sabato 21 maggio 2011

GIOSUÈ

invocare
Spirito di Dio, iniziativa dell’amore, stupore del vivere, silenzio indicibile in cui la vita e l’amore si confondono. Tu vieni a turbarci, vento dello Spirito. Tu sei l’altro che è in noi. Tu sei il soffio che anima e sempre scompare. Tu sei il fuoco che brucia per illuminare. Attraverso i secoli e le moltitudini tu corri come un sorriso per far impallidire le pretese degli uomini. Poiché tu sei l’invisibile testimone del domani, di tutti i domani. Tu sei povero come l’Amore, per questo ami radunare per creare. Oh, brezza e tempesta di Dio! (David Maria Turoldo).

leggere (Nm 27,18-20)
27, 18 Il Signore disse a Mosè: “Prenditi Giosuè, figlio di Nun, uomo in cui è lo spirito; porrai la mano su di lui, 19 lo farai comparire davanti al sacerdote Eleazaro e davanti a tutta la comunità, gli darai i tuoi ordini in loro presenza 20 e lo farai partecipe della tua autorità, perché tutta la comunità degli Israeliti gli obbedisca.


Giosuè, figlio di Nun, appartenente alla tribù di Efraim, il secondo figlio di Giuseppe, visse nel XII secolo a.C. e fin da adolescente fu messo al servizio di Mosè (cfr. Nm 11,28).
Originariamente si chiamava Osea, ma Mosè, del quale era uno dei più fedeli discepoli e al quale succedette nella guida del popolo ebraico, trasformò il suo nome in Giosuè, che significa “Jahvé salva” (cfr. Nm 13,6.16).
Nel leggere in queste poche righe della lectio la vocazione di Giosuè, a differenza delle altre vocazioni bibliche, manca qui un intervento diretto da parte di Dio. Infatti, si attua tramite un mediatore: Mosé.
Anche nel NT, nel Vangelo di Giovanni, leggiamo qualcosa di simile: «Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli chiesero: “Signore, vogliamo vedere Gesù”. Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù» (Gv 12,20-22).
L’incontro con il Signore Gesù non può essere un’improvvisazione individuale, un “affare privato”: può essere celebrato e vissuto soltanto grazie alla mediazione della comunità (Andrea e Filippo) che mette a contatto con il Signore.
Anche Mosè a suo tempo chiese a Dio che vi fosse un capo nel popolo di Israele, perché la comunità «Non sia un gregge senza pastore» (Nm 27,17).
Negli eventi biblici, il Signore tocca il cuore di qualcuno perché fosse pastore e guida del suo gregge in suo nome e secondo il suo cuore, in vista dell’Unico Pastore, il Cristo, che avrebbe guidato il popolo con assoluta fedeltà (Ez 34).
Infatti, «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4-5), Egli trovò il suo popolo «Come un gregge senza pastore» e ne provò una profonda pena (Mt 9, 36).
Questa comunità, dice il libro dell’Esodo, è stata chiamata ad essere popolo di Dio, perché “preso” da Dio fra tanti popoli (cfr. Es 6,7), perché si faccia «Un solo gregge, un solo pastore» (Gv 10,16). Nel Vangelo di Giovanni, Gesù chiama a sé queste pecore mediante la predicazione dei messaggeri che egli ha inviati. Esse credono in Lui, sicché egli può dire che deve radunare, o guidare, anche queste. In tal modo i radunati formano la chiesa universale (cfr. Ef 2,11-22; 4,2-6).
Come abbiamo osservato in altri casi, anche nel nostro brano ritorna il verbo prendere (laqah) con il suo significato di eleggere, chiamare. Un modo frequente per indicare il chiamato nella Sacra Scrittura, sia nella vocazione collettiva che in quella individuale. Di ogni chiamato, singolo o collettivo, possiamo dire che è un eletto, un afferrato da Dio (cfr. Ger 20,7).
Oltre al verbo prendere, nel senso vocazionale del termine, la Sacra Scrittura conosce anche l’espressione “prendere per mano” (hazaq bejad).
Questi verbi dicono ed esprimono che c’è un progetto di Dio su Giosuè. Progetto che non gli viene svelato direttamente da Dio, ma indirettamente tramite Mosè (cfr. Dt 31,14).
Chiamato a succedere a Mosè, Giosuè riceve l’autorità per mezzo dell’imposizione delle mani. Grazie a questo rito, egli è riempito dello “spirito di sapienza” (Dt 34,9; cfr. Is 11,2) e gli viene conferita la capacità di esercitare la funzione di capo del popolo di Dio, con relativi poteri (Nm 27,23).
Nella cultura ebraica, il nome esprime la missione e le qualità della persona che lo porta. Nella Bibbia il nome con cui è indicato lo Spirito Santo significa “Soffio di Dio”, “Respiro vitale”, “Vento invisibile, impetuoso e potente”. Ma anche “Conoscenza, Ricchezza, Forza creatrice, Sorgente di nuova vita”.
Questi ed altri attributi sono usati per indicare la presenza misteriosa, ma ben definita, di questo Personaggio presente nel Popolo d’Israele.
Perché lo spirito di sapienza? Nella visione descritta da Ezechiele, Dio dice al popolo prostrato dall’esilio babilonese: «Ossa inaridite, udite la parola del Signore ecco: io faccio entrare in voi lo Spirito e vivrete» (Ez 37, 4-5).
In questa teofania, vi è un invito a riconoscere il Dio della vita, della speranza; un Dio che entra nell'animo di ogni uomo e donna vincendo ogni titubanza e ogni esperienza di male, di debolezza e di rassegnazione.
La presenza e l’azione dello Spirito si fanno più visibili nella vita e nella missione dei Capi che, in nome di Dio, guidano il popolo verso il futuro messianico. Ogni sapienza, ogni spirito di sapienza ci riporta alla parola di Dio che è la vera sapienza ed è l'unica capace di liberarci e di guarirci.
Infatti, Giosuè trovava nello studio della Torà le indicazioni per poter entrare nella terra promessa. Anche ciascuno di noi, andando, stando e fermandosi «con le parole del Signore» (Dt 6,7; cfr. Sal 1,1), saprà ascoltare il Signore che continuamente chiama, senza smarrire la strada che porta alla vita. Perché la Parola di Dio è quella che dà forma all’uomo, che lo plasma secondo il progetto originario di Dio. È necessario che la vita dell’uomo sia organizzata interiormente, non secondo i nostri puri desideri o capricci, ma secondo la Parola di Dio.
È la Parola che dà forma, che decide il progetto di vita e che orienta verso un traguardo autentico la vita dell’uomo. Ma poi, insieme con la Parola, lo Spirito. E lo Spirito vuole dire la forza vitale di Dio, quella forza che davvero vince la morte e mette una energia di vita e di speranza.
Nel brano, per la prima volta, compare sui chiamati l’imposizione delle mani (vv. 18b-19). È Mosè stesso che trasmette l’autorità di “capo e giudice” (v. 20a) e a lui tutto il popolo gli deve obbedienza (v. 20b).
L'imposizione delle mani è gesto biblico importante. È un segno di concreta benedizione (cfr. Gen 48,14-15).
Assieme alla parola, la mano è strumento espressivo di linguaggio: manifesta la potenza e lo Spirito del Signore. Le mani di Dio sono creatrici e salvano. Guidano e accompagnano con amore e premura.
È pure segno di consacrazione ad indicare che lo Spirito di Dio si riserva chi ha scelto, ne prende possesso e gli conferisce autorità e capacità in vista di una missione.
Quindi, imporre le mani su qualcuno, come su Giosuè, è molto più di una semplice benedizione: equivale a conferire l'invio in missione. Sarà l'ultimo gesto del Risorto che ascende al cielo. Chi impone le mani rende l'altro partecipe di ciò che egli è.
Ancora è simbolo di identificazione: ad esempio stabilisce un rapporto tra chi impone le mani e la vittima sacrificale. Questa esprime i sentimenti stessi dell'offerente: adorazione e azione di grazie, comunione, domanda di perdono, espiazione.
Da quel momento, Giosuè ebbe il potere di dare gli stessi ordini impartiti da Mosè e di chiedere al sacerdote di consultare la volontà divina attraverso un oracolo. Egli viene riconosciuto da tutti “pastore” (ro ‘eh), capo carismatico e militare della comunità israelitica.
Questi risponde a Dio con la fede e l’obbedienza, decidendo di servire il Dio dei patriarchi e non gli idoli dei popoli vicini. «Servire», in senso biblico, comporta: fedeltà nella fede, servizio cultuale e risposta positiva alle esigenze dei comandamenti.
Ciò che accompagna il chiamato è l’assicurazione divina: «Io sarò con te, non temere» (Gs 1,9), sono parole piene di conforto, ma soprattutto, per il chiamato è certezza che Dio è fedele alle sue promesse (cfr. Gen 12,7; 15,18; 17,8) e queste giunsero a compimento (cfr. Gs 21,45).
Anche in Gesù troviamo la realizzazione delle promesse, anzi sono il nuovo “sì” (2Cor 1,20). Gesù è l’espressione del “sì” di Dio alle promesse fatte al suo popolo e all’umanità (cfr. Gal 3,16). Inoltre, con la sua libera obbedienza e sottomissione fatta al Padre, diede compimento al disegno divino salvifico nella storia: «Imparò l’obbedienza dalle cose che patì e reso perfetto divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5, 8-9).
L’obbedienza di Cristo è l’aspetto della Passione messo maggiormente in evidenza nella catechesi apostolica. «Cristo si è fatto obbediente fino alla morte, e alla morte di croce» (Fil 2, 8); «Per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti» (Rm 5, 19); L’obbedienza appare come la chiave di lettura dell’intera storia della Passione, quello da cui questa prende senso e valore.
La Passione fu la prova e la misura della sua obbedienza.
Ma perché è così importante obbedire a Dio? Perché Dio ci tiene tanto a essere obbedito? Non certo per il gusto di comandare e di avere dei sudditi! È importante perché obbedendo noi facciamo la volontà di Dio, vogliamo le stesse cose che vuole Dio e così realizziamo la nostra vocazione originaria che è di essere “a sua immagine e somiglianza”. Siamo nella verità, nella luce e di conseguenza nella pace, come il corpo che ha raggiunto il suo punto di quiete.
Dante Alighieri ha racchiuso tutto ciò in un verso considerato da molti il più bello di tutta la Divina Commedia: “e ’n la sua volontate è nostra pace” (Paradiso, 3,85).
Nella vocazione di Giosuè e in ogni vocazione risuonano sempre queste parole: «Insegnami a compiere il tuo volere» (Sal 142, 10).

