlio di Dion cercalo dapprima nel Tempio, affrettati ad andare nel tempio, e lì troverai il Cristo, Verbo e Sapienza, cioé Figlio di Dio».
In questo luogo sacro chiede a Dio il dono della maternità aggiungendovi un voto sorprendente perché contro natura di una mamma e forse, possiamo dire, che il voto è Dio stesso a suggerirlo: «Se vorrai considerare la miseria della tua schiava … e darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo» (v. 11).
Anna capisce che deve iniziare un faticoso itinerario di fede che le farà scoprire un altro volto di Dio e il dono che riceverà in cambio lo perderà per la salvezza. infatti, con la fede ella entra sempre più nel progetto di salvezza che Dio sta attuando.
Anna ha imparato ad ascoltare Dio. Ha imparato che nella storia vi sono segni preziosi del compimento del volere di Dio, ma sono velati e possono essere colti solo attraverso una rivelazione di luce interiore.
Anna è una figlia di Israele e ritenere nel cuore gli avvenimenti della storia salvifica, per ella è una questione di vita. «Ora dunque, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, perché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso del paese che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi. Le osserverete dunque e le metterete in pratica perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli» (Dt 4,1.6).
Nelle sue parole vi si legge una educazione da parte di Dio, perché riconoscendo la sua maternità come dono di Dio, non ha voluto impossessarsene. È una materntà dilatata, perché avviene un distacco che si fa dilatazione della vita. Chiunque sperimenta il distacco sa benissimo che la vita gli sembra più stretta, misera, povera, perché perdiamo qualcosa di bello.
Anna ci insegna a saper ascoltare Dio nel silenzio, perché solo nel silenzio si può cogliere il mistero delle cose perché con la sua Parola ogni distacco, in realtà, arricchisce la vita, perché «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).
Impariamo da Anna, madre del profeta Samuele, come, fin dal concepimento, del figlio, giorno dopo giorno, sia vitale liberarsi dall’immaginarlo come prolungamento di se stessi, proiezione delle proprie aspettative e non della verità che è dentro di noi.
L’unica appartenenza possibile è quella reciproca dell’uomo con Dio: «Chi osserva i suoi comandamenti dimora in Dio ed egli in lui. E da questo conosciamo che dimora in noi: dallo Spirito che ci ha dato» (1Gv 3,24); ecco il vero tempio: l’uomo e Dio che dimorano l’uno nell’altro a consolidare quell’immagine e somiglianza secondo la quale siamo stati creati.

interrogarsi
1. Quale meraviglia, nella fede, suscita in te l’esperienza di Anna?
2. Anna ha imparato ad ascoltare Dio e tu?
3. Vivi la tua vita in piena libertà, nel faticoso itinerario di fede che ti farà scoprire un altro volto di Dio, capace di offrire la tua vita come segno di speranza riconoscendo in essa un dono del Signore?
4. Uomo o donna, chiunque tu sia, a quale maternità ti senti chiamato/a?

preghiera
«Quanto sono amabili le tue dimore, Signore degli eserciti!
L'anima mia languisce e brama gli atri del Signore.
Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente.

Beato chi abita la tua casa: sempre canta le tue lodi!
Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio.

Passando per la valle del pianto la cambia in una sorgente,
anche la prima pioggia l'ammanta di benedizioni.
Cresce lungo il cammino il suo vigore,
finché compare davanti a Dio in Sion.

Signore, Dio degli eserciti, ascolta la mia preghiera,
porgi l'orecchio, Dio di Giacobbe.
Vedi, Dio, nostro scudo, guarda il volto del tuo consacrato.
Per me un giorno nei tuoi atri è più che mille altrove,
stare sulla soglia della casa del mio Dio
è meglio che abitare nelle tende degli empi.

Poiché sole e scudo è il Signore Dio; il Signore concede grazia e gloria,
non rifiuta il bene a chi cammina con rettitudine.
[Signore degli eserciti,
beato l'uomo che in te confida» (Salmo 84 [83], 2-3.5-13).

actio
Dedica, ogni giorno, parte della tua vita all’ascolto della Parola del Signore, scoprendovi in essa la Parola di Dio per te da attuare nella vita quotidiana.

SAMUELE

Invocare
Vento impetuoso e libero,
Spirito d’Amore e di novità,
scuotimi dalle mie comodità,
dai miei gesti di egoismo.

Soffio dell’amore di Dio,
Spirito Santo, mandaci
un raggio della tua luce.

Soffia come e quando vuoi
Su di noi, e infondici una vita nuova.
Facci rinascere rinnovati
dal tuo grande amore per noi.



Così, a poco a poco
anche noi diventeremo
più buoni e più amici di Gesù. Amen.

lectio (1Sam 3,1-10)
[1] Il giovane Samuele continuava a servire il Signore sotto la guida di Eli. La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti. [2] In quel tempo Eli stava riposando in casa, perché i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere. [3] La lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele era coricato nel tempio del Signore, dove si trovava l'arca di Dio. [4] Allora il Signore chiamò: "Samuele!" e quegli rispose: "Eccomi", [5] poi corse da Eli e gli disse: "Mi hai chiamato, eccomi!". Egli rispose: "Non ti ho chiamato, torna a dormire!". Tornò e si mise a dormire. [6] Ma il Signore chiamò di nuovo: "Samuele!" e Samuele, alzatosi, corse da Eli dicendo: "Mi hai chiamato, eccomi!". Ma quegli rispose di nuovo: "Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!". [7] In realtà Samuele fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. [8] Il Signore tornò a chiamare: "Samuele!" per la terza volta; questi si alzò ancora e corse da Eli dicendo: "Mi hai chiamato, eccomi!". Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovinetto. [9] Eli disse a Samuele: "Vattene a dormire e, se ti si chiamerà ancora, dirai: Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta". Samuele andò a coricarsi al suo posto.
[10] Venne il Signore, stette di nuovo accanto a lui e lo chiamò ancora come le altre volte: "Samuele, Samuele!". Samuele rispose subito: "Parla, perché il tuo servo ti ascolta".