interrogarsi
1. Quali “i verbi della nostra vita” che ci mettono in relazione con Dio e con il suo disegno di salvezza?
2. Come faccio agire in me lo Spirito del Signore per il bene dell’altro?
3. Nella mia debolezza, nella mia paura, nella mia inconsistenza, nella mia poca fede chiedo aiuto allo Spirito del Signore e prego così: “Attirami dietro a te, Signore!”.
4. Anche nella mia vocazione risuonano le parole del Salmista: «Insegnami a compiere il tuo volere»?

pregare
Padre nostro…

Signore Dio, ti ringrazio per la tua Parola che mi ha fatto vedere meglio il tuo volere. Fa’ che il tuo Spirito illumini le mie azioni e mi comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ha suggerito al mio cuore.

agire
Come Giosuè trovava nello studio della torà le indicazioni per poter entrare nella terra promessa, anche noi fermiamoci «con le parole del Signore», per capire il volere del Padre e non smarrire la strada che porta alla vita e condurre altri a Lui.

RUTH

Invocare
Padre misericordioso, manda anche me, in questo tempo santo della preghiera e dell’ascolto della tua Parola, il tuo angelo santo, perché possa ricevere l’annuncio della salvezza e, aprendo il cuore, possa offrire il mio sì all’Amore. Manda su di me, ti prego, il tuo Spirito santo, quale ombra che mi avvolge, quale potenza che mi colma. Fin da adesso, o Padre, io non voglio dirti altro che il mio “Sì!”; dirti: “Eccomi, sono qui per te. Fa’ di me ciò che ti piace”. Amen.

Leggere (Rt 2,1-3.8-11)
2, 1 Noemi aveva un parente del marito, uomo potente e ricco della famiglia di Elimèlech, che si chiamava Booz. 2 Rut, la Moabita, disse a Noemi: “Lasciami andare per la campagna a spigolare dietro a qualcuno agli occhi del quale avrò trovato grazia”. Le rispose: “Và, figlia mia”. 3 Rut andò e si mise a spigolare nella campagna dietro ai mietitori; per caso si trovò nella parte della campagna appartenente a Booz, che era della famiglia di Elimèlech. 8 Allora Booz disse a Rut: “Ascolta, figlia mia, non andare a spigolare in un altro campo; non allontanarti di qui, ma rimani con le mie giovani; 9 tieni d’occhio il campo dove si miete e cammina dietro a loro. Non ho forse ordinato ai miei giovani di non molestarti? Quando avrai sete, và a bere dagli orci ciò che i giovani avranno attinto”. 10 Allora Rut si prostrò con la faccia a terra e gli disse: “Per qual motivo ho trovato grazia ai tuoi occhi, così che tu ti interessi di me che sono una straniera? ”. 11 Booz le rispose: “Mi è stato riferito quanto hai fatto per tua suocera dopo la morte di tuo marito e come hai abbandonato tuo padre, tua madre e la tua patria per venire presso un popolo, che prima non conoscevi.