Samuele, secondo l’etimologia ebraica Semu’el significa: il “nome di Dio”, in altre parole “il suo nome è El”.
Per rifarci a questo, il Testo sacro ci rimanda a 1,20 quando Anna, madre di Samuele domandò al Signore di avere un figlio.
Il verbo che gioca in queste parole è sa’al (domandò), da cui viene il nome Sa’ul (domandato) (cfr. 1Sam 1,28).
Samuele ci appare nell’Antico Testamento come figura poliedrica: sacerdote, profeta e giudice. Vive un momento di transizione ed è incaricato di gestirlo come protagonista. Anche la sua chiamata al ministero profetico avviene in un momento preciso della storia del popolo.
Proviamo ad aprire la porta della Parola per leggere la situazione di allora per noi oggi.
«La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti. In quel tempo Eli stava riposando in casa, perché i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere» (vv. 1-2).
Questi versetti, ci presentano il frutto di un momento di crisi, di una storia triste, infeconda dal punto di vista della fede. C’è una incapacità di Eli a resistere alle forze disgregatrici che devastano la sua famiglia gettandola nell’incredulità e nella morte (1Sam 2,12-17); inoltre è incapace di mantenere i suoi figli nella fedeltà all’Alleanza (1Sam 2,22-30).
A questa triste storia di peccato, di disordine della vita interiore spirituale, può far da contrasto un’altra storia, quella di Elkana, Anna e Samuele (cfr. 1Sam 1,9-20; 2,1-10), dove questa donna retta, fedele all’Alleanza, riceve la vita mentre Eli, incapace di mantenere la propria famiglia nell’Alleanza di JHWH, riceve la morte.
In questo contrasto abbiamo il giovane Samuele che serve il Signore (2,11), cresce in statura e grazia (1Sam 2,26; cfr. Lc 2,52) a differenza dei figli di Eli, che non conoscono il Signore e crescono nella malizia e disprezzo di Dio (2,12).
Questi sono i segni di speranza in questa triste storia dell’Alleanza tradita; sono i segni positivi che si intrecciano con quelli negativi. Ma questa storia, oltre a definirla “triste”, nello stesso tempo è una storia di speranza. Perché?
Dice la Parola: «La lampada di Dio non era ancora spenta» (v. 3). Questa frase la troviamo subito dopo aver detto che la Parola era “rara” e le visioni non erano “frequenti”.
In questa “rarità e frequenza” troviamo il filo di speranza, racchiuso nella lampada di Dio ancora accesa che vuole indicare la notte, un’ora propizia per la rivelazione, perché in quel momento della notte cessa il rumore delle cose, riposano i sensi del corpo e si ridestano quelli dell’anima.
In questa storia buia, abbiamo ancora un po’ di luce. In questa notte qualcosa ancora brilla, qualcuno veglia, tanto quanto basta perché Dio svegli il sonno di Eli e di Samuele.
Anche noi abbiamo una storia triste, buia; anche in noi vive quel disordine spirituale che anche per noi la Parola è “rara” e le “visioni non sono frequenti”, che sentiamo preziosa la Parola di Dio, perché alimento alla nostra vita, ci conforta, ci guida, ci da’ vita. Dice il salmista: «Lampada ai miei passi è la tua Parola, luce sul mio cammino» (Sal 119,105. Cfr. anche 119,107.130).
In questa luce della Parola, Samuele scopre di essere chiamato dal Signore. Nei vv. 4-8, abbiamo l’azione di Dio che chiama, ma Samuele, pur vivendo al Tempio, non sa riconoscere la voce di Dio, la confonde con le altre a lui più familiari.
Per tre volte Dio chiama. È la fatica di Dio per svegliare il giovane dal sonno, la fatica di tirarlo fuori della notte, perché non aveva una esperienza matura, piena, intensa di Dio.
Egli qui le fa da mediatore, lo aiuta nel discernere la sua voce, la sua Parola, lo aiuta a discernere la voce familiare dalla voce di Dio (vv. 8-9).
Grazie a questo discernimento che Samuele è consapevole che è Dio a chiamarlo; riconosce infatti la Parola del Signore e come un bambino, si affida ad essa, non si tira indietro (v. 10).
Nella vocazione di Samuele ognuno dal più giovane al più anziano può scoprire la sua vocazione, anche se non tutti corrispondiamo a questa chiamata, non tutti siamo sempre pronti. Dio intanto chiama, bussa sempre, senza sosta.
Il cristiano è l’uomo in continua ricerca, sempre in ascolto della Parola di Dio che lo chiama e via via gli rivela il grande mistero, sempre cosciente di avere conosciuto soltanto una piccola parte dell’infinito dono di Dio e quindi di non aver colto se non un inizio del disegno divino che «zampilla fino all’eternità» (cfr. Gv 4,14).
In questo scenario ognuno può scoprire il gusto di intrattenersi con Dio e viceversa, “far riprendere a Dio il gusto a parlare con ciascuno di noi” per anche noi possiamo comunicare e portare a tutti i cuori Dio.

interrogarsi
1. Quale “voce” nella mia vita che mi fa camminare verso Dio?
2. Qual’è la mia fatica nell’ascolto della Parola del Signore?
3. Nella mia vita c’è un segno di speranza o continuo a chiudermi “nell’ombra della morte”?
4. Riesco anch’io ad essere mediatore tra Dio e la gente come il sacerdote Eli?

preghiera
«Indicami, Signore, la via dei tuoi decreti
e la seguirò sino alla fine.
Dammi intelligenza, perché io osservi la tua legge
e la custodisca con tutto il cuore.
Dirigimi sul sentiero dei tuoi comandi,
perché in esso è la mia gioia.
Piega il mio cuore verso i tuoi insegnamenti
e non verso la sete del guadagno.
Distogli i miei occhi dalle cose vane,
fammi vivere sulla tua via.
Con il tuo servo sii fedele alla parola
che hai data, perché ti si tema» (Sal 119,33-38).

actio
Spesso le nostre giornate sono piene di quelle mille “voci” che soffocano la voce più importante. Proviamo a metterle a fuoco facendo il proposito di rinunciarci almeno un poco, per dare spazio alla voce del Signore.

SALOMONE

invocare
Vieni, Spirito di verità, luce delle tenebre, ricchezza dei poveri consolazione dei peregrini! Deh, vieni, tu, refrigerio, sollazzo e nutrimento dell'anima nostra!
Deh, vieni e togli tutto quello che è in me di mio e infondi in me solo quello che è Tuo! Deh, vieni, tu che sei nutrimento d'ogni casto pensiero, circulo di ogni clementia e cumulo d'ogni purità!
Deh, vieni e consuma in me tutto quello che è cagione che io non posso esser consumato da te! Deh, vieni, o Spirito [Consolatore], che sei sempre col Padre e con lo Sposo Cristo Gesù» (Santa Maria Maddalena De’ Pazzi)


lectio (1Re 3,3-15)
3, [3] Salomone amava il Signore e nella sua condotta seguiva i principi di Davide suo padre; solamente offriva sacrifici e bruciava incenso sulle alture.
[4] Il re andò a Gàbaon per offrirvi sacrifici perché ivi sorgeva la più grande altura. Su quell'altare Salomone offrì mille olocausti. [5] In Gàbaon il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte e gli disse: "Chiedimi ciò che io devo concederti". [6] Salomone disse: "Tu hai trattato il tuo servo Davide mio padre con grande benevolenza, perché egli aveva camminato davanti a te con fedeltà, con giustizia e con cuore retto verso di te. Tu gli hai conservato questa grande benevolenza e gli hai dato un figlio che sedesse sul suo trono, come avviene oggi. [7] Ora, Signore mio Dio, tu hai fatto regnare il tuo servo al posto di Davide mio padre. Ebbene io sono un ragazzo; non so come regolarmi. [8] Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che ti sei scelto, popolo così numeroso che non si può calcolare né contare. [9] Concedi al tuo servo un cuore docile perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male, perché chi potrebbe governare questo tuo popolo così numeroso?". [10] Al Signore piacque che Salomone avesse domandato la saggezza nel governare. [11] Dio gli disse: "Perché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te né una lunga vita, né la ricchezza, né la morte dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento per ascoltare le cause, [12] ecco faccio come tu hai detto. Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente: come te non ci fu alcuno prima di te né sorgerà dopo di te. [13] Ti concedo anche quanto non hai domandato, cioè ricchezza e gloria come nessun re ebbe mai. [14] Se poi camminerai nelle mie vie osservando i miei decreti e i miei comandi, come ha fatto Davide tuo padre, prolungherò anche la tua vita". [15] Salomone si svegliò; ecco, era stato un sogno. Andò in Gerusalemme; davanti all'arca dell'alleanza del Signore offrì olocausti, compì sacrifici di comunione e diede un banchetto per tutti i suoi servi.


Salomone, figlio di Betsabea e di Davide. Egli nasce da un’unione peccaminosa ma riscattata dal pentimento e dalla misericordia di Dio (cfr. 2Sam 12,24).
Il nome di Salomone ha la stessa radice del termine ebraico “shalom”, termine da uno spessore molto profondo per tradurlo nella forma tradizionale con pace. Infatti nello shalom non è inclusa la pace ma una grande benedizione, come il benessere (Gn 37,14), la prosperità (Is 66,12), il favore, l’amore (Ct 8,10), l’onestà, la rispettabilità (Is, 59,8), la prosperità e sicurezza del diritto (Is 32,17 s.), un bene (Gn 41,16; Ger 29,7).
Salomone regno 40 anni (970-930 a.C.). Egli è un giovane di una bontà immensa e di un cuore buono, largo e spazioso. Per la grande responsabilità ricevuta, si rivolge a Dio chiedendo solo sapienza, cuore docile. Troviamo la sua storia in 1Re 2-11 e in 2Cr 1-9.
La sua storia esperienziale si chiude male, però contiene un insegnamento. Ogni esperienza bisogna iniziarla bene e non solo: viverla con perseveranza. Salomone è partito bene ma lungo la strada si è smarrito nello sfarzo tanto fu costretto a mettere più tasse.
Il suo sincronismo religioso lo fece deviare conducendolo all’idolatria. Facendo così mandò in rovina la Casa di Davide e fallisce.
In questo fallimento Dio ricostruisce il casato davidico incarnandosi e divenendo “Figlio di Davide”. I Vangeli unanimemente trasmettono la notizia che il Messia è figlio di Davide. Sono principalmente i Vangeli di Matteo e Luca a fornirci la notizia della discendenza davidica di Gesù (cfr. Mt 1,20; 9,27; 12,23; 15,22; 20,30.31; 21,9.15; Lc 1,69; 18,39; 20,41.42), ma anche altri testi lo confermano (Mc 10,47.48; Rm 1,4; 2Tim 2,8).

Il brano proposto alla riflessione, descrive in pochissime parole il rapporto che aveva quest’uomo con Dio (cfr. v. 3), tanto che il profeta Natan lo chiama Iedidia, che in ebraico significa “prediletto del Signore” (2Sam 12,25), una predilezione che nel NT, ogni discepolo di Cristo Gesù, sarà il “prediletto del Signore” ad immagine dell’Unigenito Figlio.
Nel vangelo di Giovanni, l’espressione compare sei volte: Gv 13,23; 19,26; 20,2; 21,7.20.24. In Giovanni il “prediletto del Signore” o “il discepolo amato” si vuole tipizzare il ritratto del discepolo ideale, perciò l’espressione assume un valore simbolico. Scriveva il teologo Max Thurian: «Egli è la personificazione del discepolo perfetto, del vero fedele di Cristo, del credente che ha ricevuto lo Spirito».
Salomone è ricordato nella tradizione biblica come il re, per eccellenza, ripieno di saggezza divina da lui stesso richiesta (cfr. v. 9).

Chi è il sapiente secondo la cultura biblica?
Salomone è considerato il fondatore della lettura sapienziale. Egli chiede il dono della sapienza per governare Israele e Dio gli concede un cuore saggio.
La saggezza di cui Salomone è la figura esemplare è quella forma di conoscenza che non inerisce all’intelligenza ma al cuore: «concedi al tuo servo un cuore docile» (v. 9) il cui fine o senso riguarda l’ordine della giustizia: «perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male» (v. 9). Salomone chiede una interiorità, un discernimento, una profonda motivazione, una fonte di decisioni, capacità di imparare e insegnare, capacità di farsi condurre e di condurre, capacità di ascoltare e di rispondere, perché l’uomo abbia il suo giusto posto, secondo il cuore di Dio.
L’atteggiamento di Salomone fa riportare alla mente quella preghiera attribuita a Mosè e ripeterla spesso: «Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore» (Sal 90,12. Cfr. Gen 2-3 e Dt 32). Il Salmo 90 è una meditazione di una comunità dove trova nel Signore rifugio stabile ed eterno. A partire dall’esperienza del dolore, la comunità medita sulla caducità umana e sulla realtà della morte.
Per questo il salmista chiede di conquistare la “sapienza del cuore” che aiuta a discernere il cammino e a percorrerlo secondo la volontà di Dio.
Di tutto questo l’orante è certo perché insiste da sempre su questo motivo: «Rivelami, Signore, la mia fine; quale sia la misura dei miei giorni e saprò quanto è breve la mia vita» (Sal 39,5).
Non è una richiesta di conoscere quando è il giorno della nostra morte, ma di imparare a vivere con sapienza, coscienti di dare a questa vita la dignità perduta, di renderla ogni giorno degna agli occhi di Dio e del popolo, così come mostrano coscientemente i successivi vv. 6-7 del Salmo: «Vedi, in pochi palmi hai misurato i miei giorni e la mia esistenza davanti a te è un nulla. Solo un soffio è ogni uomo che vive, come ombra è l'uomo che passa; solo un soffio che si agita, accumula ricchezze e non sa chi le raccolga».
Dalle parole del Salmista è importante riconoscere il cuore anelante, non solo quello nostro, ma di tutti. Il cuore dell’uomo, ricordiamolo, è sempre assetato, perché è sempre alla ricerca. Questa continua sete, sant’Agostino la definiva “cuore irrequieto” (Confessioni, 1,1,1). Ogni esperienza spirituale è un invito a “mantenere vive l’inquietudine della ricerca spirituale, l’inquietudine dell’incontro con Dio e l’inquietudine dell’amore” (Papa Francesco). Poiché la ricerca spirituale e l’incontro del Signore portano ad un cammino che per quanto sia difficile e faticoso, non può scoraggiarci. L’inquietudine dell’amore invece ci deve spingere “ad andare incontro all’altro, senza aspettare che sia l’altro a manifestare il suo bisogno”.
Si chiedeva il poeta francese Paul Valéry nella sua lirica “Disegno di un serpente”: «Esiste un cuore così duro da non potervi seminare un sogno?».
La Bibbia descrive questo sogno dell’uomo nel “cuore”, cioè in quello spazio della relazione dove l’io si apre all’altro non per prenderlo e comprenderlo, ma per accoglierlo e servirlo, come una madre che, nel suo grembo accoglie la vita e si consacra al mistero del suo sviluppo e della sua nascita: «Così agirà chi teme il Signore; chi è fedele alla legge otterrà anche la sapienza. Essa gli andrà incontro come una madre, l'accoglierà come una vergine sposa; lo nutrirà con il pane dell'intelligenza, e l'acqua della sapienza gli darà da bere» (Sir 15,1-3).
Infatti, è proprio in questo sogno che Salomone chiede il “cuore docile”, un “cuore giusto e buono” che non domanda per sé, ma per l’altro e la cui occupazione non è il desiderio dell’io da realizzare bensì il bisogno dell’altro da ascoltare: «hai domandato per te di amministrare la giustizia» (v. 11). In ebraico suona diversamente: «hai domandato per te l’intelligenza per ascoltare il diritto».
La Sapienza che va richiesta al Signore è credere che la cosa più importante della vita non è ampliare e realizzare lo spazio dell’io desiderante, ma metterlo in crisi e convertirlo in amore e responsabilità per l’altro.
In questo desiderio Dio è presente e compiacente dando fioritura al principio della bontà e della giustizia: «Ti concedo anche quanto non hai domandato, cioè ricchezza e gloria» (v. 13).
Salomone è colui che ha colto la sorgente che zampilla nella sua vita. Codesta sorgente è in ciascuno di noi, e non viene da fuori, perché «Il regno di Dio è in voi» (Lc 17,21). Anche la donna che aveva perduto la sua dracma non la ritrovò fuori casa, ma dentro la casa (Lc 15,8-10).
La Sapienza è un continuo “accendere la lampada” e “spazzare la casa” per ritrovare se stessi dove vi è l’immagine di Dio, quella stessa immagine posta fin dal principio (Cfr. Gen 1,26). Salomone fa’ risplendere dentro se stesso questa immagine di Dio da poter contagiare tutto e tutti (Cfr. 1Re 5).