Meditare
«Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel Regno di Dio» (Lc 13,29).
Con le parole dell’Evangelista Luca, cogliamo il personaggio femminile di Ruth, il cui nome è di difficile interpretazione. Alcuni vi scoprono la radice ebraica di “vedere” e altri quella di “riempire”, mentre c’è chi pensa al significato di “compagna” (re’ut). Altri ancora, e forse adatta anche al nostro brano, hanno assunto l'ipotesi che Ruth derivi da “rwh” che significa “essere irrigato a sazietà” (“riempire” d’acqua) e, per metafora, “essere colmo di beni”, uno dei termini usati dai profeti per indicare la benedizione del Signore nei confronti del suo popolo.
La nostra lectio più che sulla scena, vuole convergere sul nome della donna e in particolare su quest’ultimo significato dato.
Questo perché Dio parla in una maniera adatta all'uomo. Come Gesù, pienezza della Parola di Dio, è veramente Colui che è adatto ad incontrare l'uomo per raggiungere in profondità la totalità del suo cuore.
Infatti, la Parola di Dio non è destinata soltanto all'intelligenza dell'uomo, ma a tutta la persona, proprio perché l'uomo non è solo né primariamente in grado di capire quello che Dio gli vuol dire, ma è capace di ricevere quello che Dio gli vuol dare attraverso la sua Parola: vita, amore, perdono, sapienza e l'uomo perciò riceve ogni comunicazione di Dio, ogni sua «parola» con tutto se stesso, col cuore prima che con l'intelligenza. Perciò Gesù ebbe a dire che il Padre rivela i suoi misteri ai piccoli e ai poveri e li tiene nascosti ai sapienti (Cfr. Mt 11,25): i piccoli si lasciano raggiungere nel cuore, mentre i dotti si lasciano raggiungere solo nell'intelligenza, non sono disponibili a lasciarsi cambiare la vita: perciò la Parola di Dio non riesce a diventare vita per loro, rimane estranea alla loro esistenza.
C’è nella vita di Ruth e di ogni uomo e donna una sete che solo Dio può colmare, una sete che ci conduce certamente a Lui.
L'uomo è veramente un vuoto, un vuoto che attende di essere riempito, irrigato a sazietà, è terra assetata e arida (Sal 63, 2) che attende l'acqua per fiorire, è ossa aride (Cfr. Ez 37) che attendono un soffio vitale per poter rinascere, è tristezza che attende motivi di gioia per cambiare la veste da lutto in abito di danza (Sal 29,12). Donde può mai venire la vita a quest'uomo votato alla morte? (Rm 7,24; cfr. Gv 5,24; Sal 78,11; Ez 31,14).
Forse ci è difficile capirlo, non saremo i primi. Anche l’apostolo Pietro non riusciva a capire con la sua intelligenza perché non usava il cuore, non si faceva irrigare fino in fondo, a sazietà. Gesù infatti gli rispose: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo» (Gv 13,7).
Quando siamo davanti a Lui, davanti alla Parola lasciamoci amare, poi cerchiamo di comprendere: prima obbedire, poi capire. Prima l'incontro cuore a cuore, poi arriva anche l'intelligenza.
Ruth è la donna capace di farsi irrigare fino in fondo prima di fare un’ulteriore scelta di vita, prima di scoprire la grandezza del dono.
C’è una condizione nella vita di ciascuno che, grazie a Ruth, possiamo scoprire insieme al Salmista: «Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente… Le lacrime sono il mio pane… Mentre mi dicono “Dove è il tuo Dio”. Questo io ricordo e il mio cuore si strugge… In me si abbatte l’anima mia; perciò di te mi ricordo» (Sal 42, 2-5.7).
Sia nel nostro brano (il nome di Ruth e lei che va a spigolare), sia nel Salmo troviamo la sete e la fame: una condizione che ci conduce in maniera continua alla ricerca di Dio perché esiliati, cacciati fuori dal luogo di origine, del proprio benessere, dalla propria patria, etc.
In tutti c’è un ricordare e un ritornare a spigolare per rivivere e ascoltare meglio la voce che chiama perché «Chi ha sete venga a me» (Gv 7,37) perché «Chi crede in me non avrà più sete» (Gv 6,35).
Ruth è simbolo di quanti si accosteranno alla voce del Signore, di quanti realizzeranno le parole del profeta Amos: «Ecco verranno giorni – dice il Signore Dio – in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d’ascoltare la parola del Signore» (Am 8,11).
Con una profezia e con una benedizione il profeta annuncia che prima o poi se non altro al momento della morte, non ci sazierà più niente fuori di Dio. Non ci sazierà più il benessere, né la salute, né la fama, né il potere. Anzi avremo sempre più insoddisfazione fino al momento in cui cominceremo ad avere sete e fame della Parola di Dio.
Ruth è la donna che prende coscienza di questo e si fa avanti, va a spigolare perché la sua vita si realizzi in un incontro terreno in preparazione dell’incontro finale con l’Autore della vita, che, a sua volta, sarà Lui a donare a Ruth e a tutti la sua spiga.
Una prima spiga la troviamo nell’albero genealogico del Messia perché questa donna scelta da Dio entri nella storia della salvezza e quindi deve, in qualche maniera, far parte del popolo eletto. Questo privilegio le viene riconosciuto dallo stesso Booz, suo marito: «Tu hai abbandonato tuo padre, tua madre e la tua patria per venire presso un popolo, che prima non conoscevi» (v. 11).
Queste parole, composte in maniera diversa, le ritroviamo nel Vangelo sulla bocca di Gesù, mentre veniva interrogato su come possedere la vita eterna: «Amen vi dico, non c’è nessuno che ha lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi, a causa di me e a causa del vangelo» (Mc 10,29).
Queste sono le parole che ci rendono poveri e piccoli, facendoci scoprire il tesoro inestimabile per il quale si lascia tutto: è una chance che Gesù dona perché tutti possiamo passare, grazie alla nostra povertà, per le porte della vita. Il Regno è amare Lui, che si è fatto fratello per poter essere incontrato e baciato da noi (Ct 8,1). Si è fatto ultimo di tutti, perché amando il più povero, amiamo Lui; e amando Lui amiamo tutti.
In queste persone che vanno dietro a Gesù vi è un rapporto libero da ogni idolatria perché tutto ritorna secondo il disegno di Dio, vivendo il tutto come un dono dall’Alto e da condividere con tutti (cfr. Rt 2, 8-9).
Farsi discepoli significa scoprire nello sguardo di Dio l’unico bene. Discepolo è colui che si lascia conquistare dal Signore, come Ruth, come Paolo, è un lasciar perdere tutto e correre per conquistarlo (Fil 3,8.12). È l’adesione personale a Colui che è povero e che porta la croce e ciò costituisce il momento essenziale della sequela; ogni altro motivo sarebbe insufficiente perché nella parola dell’annuncio evangelico che tutti trovano Gesù e motivano la loro adesione.
La ricompensa avviene già quaggiù sulla terra, perché nella comunione fraterna della comunità cristiana i discepoli trovano ampiamente i beni lasciati (Mc 10,30).
Sia nel Vangelo che nella vicenda di Ruth vi è un centro che fa parte della fede cristiana: lasciare tutto per Cristo Gesù, lasciarsi sedurre dal Dio che ci è apparso in Gesù.
Soltanto chi ha questa «Superna conoscenza di Cristo Gesù» (Fil 3,8), è presso Dio, ha scoperto – spigolando – la perla preziosa (Mt 13,46), abbandona tutto con gioia lasciandosi irrigare dentro e fuori di sé, perché ha la pienezza della vita del regno che è riservato ai poveri.