Il “prediletto del Signore” sarà colui che fa risplendere in se stesso e negli altri «l’immagine dell’uomo celeste», il Figlio di Dio e dal suo seno sgorgherà per tutti, fiumi d’acqua viva (Gv 7,38).

interrogarsi
1. Quale sogno responsabile mi porto dentro?
2. In cosa consiste il “cuore docile” che Salomone invoca da Dio?
3. Come faccio risplendere l’immagine di Dio che è in me?
4. Quale saggezza vado coltivando: quella egoistica o una saggezza responsabile per l’altro?

preghiera
Cerco… sogno… desidero… voglio…
Ogni giorno, Signore, il mio volere sempre più… vuole.
Ma al mio cuore tutto questo non basta
e resta sempre più vuoto.
Ti prego, Signore, concedimi un cuore intelligente e saggio che sappia riconoscere il volto dell’altro. Amen.

actio
Ogni giorno medita la Parola, “accendi la lampada” e “spazza la casa” per ritrovare te stesso dove vi è l’immagine di Dio, facendola risplendere nel volto dell’altro.

mercoledì 27 ottobre 2010

LA VEDOVA DI SAREPHTA


Invocare
«Concedimi, o Signore, un po’ di tempo per le mie meditazioni sui segreti della tua scrittura. Non chiuderla a me che busso alla sua porta. Non senza uno scopo certamente tu, o Signore, facesti scrivere tante pagine piene di misteri. Non mancano certo gli amanti della parola santa che quali cervi si rifugiano in essa come in una foresta. In essa si ristorano. Scorazzano in essa da un angolo all’altro come in un prato. Vi pascolano. trovano riposo e ruminano.
O Signore, fa’ che anch’io giunga a tanto: rivelami la tua scrittura. Ecco, la tua voce è la mia gioia. La tua parola è il desiderio mio oltre ogni desiderio. dammi ciò che amo. Tu sai che io amo: tu mi hai dato di amare. Non abbandonarmi, Signore. Non trascurare questo filo d’erba che ha sete di te. Quando scoprirò i segreti dei tuoi libri, allora ti loderà l’anima mia» (Sant’Agostino).

lectio (1Re 17,7-16)17, [7] Dopo alcuni giorni il torrente si seccò, perché non pioveva sulla regione. [8] Il Signore parlò a lui e disse:
[9] "Alzati, và in Zarepta di Sidòne e ivi stabilisciti. Ecco io ho dato ordine a una vedova di là per il tuo cibo". [10] Egli si alzò e andò a Zarepta. Entrato nella porta della città, ecco una vedova raccoglieva la legna. La chiamò e le disse: "Prendimi un pò d'acqua in un vaso perché io possa bere". [11] Mentre quella andava a prenderla, le gridò: "Prendimi anche un pezzo di pane". [12] Quella rispose: "Per la vita del Signore tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un pò di olio nell'orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a cuocerla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo". [13] Elia le disse: "Non temere; su, fà come hai detto, ma prepara prima una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, [14] poiché dice il Signore: La farina della giara non si esaurirà e l'orcio dell'olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra". [15] Quella andò e fece come aveva detto Elia. Mangiarono essa, lui e il figlio di lei per diversi giorni. [16] La farina della giara non venne meno e l'orcio dell'olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunziata per mezzo di Elia.