Interrogarsi
1. Rileggendo la vicenda di Ruth, prova a richiamare e a vedere quanta forza essa sprigiona ancora nella tua vita: prova a chiederti se il tuo cammino si è fatto tiepido e pigro o se mantiene la freschezza originaria.
2. Ci facciamo irrigare a sazietà dalla Parola di Dio per poi viverla con tutti?
3. Quali esperienze e atteggiamenti interiori favoriscono o impediscono la tua spigolatura così da tradurre in preghiera in tuo “sì” al Signore?

Pregare
Spirito d'amore, Tu che sei amore in tutta la tua persona, l'Amore unico e ideale, vieni a trasformare in amore tutta la nostra vita. Donaci di amare alla maniera di Dio, il quale non mette limiti all'apertura del suo cuore, tu che ne sei il dono integrale.
Donaci di amare ad esempio di Cristo, che ha testimo¬niato all'umanità una bontà mirabile offrendo per essa il sacrificio della vita.
Donaci di amare con tutta la spontaneità del nostro essere, ma insieme con tutta l'energia spirituale che ci viene da te.
Donaci di amare in maniera sincera e disinteressata, distaccandoci completamente dalle nostre ambizioni personali. Donaci di amare prodigandoci volentieri e senza attendere ricompensa, dimenticando ciò che diamo e ciò che sopportiamo.
Donaci di amare anche nelle delusioni e negli sgarbi, amare fino alla fine anche senza ricevere alcun contraccambio.
Donaci di amare con pazienza instancabile, senza irritarci dei difetti altrui e dei torti ricevuti.
Donaci di amare e di crescere sempre più nell'amore, facendoci scoprire progressivamente tutto ciò che esige quell'amore perfetto che si trova solo in te.
Donaci di trovare la nostra gioia nell'amore e di cercare la nostra vera felicità nel far contenti gli altri.

Agire
Impegnarsi in una vita sempre più piena nella ricerca del Bene assoluto nella continua donazione di sé.

MARIA DI NAZARETH


Invocare
Shaddai, Dio della montagna, che fai della nostra fragile vita la rupe della tua dimora, conduci la nostra mente a percuotere la roccia del deserto, perché scaturisca acqua alla nostra sete. La povertà del nostro sentire ci copra come manto nel buio della notte e apra il cuore ad attendere l’eco del Silenzio finché l’alba, avvolgendoci della luce del nuovo mattino, ci porti, con le ceneri consumate del fuoco dei pastori dell’Assoluto che hanno per noi vegliato accanto al divino Maestro, il sapore della santa memoria.

Leggere (Lc 1,26-38)
1, 26 Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, 27 a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28 Entrando da lei, disse: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”. 29 A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. 30 L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31 Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32 Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33 e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. 34 Allora Maria disse all’angelo: “Come è possibile? Non conosco uomo”. 35 Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. 36 Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: 37 nulla è impossibile a Dio ”. 38 Allora Maria disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. E l’angelo partì da lei.