Dopo aver presentato la vocazione del profeta Elia come una irruzione di Dio nella storia che viviamo, lasciandoci nel momento in cui Elia “beveva al torrente”.
Col presentare la vedova di Sarephta, ci fa da introduzione la secca del torrente, la siccità che aumenta. Quel ‘poco’ carne, pane, acqua finiscono, ed il profeta per continuare il suo ministero, la sua esperienza di Dio, deve essere educato dai poveri a Sarephta, città della Fenicia e quindi terra pagana.
Ci incamminiamo in punta di piedi in questo brano, con una espressione paolina: «Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio» (1Cor 1,27-29).
In queste parole possiamo leggervi la vocazione di ciascuno di noi, anche della persona che, come Geremia, risponde al Signore così: «Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane» (1,6). È una debolezza che viene premiata, poiché, come è detto, il Signore «rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati […] protegge lo straniero, egli sostiene l’orfano e la vedova, ma sconvolge le vie degli empi» (Sal 146,7.9).
Dal Testo leggiamo che il piano di Acab viene sconvolto ed Elia trova rifugio e sostentamento assieme alla vedova e al figlio di lei.
La vedova si presenta con abiti da lutto, che raccoglie legna e alle parole del profeta che la invita a prendergli dell’acqua per dissetarlo, ella si presenta accogliente, si mette in movimento, la Parola stessa mette in movimento questa povera donna. Ma il profeta gli chiede insieme all’acqua anche del pane.
Certo adesso si presenta una difficoltà per la situazione che la vedova sta vivendo insieme al figlio: «Per la vita del Signore tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un pò di olio nell'orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a cuocerla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo» (v. 12). Il profeta la conforta.
La vedova è una donna pagana che mostrandosi nella sua semplicità e spontaneità nella più ardua disperazione, trova motivo di fiducia nella parola del profeta, nella Parola del Signore tanto da mettere in atto quanto dice il profeta.
L’obbedienza di questa donna ha permesso di anteporre la ragione a quanto le veniva detto, tutto ha permesso l’incontro con Dio, tanto che alla fine, la vedova farà la sua professione di fede: «Ora so che tu sei un uomo di Dio e che la vera parola del Signore è sulla tua bocca» (1Re 17,24).
Questa donna diventa modello di obbedienza, modello di ascolto di colei che accoglie la Parola con fede, perché «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» (Eb 11,1).
Il profeta sperimenta a casa di questa pagana, di questa vedova l’accoglienza e la solidarietà e la Parola e la Carità non si esauriscono.
La vedova è simbolo di una realtà piccola, povera (infatti Sareptha è una piccola città), dove ognuno può collocarsi, trovare il senso della sua vocazione: l’amore di Dio e l’amore del prossimo e il profeta, ha trovato senso alla sua vocazione.
La vedova per ciascuno di noi è esempio di condivisione dei valori che non si esauriscono mai, nonostante la siccità dominante all’esterno.
Anche Gesù presenta questo esempio di vita (cfr. Mc 12,41-44; cfr. anche Lc 4,25-26), ad andare alla sua scuola: ella è come Gesù… dona tutto se stessa (cfr. Lc 10,33-37). Anche in questa povera donna si manifesta una chiamata, un dono del Signore: essere profeta. Infatti, «Chi accoglie un profeta… avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche un solo bicchiere di acqua fresca auno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa» (Mt 10,41-42).
Da queste parole traspare che Gesù non si aspetta che i suoi discepoli, i suoi profeti vengano accettati in patria (cfr. Lc 4,24-26), ma c’é una missione che Lui ha ricevuto e per la quale è disposto a offrire la sua vita.
In qualche modo, anche la vedova di Sareptha offre la sua vita partendo dall’ascolto della parola del profeta nella condivisione della propria esistenza. L’espressione «non temere…» (v. 13) è la stessa parola di Dio che passa nella vita di tante persone che troviamo nella Bibbia, ma anche al di fuori di essa, perché è la carezza di Dio che tocca il cuore e chiama alla vita e alla donazione di sé.
La vedova è segno di una continua presenza di Dio nella storia di chi a Lui si affida per camminare, accogliere la Sua parola nella propria esistenza anche quando la vita si presenta dura, «Con tutta la tua anima e con tutta la tua forza» (Dt 6,4-5). Nella Mishnà, una parte del Talmud (sec. II d.C.), troviamo abbozzata una risposta: «Con tutta l’anima» vuol dire «perfino se Egli ti strappa l’anima», cioé fino al martirio; «con tutta la tua forza» significa «con tutti i tuoi beni», cioé con tutte le tue sostanze, alla vedova viene chiesto anche il figlio, il suo bene più prezioso, come lo fu per Abramo: «…prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò» (Gen 22,2).
La vedova è colei che si fida di Dio senza riservare niente per sé e senza aspettarsi da lui alcun miracolo, perché capace di giocare la propria vita su Dio, con un atteggiamento di fiducia, di apertura e di disponibilità completa alle sue vie e alla sua provvidenza. Ella è come la vedova del Vangelo che «nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere» (Mc 12,43-44) per divenire icona di una fede vissuta.

interrogarsi1. Nella tua precarietà o condizione di miseria, trovi spazio per accogliere la Parola di Dio?
2. Sei capace di obbedire, anteponendo la ragione a quanto ti viene chiesto dalla Parola di Dio, per conoscere “il Dio di Elia”?
3. Sei pronto anche tu, come la vedova, a condividere quel poco che hai senza difficoltà a credere in Dio che ha cura dei poveri?
4. Alle parole «non temere…», anche tu sei pronto a rispondere come la vedova con una sorta di giuramento, di fiducia in Dio, che ispira e guida a scelte di abbandono totale a lui?

preghiera
Nella nostra povertà, Signore, gridiamo a te all’estremo delle nostre forze. Tu ci hai guariti, ci hai sollevati dal fango molle della nostra condizione. L’abbondanza di prima si è cambiata in carestia; la città santa e il suo tempio sono diventati Zareptha, città pagana. Siamo rimasti soli; soli con i nostri “figli unici”, senza altro che non sia siccità e fame. Al colmo della solitudine, tu vieni e ci chiedi ancora una volta il “tutto ciò che abbiamo per vivere”.
Tu bussi nuovamente alla porta del nostro cuore e ci ricordi che solo “Dio è il Signore”. Ci chiedi “l’acqua della tribolazione e il pane dell’afflizione” e non possiamo darti altro che “un pugno di farina e un po’ d’olio”.
Sentiamo, Signore, sulla nostra pelle l’incapacità di dare; non è più come prima quando vivevamo nella ricchezza, ora quel poco che ci resta “lo mangeremo e poi moriremo”.
Riempi o Signore la fragile giara della nostra vita, perché ne possiamo mangiare a sazietà e non venir meno alla tua Parola.

actio
Per agire nella vita devi sapere che il discepolo del Signore è colui che rende testimonianza non per un ideale astratto ma aderisce pienamente al vangelo secondo l’insegnamento di san Paolo: «Io non mi vergogno del vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza» (Rm 1,16-17).

giovedì 21 ottobre 2010

ELIA

INVOCARE
Vieni, Spirito Santo, riempi della tua luce la nostra mente per capire il vero significato della tua Parola.
Vieni, Spirito Santo, accendi nei nostri cuori il fuoco del tuo amore per infiammare la nostra fede.
Vieni, Spirito Santo, riempi la nostra persona con la tua forza per rinvigorire ciò che in noi è debole nel nostro servizio a Dio.
Vieni, Spirito Santo, con il dono della prudenza per frenare il nostro entusiasmo che ci impedisce ad amare Dio e il prossimo.

LEGGERE (1Re 16,23-34-17,1-6)
16, [23] Nell'anno trentunesimo di Asa re di Giuda, divenne re di Israele Omri. Regnò dodici anni, di cui sei in Tirza. [24] Poi acquistò il monte Someron da Semer per due talenti d'argento. Costruì sul monte e chiamò la città che ivi edificò Samaria dal nome di Semer, proprietario del monte. [25] Omri fece ciò che è male agli occhi del Signore, peggio di tutti i suoi predecessori. [26] Imitò in tutto la condotta di Geroboamo, figlio di Nebàt, e i peccati che quegli aveva fatto commettere a Israele, provocando con le loro vanità a sdegno il Signore, Dio di Israele. [27] Le altre gesta di Omri, tutte le sue azioni e le sue prodezze, sono descritte nel libro delle Cronache dei re di Israele. [28] Omri si addormentò con i suoi padri e fu sepolto in Samaria. Al suo posto divenne re suo figlio Acab.
[29] Acab figlio di Omri divenne re su Israele nell'anno trentottesimo di Asa re di Giuda. Acab figlio di Omri regnò su Israele in Samaria ventidue anni. [30] Acab figlio di Omri fece ciò che è male agli occhi del Signore, peggio di tutti i suoi predecessori. [31] Non gli bastò imitare il peccato di Geroboamo figlio di Nebàt; ma prese anche in moglie Gezabele figlia di Et-Bàal, re di quelli di Sidone, e si mise a servire Baal e a prostrarsi davanti a lui. [32] Eresse un altare a Baal nel tempio di Baal, che egli aveva costruito in Samaria. [33] Acab eresse anche un palo sacro e compì ancora altre cose irritando il Signore Dio di Israele, più di tutti i re di Israele suoi predecessori. [34] Nei suoi giorni Chiel di Betel ricostruì Gerico; gettò le fondamenta sopra Abiram suo primogenito e ne innalzò le porte sopra Segub suo ultimogenito, secondo la parola pronunziata dal Signore per mezzo di Giosuè, figlio di Nun.
17, [1] Elia, il Tisbita, uno degli abitanti di Gàlaad, disse ad Acab: "Per la vita del Signore, Dio di Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo dirò io".
[2] A lui fu rivolta questa parola del Signore: [3] "Vattene di qui, dirigiti verso oriente; nasconditi presso il torrente Cherit, che è a oriente del Giordano. [4] Ivi berrai al torrente e i corvi per mio comando ti porteranno il tuo cibo". [5] Egli eseguì l'ordine del Signore; andò a stabilirsi sul torrente Cherit, che è a oriente del Giordano. [6] I corvi gli portavano pane al mattino e carne alla sera; egli beveva al torrente.