Meditare L’annunzio della nascita di Gesù a Maria di Nazareth, costituisce il centro del Vangelo dell’infanzia secondo la narrazione lucana. Il nome della Vergine Maria, importante per la nostra vita, assume un ruolo misterioso, ma eminente. L’ebraico Mirjam va tradotto con “Illuminatrice del mare” o con “Stella del mare”, traduzione, quest’ultima, preferita da san Bernardo. La prima parola con cui l’autore del Vangelo qualifica Maria è: “Una vergine promessa sposa” (v. 27). Questa descrizione dell’evangelista, come una intuizione, ci trasporta nelle pagine dell’Antico Testamento che aveva visto e desiderato per la donna sterile un destino di grazia: “Beata la sterile non contaminata… avrà il suo frutto alla rassegna delle anime” (Sap 3,13). Maria rappresenta, nella prospettiva del Vangelo, la novità compiuta dalla grazia di Dio.
Ma chi è questo personaggio? È una creatura umana, anzi, l’evangelista Luca ama sottolineare la povertà della sua condizione: è una donna (quindi socialmente debole), è vergine, priva dell’unico valore socialmente riconosciuto alla donna nella società antica: la maternità; vive a Nazareth (oscuro villaggio di una regione religiosamente infida). Ma Dio ama compiere le meraviglie della sua opera proprio nella debolezza della condizione umana; san Paolo ricorda che la potenza di Dio si manifesta nella debolezza (Cfr. 2Cor 12,7-10). Così Maria diventa la “proclamazione della grazia di Dio”; niente in lei è grandezza puramente umana; tutto è opera di Dio nella creatura umana.
Questo brano, contenente il discorso dell’angelo, si apre al v. 28 con un saluto (“Ti saluto”) e un appellativo (“piena di grazia”), seguiti dalla garanzia di protezione divina (“Il Signore è con te”). Nel testo originale greco il saluto “Ti saluto, o piena di grazia” suona così: “Kaire kekaritoméne”; cioè: rallegrati tu che sei stata trasformata (o ricolma) dalla grazia (cfr. Sof 3,14ss.; Zc 2,14). In pratica: rallegrati, Dio ti ha guardato con favore, con benevolenza, ti ha guardato con la ricchezza della sua generosità e ha trasformato la tua vita con il suo dono di grazia; per cui la forma che la tua vita ormai ha assunto è la forma prodotta in te dalla grazia di Dio, dal dono di Dio.
In questo brano, il participio greco usato indica una condizione permanente, quindi sostituisce il nome. Maria è identificata dall’inviato di Dio come colei che è totalmente avvolta da suo amore gratuito e benigno. È il mistero dell’incontro tra l’uomo e Dio che non si può spiegare. Avviene e basta. È un incontro che lascia il segno, e qui sta la grandezza. Questo saluto si conclude con la protezione divina: “Il Signore è con te”. È una espressione familiare che troviamo sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento e ricorda il patto veterotestamentario tra Dio e l’umanità (attesa messianica da parte di Israele) ma da collocare nella novità dell’evento cristiano. La novità è questa: la speranza del popolo trova il suo compimento nella Vergine di Nazareth, Maria, che sta per diventare madre del Figlio dell’Altissimo, del Salvatore del mondo. San Giovanni Crisostomo ci aiuta a capire questa novità con queste parole: “È in te colui che si trova dappertutto; è con te e viene da te, lui che è il Signore in cielo, Altissimo nell’abisso…, Creatore al di sopra dei cherubini…, Figlio in seno al Padre, Unigenito nel tuo ventre, Signore – egli sa come – interamente dappertutto e interamente in te”. Se l’appellativo “riempita di grazia” si riferisce a quello che Dio aveva operato in Maria fin dalla sua esistenza, la formula “Il Signore è con te” è orientata verso il futuro riferendosi alle parole successive dell’angelo (cfr. vv. 35-37), parole che il profeta Isaia aveva annunciato: “Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele” (Is 7,14). Maria è la donna che, nella routine della vita ordinaria, si trova davanti al piano divino (elezione) che Dio intende realizzare per mezzo della sua persona a favore del popolo (vocazione e missione). Davanti a questa cornice, Maria rimane in un soliloquio interiore: “Rimase turbata e si domandava…” (v. 29). Il turbamento che troviamo nella vita di Maria non è un semplice “turbare”, ma un perturbare, sconvolgere profondamente e fa parte del genere letterario delle annunciazioni (cfr. Lc 1,12) corrispondendo alle perplessità che avviene in ciascun chiamato ancora oggi (nella Bibbia possiamo vedere la chiamata di Mosé, Gedeone, Geremia, etc.).
Quante volte capita che davanti alla chiamata di Dio ci si chiede: “perché proprio io?”. Maria in qualche modo si pone la stessa domanda facendo un altro ragionamento dentro di sé, diverso dalle precedenti (o odierne chiamate): cerca di penetrare il senso recondito e la portata di quelle parole che l’evangelista Luca sottolinea in 2, 19.51, quindi cerca di capire ciò che il Signore le sta chiedendo per mezzo del suo messaggero e la missione specifica alla quale l’ha destinata. Il suo turbamento insieme alla sua riflessione interiore, mette in risalto un nuovo aspetto della sua persona: la sua apertura nei confronti della Parola di Dio, il suo lasciarsi interrogare, provocare da ciò che ascolta.
Maria non si accontenta di un monologo, ma grazie alla stessa Parola di Dio che comincia a dare corpo a questa chiamata divina, a capire che “Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fin dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome” (Is 49,1). Grazie anche alla stessa Parola di Dio (per mezzo dell’Angelo) riceve il “non temere” (v. 30), espressione che se ricordiamo anche in altri contesti biblici si riscontra (cfr. Gen 15,1; Is 43,1.5; Gdc 6,23; Ger 1,8; Ez 2,6). Maria diventa per noi colei che non teme, ma gioisce perché Dio ha posato il suo sguardo benevolo su di lei. Ella capisce che la sua vocazione è quella di dare un corpo, una carne, a Dio che viene a “Visitare il suo popolo” (Lc 1,68). Questo fatto però urta in Maria contro una difficoltà reale, che essa presenta serenamente e lealmente: “Come sarà questa cosa, poiché non conosco uomo?” (v. 34). Sono parole che creano un confusione sia per chi si è trovato davanti a una simile proposta e sia per noi che cerchiamo di capire. Nel profondo cuore di Maria, invece, troviamo il grande desiderio di verginità che la porta ad essere Madre. Questa verginità ci conduce a capire che davanti a Dio non esiste una sterilità (cfr. Lc 1,7.18; Gen 16,1-2; 17,17; 18,10-12), perché nulla è impossibile a Lui (v. 37). Essere vergine per Maria è il segno della presenza piena di Dio: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo” (v. 35), e della consacrazione a Lui: : “Avvenga di me quello che hai detto” (v. 38). Il sì di Maria è il primo sì alla consegna che Dio fa di se stesso nelle mani di ogni uomo e di ogni donna. Gesù è il consegnato dal Padre nelle mani dell’altro. E Maria, attraverso il suo sì, permette questo: permette che attraverso di lei abbia inizio la consegna di Gesù. Il sì di Maria, il mio sì, il nostro sì, permette a Dio di continuare a consegnarsi all’umanità. Il nostro sì permette di dare corpo a Dio, di generare Gesù agli altri, nelle vesti di un consegnato. Maria insegna che consegnare a Dio la nostra vita, i nostri affetti, la nostra volontà permette a Dio di consegnarci a sua volta nelle mani degli uomini. Così che anche noi, come Gesù, siamo dei consegnati. Allora non è più solo: “io consegno la mia vita a Dio”, ma il mio sì permette a Dio di consegnare se stesso agli uomini attraverso la mia vita, attraverso la mia persona, è permettere a Dio di fare di me un consegnato e ripetere sempre “Avvenga di me quello che hai detto” (v. 38).
Impariamo, sull’esempio di Maria, ad ascoltare il Signore che ci parla nelle piccole cose di ogni giorno. Ogni giorno fermiamoci a dialogare con il Signore ascoltando la sua Parola, perché possiamo conoscere, accogliere e vivere appieno la chiamata all’amore per l’altro.

Interrogarsi
1. Impariamo, sull’esempio di Maria, ad ascoltare il Signore che ci parla nelle piccole cose di ogni giorno?
2. Sono fedele a me stesso, a Dio che mi ha creato? Senza complessi di grandezza o di inferiorità… come Maria?
3. Come vivo la mia gioia per farne dono all’altro?
4. Come rendo corpo, carne a Dio nella vita di tutti i giorni, per aiutare l’altro a prendere coscienza che anch’essi sono figli di Dio?
5. Sono capace di fare della mia vita un consegnato?

Pregare
O Maria, facci comprendere, desiderare, possedere in tranquillità la purezza dell’anima e del corpo. Insegnaci il raccoglimento, l’interiorità; dacci la disposizione ad ascoltare le buone ispirazioni e la parola di Dio; insegnaci la necessità della meditazione, della vita interiore personale, della preghiera che Dio solo vede nel segreto. Maria, insegna a noi l’amore. L’amore a Cristo, Amore unico, sommo, totale, amore che è sacrificio per i fratelli. Ottieni a noi, Maria, la fede soprannaturale, la fede semplice, piena e forte, la fede sincera, attinta alla sua fonte verace, la Parola di Dio. Tu sei, Maria, immagine e inizio della Chiesa; risplendi ora innanzi al popolo di Dio quale segno di certa speranza e di consolazione (Paolo VI).

Agire
Ogni giorno fermiamoci a dialogare con il Signore ascoltando la sua Parola, perché possiamo conoscere, accogliere e vivere appieno la chiamata all’amore per l’altro.

GIUSEPPE, SPOSO DI MARIA

Invocare
Spirito che aleggi sulle acque, calma in noi le dissonanze, i flutti inquieti, il rumore delle parole, i turbini di vanità, e fa sorgere nel silenzio la Parola che ci ricrea.
Spirito che in un sospiro sussurri al nostro spirito il Nome del Padre, vieni a radunare tutti i nostri desideri, falli crescere in fascio di luce che sia risposta alla tua luce, la Parola del Giorno nuovo.
Spirito di Dio, linfa d'amore dell'albero immenso su cui ci innesti, che tutti i nostri fratelli ci appaiano come un dono nel grande Corpo in cui matura la Parola di comunione (Frère Pierre-Yves di Taizé).

Leggere (Mt 1,18-24)
1, [18]Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. [19]Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. [20]Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. [21]Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». [22]Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: [23]Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi. [24]Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Meditare Presentare questo personaggio importante nella storia della salvezza e nella vita del cristiano di oggi è qualcosa di particolare, in quanto, come la Vergine Maria, sua sposa, si dice poco di lui, ma quel poco è abbastanza per capire che la sua vita è stata una continua donazione.
Ma chi è Giuseppe? È un laico nel senso più pregnante della parola, laico perché non caratterizzato da nessuna funzione ufficiale: è un uomo come tutti, inserito fino in fondo nelle realtà terrene per offrirle come supporto all’Incarnazione. Il Verbo si incarna in una famiglia di cui Giuseppe è il capo e vive nella realtà delle creature umane, nella condizione più universale, che è quella del lavoro e della povertà. Il Nuovo Testamento non ci dice molto di Giuseppe. Ne parlano solo i due Vangeli (Mt e Lc) che riferiscono qualcosa della infanzia di Gesù. Tutti gli episodi che tali Vangeli riferiscono sono appunto legati al periodo che va dal suo fidanzamento ai primi anni di vita del bambino (fino al suo ritrovamento “tra i Dottori del Tempio” di Gerusalemme). Da queste fonti possiamo dedurre che Giuseppe era originario di Betlemme, cittadina che per qualche motivo abbandonò per andare ad abitare a Nazaret. Lì, probabilmente, avvenne il fidanzamento con Maria, figlia di Gioacchino ed Anna.
Il brano scelto per questa lectio mensile, è collegato strettamente alla genealogia (Mt 1,1-17) che l’evangelista Matteo compone con l’intento di sottolineare la successione dinastica di Gesù, il salvatore del suo popolo (v. 21). In queste pagine l’Evangelista non ha intenzione di perdere tempo in “questioni sciocche, dalle genealogie, dalle questioni e dalle contese intorno alla legge, perché sono cose inutili e vane” (Tt 3,9), ma di cogliere nella vita ordinaria la Parola di Dio nascosta per noi: Gesù, perché l’essere partecipi dei misteri del Regno avviene per mezzo di Gesù.
Giuseppe esprime la figura di chi, dal punto di vista fisico, non c’entra in questa nascita, ma che in realtà è fondamentale per la realizzazione del piano di Dio. Ci vuole Giuseppe. “Tu lo chiamerai Gesù” (v. 21). Questa espressione vuole dire che è Giuseppe che deve operare come padre legale di Gesù, perché Gesù sia quel discendente di Davide che adempie le promesse. Gesù deve essere una novità radicale e quindi nasce dalla grazia di Dio, ma deve, nello stesso tempo, realizzare le promesse di Dio nella storia. E allora Giuseppe diventa importante, perché (sia nel caso di Maria che nel caso di Giuseppe) più che la generazione fisica, conta l’atto della fede, l’atto dell’obbedienza. Sant’Agostino l’aveva detto, ed è diventata classica l’affermazione dopo di lui: “Maria, ha generato il Figlio di Dio prima nella fede e poi nella carne”. È la fede che ha aperto il grembo e il cuore di Maria a ricevere il Verbo di Dio. La generazione del Verbo di Dio – la Parola di Dio fatta carne – non c’è al di fuori della fede; questo vale per Maria e vale per la Chiesa. La Chiesa, ciascuno individualmente diventa madre, quando accoglie la Parola nella fede; allora la genera, la mette alla luce in tutte le situazioni storiche, in tutte le condizioni umane, ma in questa prospettiva. Lo stesso vale esattamente per Giuseppe. Giuseppe non c’entra dal punto di vista della carne, ma c’entra dal punto di vista della obbedienza della fede.
La vita di Giuseppe è stata veramente travolta dalle iniziative di Dio, iniziative misteriose, iniziative al di là della possibilità di capire. Giuseppe nonostante tutto, si è lasciato condurre perché era giusto e “giusto” è l'uomo che vive di fede. Il v. 20 vuole indicarci un profilo di quest’uomo. Dove lo porta il Signore? Non lo sa, Dio non glielo dice, non gli spiega niente e lui obbedisce lo stesso. Ha sempre detto di sì con la vita, non con le parole. Non ha mai avuto questioni da sollevare, dubbi da proporre. Egli è l’uomo del silenzio e nel silenzio agisce. E come è fecondo questo silenzio! Esso permette che tra la parola di Dio e l’obbedienza di Giuseppe non ci sia soluzione di continuità. Dio parla e Giuseppe fa. Molte parole suonano nella sua vita fino a capovolgere i suoi progetti: un matrimonio con la sua dolce sposa Maria, avere dei figli e vivere in semplicità davanti a Dio e agli uomini. Ma in lui, oltre a queste cose del tutto legittime risuonano dei verbi:
“Non temere...”, e lui non teme, tutti i drammi sono finiti (v. 20).
“Alzati...”, e lui si alza, eccolo già per strada (v. 24).
“Ritorna...”, ed è già di ritorno (v. 24).
È la bellezza della vita interiore di Giuseppe che convive con il capovolgimento di Dio. Osserviamo le “cose strane” che accadono.
“Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe” (v. 18).
Prima di queste parole c’è la lunga genealogia che, partendo da Abramo, poi da Davide, poi dall’esilio di Babilonia, arriva fino a Giuseppe. E la conclusione della genealogia dice: “Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo” (1,15-16). La genealogia è andata avanti per quaranta volte, ma quando si arriva all’ultimo anello della catena, cambia tutto: “Giacobbe generò Giuseppe”… e non c’è “Giuseppe generò Gesù”, ma: “Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo”. Per capire la paternità spirituale di Giuseppe chiediamoci: Quale la realtà spirituale dell’adozione affidata a Giuseppe e di conseguenza a noi, oggi? Diciamo, che il popolo eletto possiede «La gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse» perché «Essi sono Israeliti e possiedono l'adozione a figli» (Rm 9,4). Anche noi, il popolo nuovo di Dio, in Cristo riceviamo l’adozione a figli perché «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli» (Gal 4,4-5). è questa la salvezza che ci ha portato Gesù. Cristo «Salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21) perché egli è il «Dio con noi» (Mt 1,23) che ci rende figli adottivi di Dio. Gesù nasce da «Maria promessa sposa di Giuseppe» (v. 18a) che «Si trovò incinta per opera dello Spirito Santo» (v. 18b). Matteo non ci da il racconto dell’annunciazione come fa l’Evangelista Luca (cfr. Lc 1, 26-38), ma struttura il racconto dal punto di vista dell’esperienza di Giuseppe, l’uomo giusto. Nella Bibbia gli uomini giusti sono rivelati come gli amati da Dio e che molte volte li sceglie per una missione importante, li protegge e non li accomuna con gli empi (Gen 18,23ss). Nell’Antico Testamento troviamo molti personaggi che sono ritenuti giusti. Pensiamo a Noè «Uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei» (Gen 6,9). Oppure Ioas che «Fece ciò che è giusto agli occhi del Signore» (2Re 12,3). Un’idea costante nella Bibbia è il «sogno» come luogo privilegiato dove Dio fa conoscere i suoi progetti e disegni, e alcune volte rivela il futuro. Ben conosciuti sono i sogni di Giacobbe a Betel (Gen 28,10ss) e Giuseppe suo figlio come pure quelle del coppiere e del panettiere imprigionati in Egitto con lui, (Gen 37,5ss; 40,5ss) e i sogni del Faraone che rivelavano i futuri anni di prosperità e di carestia (Gen 41,1ss). A Giuseppe appare «In sogno un angelo del Signore» (v. 20) per rivelargli il disegno di Dio. Nei vangeli dell’infanzia appare spesso l’angelo del Signore come messaggero celeste (vv. 20.24; Mt 2,13.19; Lc 1,11; 2,9) e anche in altre occasioni questa figura appare per rasserenare, rivelare il progetto di Dio, guarire, liberare dalla schiavitù (cfr. Mt 28,2; Gv 5,4; At 5,19; 8,26; 12,7.23). Molte sono le referenze all’angelo del Signore anche nell’Antico Testamento dove originariamente rappresentava il Signore stesso che guida e protegge il suo popolo essendogli vicino (cfr. Gen 16,7-16; 22,12; 24,7; Es 3,2; 23,20; Tb 5,4). Punto centrale di questa pagina è la verginità descritta dal v. 23: «Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi». La condizione di verginità vuole dire l’impossibilità concreta, umana, mondana, di avere un figlio. La verginità è per Maria, come per Israele, una condizione di immaturità, di povertà e di incompletezza. Maria è dal punto di vista umano in una condizione di povertà; tutto sembra rendere impossibile l’adempimento delle promesse. Qui è il senso dell’intervento di Dio che si manifesta esattamente quando i mezzi umani o le situazioni umane non sono proporzionate al risultato, perché appaia chiaramente che quello che viene fuori è un dono: non è la forza dell’uomo che produce quello che sta per nascere, ma è la grazia di Dio. È dono unicamente di Dio. Questo significa la presenza dello Spirito Santo che diventa il segno della grazia, della forma creatrice di Dio stesso e che opera la meraviglia del compimento delle sue promesse. Non c’è bisogno di capacità di forze o realizzazioni umane e mondane; c’è bisogno solo della disponibilità della fede, perché Dio possa operare quello che lui solo è in grado di fare. Oggi tutto questo Dio lo sta compiendo in ciascuno di noi e particolarmente in te e attraverso di te le sue promesse, i suoi progetti, perché diventi strumento di salvezza di Dio nella storia di ogni giorno.
Per concludere, l’esempio di quest’uomo che va sempre alla ricerca della verità (cfr. Lc 2,41-50), ci insegna come si offra al Cristo il servizio di una vita totalmente inserita nelle realtà terrene.
Egli ci fa comprendere il contenuto del servizio per il Regno e ci aiuta ad essere nella storia della salvezza coloro che in Cristo credono, a Cristo obbediscono e di Lui si fidano lasciandosi travolgere dal Signore e condurre per strade misteriose.