Percorriamo, con questa lectio, una parte dell’esperienza del profeta Elia partendo dal suo contesto storico, socio-politico-religioso che ci fa capire che la chiamata al servizio di Dio appare in un momento preciso della storia che viviamo (cfr. 16,23). Infatti, i versetti 23-34 del cap. 16 del 1Re fanno una lettura teologica degli eventi storici.
Il v. 1 inizia ricordandoci il periodo storico con la ascesa al trono di Omri. Egli, per la storia, fu un grande re. Unificò con la sua politica il regno del nord (Israele) e i popoli siro-fenici stringendo rapporti economici notevoli, ampliando scambi commerciali. Per garantire i suoi confini e stabilizzare i rapporti commerciali con i sirofenici. Omri fondò Samaria come capitale del regno del Nord dedicando un tempio a Baal (cfr. 1Re 16,29-32) divinità sirofenicia. Eppure, anche lui «Fece ciò che è male agli occhi del Signore, peggio di tutti i suoi predecessori» (16,25). Ma con la salita al trono di Acab, figlio di Omri, questa integrazione cambiò d’aspetto raggiungendo l’apice: Acab sposò Gezabele che era di Tiro-Sidone, città sirofenicia.
Era usanza nell’antichità ogni riconoscimento politico-commerciale, concedendo all’altra parte l’esercizio del culto. Gezabele, infatti, continuò in Israele il culto fenicio circondandosi anche dei “profeti” come strumenti e ministri del culto di Baal. Così venne a crearsi una disgregazione socio-religiosa: nella corte del regno del nord e nei ceti borghesi della città si adorava Baal, tra il popolo, invece, si adorava JHWH.
Questa disgregazione dei valori della vita, anche religiosa, ha creato una situazione di crisi e di morte (cfr. 16,34).
Ma anche Acab «Fece ciò che è male agli occhi del Signore, peggio di tutti i suoi predecessori […] si mise a servire Baal e a prostrarsi davanti a lui. Eresse un altare a Baal nel tempio di Baal, che egli aveva costruito in Samaria. Acab eresse anche un palo sacro e compì ancora altre cose irritando il Signore Dio di Israele, più di tutti i re di Israele suoi predecessori» (16,30-33).
In questa lettura teologica notiamo la fine dello jahwismo, cioè la perdita di identità del popolo di Israele, la fine dell’ideale egualitario e fraterno dell’Alleanza. Ed è qui che entra in scena il profeta Elia rendendosi conto che così non si può andare avanti.
Una cosa che notiamo subito in 17,1 che non viene narrata la vocazione di Elia così come succede per altri personaggi biblici, l’Autore ci dice soltanto che Elia è «uno degli abitanti di Galaad», ed entra in scena esercitando il ministero di profeta annunciando, per la situazione di peccato, un tempo di siccità dalla durata di tre anni.
Quante volte, anche nella nostra vita, prima di parlare di “vocazione” abbiamo vissuto (o viviamo) un periodo di siccità?
In questo annuncio Elia vuole far capire la vita contrapposta alla situazione di morte e di violenza e a tutta la situazione di idolatria nei confronti di JHWH che è il Dio della vita, che si interessa della vita del popolo, a differenza di Acab, nonostante il suo interessamento religioso.
In questi 6 versetti del cap. 17 abbiamo dei simboli che fanno riferimento a Dio: la pioggia e la rugiada.
Questi due simboli vogliono indicare la Parola di Dio (cfr. Dt 32,2; Sir 39,6; Is 55,10-11) che scende come pace e giustizia (Sal 72,5-7). È simbolo dell’amore di Dio (in particolare la rugiada) per Israele (Os 14,6), simbolo dell’amore fraterno (Sal 133,3).
Ma anche Elia è simbolo, parabola della Parola di Dio. Dice il Siracide: «Sorse Elia, profeta, simile al fuoco; la sua parola bruciava come fiaccola» (48,1), cioè, la parola non proviene da lui, ma da Dio, per cui la sua parola è parola di Dio: non parola su Dio ma parola di Dio.
Quindi la siccità annunciata dal profeta indica l’assenza della Parola di Dio, l’assenza dell’amore di Dio. E quando c’è questo tipo di siccità, la nostra vita si muove tra il non senso e la ricerca di senso con una continua disseminazione di “perché” (cfr. Dt 11,16-17; Ez 22,24; Am 4,7). Ciò che denuncia Elia è l’ “atomizzazione” della società.
Si respira nell’aria anche nella nostra società questo fenomeno dove ognuno fa per sé, si rinchiude nel propria caverna e vive la propria vita, generando disgregazione (cfr. Ger 14,1-10).
Elia annunzia la sua lettura teologica della realtà, che coincide con la visione che Dio ha di questa realtà. Perché questa coincidenza?
Il nome di Elia (‘eliyyahu) significa “mio Dio è JHWH”. Infatti, egli è colui che vive di questa presenza, che sta alla «presenza di Dio», ossia ascolta prega e vive la Parola di Dio. Ma il popolo sembra non vivere sotto il primato della Parola di Dio, è confuso, si fa abbindolare dalla prima attrazione o necessità. Ha bisogno di far ritorno alle sorgenti della fede, di farsi nutrire da Dio (vv. 2-6).
Anche in questi versetti abbiamo dei simboli della Parola di Dio: carne, pane, acqua, gli stessi che ebbe il popolo nel deserto (Es 16,8.12).
Saranno i corvi a portare il cibo a Elia, cioè quell’animale impuro (Dt 14,14), non adatto ai sacrifici sull’altare di JHWH e che simboleggia il soggiorno di Elia in terra pagana, fuori di Israele.
In questo tempo particolare Elia deve vivere nel nascondimento, facendo ritorno alle fonti della fede, là dove è nato un popolo libero dalla schiavitù (Giordano-Passaggio-Pasqua).
In questo nascondimento si sente protetto da Dio (cfr. Sal 32,21) e nello stesso tempo sperimenta l’assenza di Dio, il peccato del popolo simboleggiato dal corvo.
Col suo nascondimento, Elia rende visibile la siccità e le sue gravi conseguenze: assenza di valori, di amore fraterno, di solidarietà, presenza di morte.
Anche Gesù, col suo nascondimento di Nazareth sperimenta questa situazione, ma sarà la sua morte a far risorgere il popolo.
Elia ci insegna che in ogni nostra situazione, vi è un suo significato nascosto che spesso non siamo capaci di decifrare. Egli è convinto che la vita e la creazione intera è governata da regole e leggi segrete. Di qui, l’invito a scoprire il senso profondo delle cose. Non basta però scoprirlo.
Ogni conoscenza dell’uomo e del mondo comincia dalla conoscenza di Dio. Infatti, Elia «beveva al torrente» (17,6), cioè presso Dio «che dà la guarigione agli infermi con l’aspersione delle acque» (Pseudo-Ephrem).
Questo non distoglie dalla realtà, ma fa proprio il contrario: nella luce di Dio, l’uomo e il mondo acquistano la loro vera dimensione.
Insieme al profeta, siamo chiamati a coltivare “l’arte di farci domande” per trovare senso alla vita, per scoprire ogni giorno il segreto della felicità e la realizzazione personale.
Il Regno di Dio, dice il profeta, è l’ultima strada percorribile per evitare di correre verso la catastrofe, per trasformare la convivenza umana (anche quella religiosa) in un inno alla vita.