Interrogarsi
1. Rileggendo il brano, che cosa ti ha colpito di più? Perché?
2. Pensando all’adozione spirituale, Quali sentimenti e pensieri hanno suscitato nel tuo cuore? Che rilevanza possono avere per il tuo cammino di maturazione spirituale?
3. Con quale atteggiamento interiore ti poni davanti alla Parola di Dio?
4. Quale pensi sia il messaggio centrale del brano evangelico per la tua vita?
5. Ti lasci travolgere dal pensiero di Dio lasciandoti condurre per vie misteriose?

Pregare
È bello dar lode al Signore e cantare al tuo nome, o Altissimo,
annunziare al mattino il tuo amore, la tua fedeltà lungo la notte,
sull’arpa a dieci corde e sulla lira, con canti sulla cetra.
Poiché mi rallegri, Signore, con le tue meraviglie,
esulto per l’opera delle tue mani.
Come sono grandi le tue opere, Signore, quanto profondi i tuoi pensieri!
L’uomo insensato non intende e lo stolto non capisce:
se i peccatori germogliano come l’erba e fioriscono tutti i malfattori,
li attende una rovina eterna: ma tu sei l’eccelso per sempre, o Signore.
Ecco, i tuoi nemici, o Signore, ecco, i tuoi nemici periranno,
saranno dispersi tutti i malfattori.
Tu mi doni la forza di un bufalo, mi cospargi di olio splendente.
I miei occhi disprezzeranno i miei nemici, e contro gli iniqui che mi assalgono
i miei orecchi udranno cose infauste.
Il giusto fiorirà come palma, crescerà come cedro del Libano;
piantati nella casa del Signore, fioriranno negli atri del nostro Dio.
Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e rigogliosi,
per annunziare quanto è retto il Signore: mia roccia, in lui non c’è ingiustizia (Sal 92)

Agire
Ogni giorno fermiamoci e portiamoci dentro una parola per la vita da affrontare con coraggio ed altruismo sano le responsabilità che la vita ci consegna.

ANNA, la profetessa

Invocare
O Dio, nostro Creatore e Padre, tu hai voluto che il tuo Figlio, generato prima dell’aurora del mondo, divenisse in tutto simile a noi incarnandosi nel seno della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo. Manda su di noi il medesimo Spirito vivificatore, perché possiamo diventare sempre più docili alla sua azione santificatrice, docilmente lasciandoci trasformare dallo stesso Spirito nell’immagine e somiglianza di Gesù Cristo tuo Figlio, nostro fratello, salvatore e redentore.

Leggere (Lc 2,36-38)
2, [36] C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, [37] era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. [38] Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.