INTERROGARSI1. Il profeta Elia insegna che la vita è un dono. Di quale dono personale vai particolarmente fiero?
2. Anche tu come Elia vivi alla «presenza di Dio» ossia, ascolti preghi e vivi la Parola di Dio?
3. Hai mai pensato che la Parola di Dio inabita anche le tue parole?
4. Da quale realtà ti senti particolarmente interpellato?
- situazioni di ingiustizia e sfruttamento;
- situazioni di paura, di fallimento;
- situazioni di lontananza da Dio;
- situazioni di non senso di fronte alla vita;
- situazioni di non amore;
- situazioni di testimonianza e di donazione gioiosa.
5. Ti senti chiamato nella tua situazione di “siccità” ad essere profeta portando la Parola di Dio a tutti?

PREGHIERASignore, non sono migliore degli altri e mi hai collocato a salvezza degli altri. La mia luce è così tenue che a fatica vedo la strada per me, e devo diventare un segnale per tutti.
Sono anch’io farina del sacco comune, sono un uomo come gli altri e vuoi che la mia debolezza sia forza dei deboli; che la mia povertà sia ricchezza dei poveri; che la mia infermità sia speranza per tutti.
Signore, io non sono migliore degli altri.
Purifica le mie labbra con i carboni ardenti della tua santità e la mia tenebra sarà luce e la mia parola messaggio. Amen.

AZIONE
Prova a metterti davanti a questa Parola ascoltata, falla “bruciare” dentro di te e obbedisci a quanto ti chiede.

martedì 19 ottobre 2010

GIUDITTA


Invocare
Mio Dio, dammi la fede, la fede vera, la fede pratica, la fede che fa entrare il Vangelo nella vita...
Mio Dio, dammi la fede di chi costruisce sulla pietra e non la fede morta di chi costruisce sulla sabbia....
Mio Dio, dammi la fede, la fede che fa meditare le tue parole per comprenderle e in seguito le fa praticare per tutta la vita, questa fede che costituisce la vita del giusto, poiché in effetti stabilisce la vita su delle fondamenta nuove, interamente diverse da quelle del resto degli uomini, e che sono follie ai loro occhi.... (Charles de Foucauld).


lectio (Gdt 8,1.9,1.10,1-3.5-10.12,20-13,1-2.4-8.10-11)
8, [1] In quei giorni venne a conoscenza della situazione Giuditta figlia di Merari, figlio di Oks, figlio di Giuseppe, figlio di Oziel, figlio di Elkia, figlio di Anania, figlio di Gedeone, figlio di Rafain, figlio di Achitob, figlio di Elia, figlio di Chelkia, figlio di Eliàb, figlio di Natanaèl, figlio di Salamiel, figlio di Sarasadai, figlio di Israele.
9, [1] Allora Giuditta cadde con la faccia a terra e sparse cenere sul capo e mise allo scoperto il sacco di cui sotto era rivestita e, nell'ora in cui veniva offerto nel tempio di Dio in Gerusalemme l'incenso della sera, Giuditta supplicò a gran voce il Signore.
10, [1] Quando Giuditta ebbe cessato di supplicare il Dio di Israele ed ebbe terminato di pronunziare tutte queste parole, [2] si alzò dalla prostrazione, chiamò la sua ancella particolare e scese nella casa, dove usava passare i giorni dei sabati e le sue feste. [3] […] si mise gli abiti da festa, che aveva usati quando era vivo suo marito Manàsse. [5] Poi affidò alla sua ancella un otre di vino, un'ampolla di olio; riempì anche una bisaccia di farina tostata, di fichi secchi e di pani puri e, fatto un involto di tutti questi recipienti, glielo mise sulle spalle. [6] Allora uscirono verso la porta della città di Betulia e trovarono pronti sul luogo Ozia e gli anziani della città, Cabri e Carmi. [7] Costoro, quando la videro trasformata nell'aspetto e con gli abiti mutati, restarono molto ammirati della sua bellezza e le dissero: "[8] Il Dio dei padri nostri ti conceda di trovar favore e di portare a termine quello che hai stabilito di fare, a vanto degli Israeliti e ad esaltazione di Gerusalemme". [9] Essa si chinò ad adorare Dio e rispose loro: "Fatemi aprire la porta della città e io uscirò per dar compimento alle parole augurali che mi avete rivolto". Quelli diedero ordine ai giovani di guardia di aprirle come aveva chiesto. [10] Così fecero e Giuditta uscì: essa sola e l'ancella che aveva con sé. Dalla città gli uomini la seguirono con gli sguardi mentre scendeva il monte, finché attraversò la vallata e non poterono più scorgerla.
12, [20] Oloferne si deliziò della presenza di lei e bevve abbondantemente tanto vino quanto non ne aveva mai bevuto solo in un giorno da quando era al mondo.
13, [1] Quando si fece buio, i suoi servi si affrettarono a ritirarsi. Bagoa chiuse dal di fuori la tenda e allontanò le guardie dalla vista del suo signore e ognuno andò al proprio giaciglio; in realtà erano tutti fiaccati, perché il bere era stato eccessivo. [2] Rimase solo Giuditta nella tenda e Oloferne buttato sul divano, ubriaco fradicio. [4] […] Giuditta, fermatasi presso il divano di lui, disse in cuor suo: "Signore, Dio d'ogni potenza, guarda propizio in quest'ora all'opera delle mie mani per l'esaltazione di Gerusalemme. [5] E' venuto il momento di pensare alla tua eredità e di far riuscire il mio piano per la rovina dei nemici che sono insorti contro di noi". [6] Avvicinatasi alla colonna del letto che era dalla parte del capo di Oloferne, ne staccò la scimitarra di lui; [7] poi, accostatasi al letto, afferrò la testa di lui per la chioma e disse: "Dammi forza, Signore Dio d'Israele, in questo momento". [8] E con tutta la forza di cui era capace lo colpì due volte al collo e gli staccò la testa. [10] […] uscirono tutt'e due, secondo il loro uso, per la preghiera; attraversarono il campo, fecero un giro nella valle, poi salirono sul monte verso Betulia e giunsero alle porte della città.
[11] Giuditta gridò di lontano al corpo di guardia delle porte: "Aprite, aprite subito la porta: è con noi Dio, il nostro Dio, per esercitare ancora la sua forza in Israele e la sua potenza contro i nemici, come ha dimostrato oggi".

Meditare
Un brano molto lungo, ma che andrebbe letto fin dal primo capitolo. Il libro di Giuditta, infatti, racchiude la storia della vittoria del popolo eletto sui nemici, grazie all’intervento di una donna: Giuditta.
Quale discorso vocazionale troviamo in questa donna, giovane vedova, bella, saggia, pia e risoluta, che prima si troverà a lottare contro l’inerzia del suo popolo e poi contro l’esercito assiro?
La presentazione di questa donna viene fatta da una genealogia. Nella cultura israelita deriva dalla organizzazione per clan e per tribù. La gran parte dei diritti e dei privilegi della persona venivano all’individuo per la sua appartenenza al clan e alla tribù.
La genealogia quindi è importante in quanto si presenta come documento scritto di questa appartenenza (vedi Gn 5,1-11; Es 6,14-24; 1Cr 1-9; Esd 2,59-63).
Davanti ai versetti della genealogia di Giuditta è da chiedersi: Chi è Giuditta? Da dove viene?
L’autore non ha semplicemente raccolto qualche ricordo sparso per completare il suo album di vita, ma fin dal principio trasmette la testimonianza della fede di un popolo. I dettagli della storia ci sfuggono, ma Dio è all’opera.
Anzitutto abbiamo davanti due nomi che sono simbolo di un messaggio: Betulia e Giuditta. Sono entrambi simboli di qualcosa. Betulia significa “Casa del Signore” e Giuditta “La Giudea”.
In questo primo versetto abbiamo un sostantivo che presenta Giuditta come figlia seguita da altri 14 sostantivi maschili.
Nella storia di Giuditta, penso che questo vocabolo sia la chiave di lettura per noi, oggi. Il figlio nell’Antico Testamento viene visto come un dono di Dio (Gen 1,28; Dt 28,4-11; Is 54,1; Sal 128,3). La traduzione della Bibbia Cei termina questo versetto, a differenza della Vulgata, con «figlio di Israele» che nella traduzione della Bibbia interconfessionale viene tradotto con «Giacobbe, capostipite del popolo d’Israele.
Possiamo cogliere un pensiero per noi che non va inteso nel senso di generazione, ma di elezione.
Israele e gli Israeliti, sopratutto le persone pie, si fanno chiamare figli di Dio (Es 4,22; Is 1,2). ma la filiazione divina, per il popolo biblico, non è da vedere sul lato della natura, oppure nel rapporto naturale tra Dio e l’uomo (cfr. Mt 5,9), ma nell’elezione da parte di Dio (cfr. Os 2) e nell’operato dell’uomo.
La tradizione sapienziale e giudaica dà molta importanza alla vita delle persone giuste, pie. Il testo ebraico di Sir 4,1-10 ha questa conclusione di promessa: «E Dio ti chiamerà figlio e sarà benigno con te (ti farà grazia) e ti salverà dalla fossa (dalla distruzione)».
Con queste parole di promessa, ognuno di noi può scoprire la sua via, la sua chiamata che ogni giorno il Signore rivolge.
Ed è quello che ha fatto Giuditta, questa donna straordinaria che ha mostrato fede nel Signore in momenti bui della vita. Quattro sono i punti per orientare, insieme a questa donna, la nostra vocazione: 1. la fiducia in Dio; 2; il valore della preghiera; 3. la fedeltà alla Parola (Legge di Mosè); 4. la potenza di Dio.
Questi quattro punti, fanno parte non solo dell’esodo del popolo d’Israele, ma anche quello di ciascuno di noi. In questa vicenda, Dio è continuamente presente con una particolare provvidenza che testimonia il suo amore e la fedeltà per il popolo, nonostante la sua resistenza.
Anche noi, come Giuditta, siamo scelti direttamente da Dio, per una missione di servizio in favore del popolo eletto, divenendo strumento della provvidenza divina, portatori dei doni, servi di Dio in mezzo al suo popolo.
Giuditta si fa anche modello di vocazione in quanto agisce per il bene di tutto il popolo. la sua vocazione è orientata verso una missione, di cui Dio resta il sostegno primo; vocazione e missione sono rese autentiche dai prodigi con cui Dio le accompagna perché tutto il popolo possa credere.
La fede di Giuditta rappresenta la fede di un popolo (ricordo che il suo nome significa “la giudea”), e dire fede non significa credere a delle proposizioni, ma ad una Persona che per il cristiano è Cristo.
Al contrario di Oloferne che ha segnato la sua vita dalla Parola che dice: «Maledetto l'uomo che confida nell'uomo, che pone nella carne il suo sostegno e il cui cuore si allontana dal Signore. Egli sarà come un tamerisco nella steppa, quando viene il bene non lo vede; dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere» (Ger 17,5-6).
Il cristiano è una persona che ha un nuovo modo di vivere e che fa della sua fede non un insieme di gesti cultuali o di imposizioni moralistiche, ma l’ottica fondamentale, la logica che ispira tutta la sua esistenza.
Quando si accetta la fede, non si accetta soltanto un messaggio, non si accetta un’ideologia, un insieme di valori e di metodi organizzati secondo i canoni di una particolare cultura, ma si aderisce al Cristo medesimo, si sceglie lui, la sua persona, la sua presenza viva nella storia. Ed è nella misura in cui cerca di credere, cioé di “affidarsi a Dio” che avverte la sconvolgente irruzione che Dio fa nella sua vita con la violenza della sua grandezza, che supera tempo e spazio dando nuova identità a ciascuno dei suoi figli.
Questa sarà, allora, la nuova Betulia, il nuovo Tempio del Signore dove sgorgherà l’acua viva per tutti i popoli.

interrogarsi1. Dalla lettura della Bibbia appare chiaro che Dio chiama per primo e che, quando chiama, Dio è fedele. Che cosa significa affermare che la vocazione parte da Dio?
2. La tua vita vocazionale è orientata dai quattro punti citati, come lo fu per Giuditta?
3. La tua fede in Dio ti fa fare giornalmente dei “nuovi passi”? Quali?
4. Sei presente nel mondo, come Giuditta, difendendo e promuovendo la vita?

preghieraIl Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura?
Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore?
Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme;
se contro di me divampa la battaglia, anche allora ho fiducia.
Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita,
per gustare la dolcezza del Signore ed ammirare il suo santuario.
Egli mi offre un luogo di rifugio nel giorno della sventura.
Mi nasconde nel segreto della sua dimora, mi solleva sulla rupe.
E ora rialzo la testa sui nemici che mi circondano;
immolerò nella sua casa sacrifici d'esultanza,
inni di gioia canterò al Signore (Salmo 27).

actio
Prova ad ascoltare - leggendo - attentamente questa poesia e cerca, nella tua vita, di attualizzarla:Per quell’Io più profondo
perché nulla si perda
perché nulla sia invano.
Mi ascolti?
Per quel frammento di cielo
sepolto in ognuno
perché anche il mio possa schiudersi…
perché anch’io possa Esserci.
Mi ascolti? (Fornarini Lucia).

LA VEDOVA IMPORTUNA

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2)   (Invocare) O Dio, che per le mani alzate del tuo se...