Nel vangelo di Luca tra i personaggi che sono ricordati attorno al racconto sulla nascita di Gesù Cristo, vi è Anna, una profetessa figlia di Fanuele, della tribù di Aser. L’Evangelista ci offre pochi dati biografici su questa donna ma sufficienti per individuare alcuni aspetti utili per la nostra vita. Ella come Simeone, “Aspettava il conforto di Israele” (Lc 2,24). Il suo sopraggiungere “in quel momento” (v. 38) quando i genitori portarono al Tempio Gesù “per offrirlo al Signore” (Lc 2,22) non fu casuale.
Fermiamoci un attimo e chiediamoci: chi è questa donna per me, per noi? L’ottantaquattrenne Anna, assieme a Simeone cui lo Spirito “aveva preannunziato che non avrebbe visto il Messia del Signore” (Lc 2,26), rappresentano quella parte d’Israele secondo la carne: stanca per il lungo attendere, carica di anni e di esperienza ma sveglia e attenta, pronta a cogliere i segni di Dio e a rallegrarsi per le sue gesta. Anche in noi, spesso, si nota la stanchezza dell’attesa che ci allontana dalla speranza.
Il v. 36 la presenta come una profetessa. Non è la prima donna che sentiamo chiamare col termine “profetessa” (vedi Maria sorella d’Aronne: Es 15,20; Debora: Gdc 4,4; Culda: 2Re 22,14). Ciò non significa che Anna era necessariamente una profetessa, nel senso che “parlava in nome di Dio”, piuttosto una donna consacrata a Dio e interprete dei suoi comandi: particolarmente dedicata al Signore tanto da diventarne portavoce, e a lei, il popolo si rivolgeva per ricevere parole di conforto, di saggezza, di consiglio. Nel dubbio, nell’insicurezza, nella disperazione, uomini, donne e bambini, sapevano di trovarla là, nel tempio, ad accoglierli.
Sapevano che lei avrebbe sempre avuto tempo per loro, per ascoltarli e per comunicare loro la Parola del Signore. Non era un sacerdote sempre indaffarato con le cerimonie del tempio, non era il tipico profeta che arringava folle anonime, non era l’intellettuale maestro della legge che, davanti alla sua classe, faceva erudite disquisizioni. Era soltanto una piccola donna, molto anziana, apprezzata perché particolarmente vicina a Dio. La gente sapeva di poterla trovare lì, nel luogo del culto, perché lei, ogni giorno, da tantissimo tempo, si recava per pregare.
Di questo personaggio è interessante un lato del suo carattere: la fedeltà. Anna, “Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere” (v.37). Probabilmente era tra il numero di quelle donne che “nei tempi stabiliti venivano a prestare servizio all’ingresso della tenda del convegno” (Es 38,8; cfr. 1Sam 2,22).
Anna è la donna della fedeltà. La fedeltà è uno di quei valori di cui oggi poco si parla e poco si pratica. La fedeltà, però, è uno dei principali tratti del carattere di Dio (cfr. Dt 7,9; Sal 146,6; Sap 15,1; 1Ts 5,4; Eb 10,23; 1Gv 1,9).
In questa concretezza e soprattutto in questa piena fiducia in Dio, il Signore ha ascoltato la sua preghiera, l’ha condotta al tempio al momento giusto, e così “si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme” (v. 38).
Anna è la donna che parla del bambino a quanti “erano in attesa” (cfr. Lc 3,15), e realizza le parole del Signore che lo stesso profeta Isaia disse: “Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità […] Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme” (Is 40,2; 52,9).
Luca di Anna dice ancora che “aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, era poi rimasta vedova” (vv. 36-37), quindi era vedova e non si allontanava mai dal tempio (v. 37).
Chi è la vedova? La Sacra Scrittura ne presenta molte tratteggiandone i lineamenti ideali. La vedova è colei che si è “cinta i fianchi di sacco e portava le vesti di vedova. Da quando era rimasta vedova digiunava tutti i giorni … temeva molto Dio” (Gdt 8,5-6.8), e lo serviva notte e giorno.
Il suo servire Dio notte e giorno trova concreta espressione nelle parole del Salmista: “Non mi respingere nel tempo della vecchiaia, non abbandonarmi quando declinano le forze… E ora nella vecchiaia e nella canizie, Dio, non abbandonarmi finché io annunzi la tua potenza, a tutte le generazioni le tue meraviglie” (Sal 7,9.18).
Molte vicissitudini nella vita di questa donna, tanto da potersi domandare: dov’era la fedeltà di Dio nei suoi confronti? Che delusione sarebbe stata per altre come lei quella perdita, dopo che Dio promette al Suo popolo ogni bene! Come avrebbe dovuto reagire a questo fatto? Prendendosela magari con Dio, arrabbiandosi con Lui?
Le sarebbe mancato sostegno economico, la compagnia, qualcuno con cui parlare, con cui lavorare, qualcuno che la sostenesse… La società in cui viveva Anna, nonostante le prescrizioni del Signore, era ostile alle vedove.
“Perché vivere ancora? Che scopo ha la mia vita?”. Anna, però, non se la prende con Dio. Dio l’avrebbe accolta, dandole Egli stesso rifugio e proposito per la sua vita, quello scopo che nemmeno prima avrebbe supposto d’avere.
Lei sapeva che avrebbe potuto trovare rifugio presso Dio: “Difensore delle vedove è Dio nella sua santa dimora” (Sal 68,6). Anna aveva fatto personale esperienza di quanto diceva il Salmo 84, che certamente bene conosceva: “Oh, quanto amabili sono le tue dimore, o Eterno degli eserciti! L'anima mia anela e si strugge per i cortili dell'Eterno; il mio cuore e la mia carne mandano grida di gioia al Dio vivente. Anche il passero trova una casa e la rondine un nido, dove posare i suoi piccoli presso i tuoi altari, o Eterno degli eserciti, mio Re e mio Dio. Beati coloro che abitano nella tua casa e ti lodano del continuo. Beati quelli che ripongono la loro forza in te e che hanno in cuore le tue vie!” (Sal 84,1-5).
Che cosa avrebbe fatto Anna nel tempio giorno dopo giorno? Anna conosceva la Bibbia. Sapeva che in Dt 10,18 c’è scritto che Dio “fa giustizia all'orfano e alla vedova, che ama lo straniero dandogli pane e vestito”. Conosceva l’eco di Davide alla rivelazione di Dio su Sé stesso dov’è scritto: “Padre degli orfani e difensore delle vedove è Dio nella sua santa dimora” (Sal 68,5), come pure: “Il Signore protegge i forestieri, soccorre l'orfano e la vedova ma sovverte la via degli empi” (Sal 146,9).
Nella sua solitudine questa vedova si aggrappa alle promesse di Dio e lavora su queste promesse. Anna sapeva dov’è la “santa dimora” di Dio. La casa dove dimorava con suo marito era vuota, non era più una casa, e qualcuno avrebbe molto probabilmente magari aspirato a portargliela via. Colui che era stato chiamato a proteggerla era morto, ma sapeva di avere però “Colui che protegge” per eccellenza, e così trova casa nel tempio stesso. Luca dice che “non si allontanava mai dal tempio”. Ora il Signore Dio diventa il punto focale della sua vita.
Nel tempio, però, lei non avrebbe pianto e ricordato solo “i bei tempi andati”, né si sarebbe semplicemente rallegrata godendo di questo nuovo suo rifugio, ma si sarebbe impegnata in una vita di servizio, “servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere”.
La combinazione “digiuni e preghiere” suona straniera alle nostre orecchie. Non è nostra abitudine darci a digiuni e preghiere… ma il fedele Israele sapeva dalla Parola di Dio che cosa Egli richiedesse loro.
Quando la gente giunge nel tempio per pregare ed il sacerdote entra nel Santissimo per offrire incenso sull’altare d’oro, Anna si impegna, con digiuni e preghiere, ad invocare il Dio di Israele affinché Egli abbia misericordia di un popolo che solo meriterebbe un giudizio di condanna. Come dice l’apostolo Giacomo, “pregate gli uni per gli altri, affinché siate guariti; molto può la preghiera del giusto, fatta con efficacia” (Gc 5,16).
È questa preghiera che ha fatto di Anna una profetessa. Non ha importanza se ha ricevuto o meno la chiamata o il riconoscimento ufficiale, il fatto sta che in questa vedova dimorava lo Spirito del Cristo che viene, come dice l’apostolo Pietro: “cercando di conoscere il tempo e le circostanze che erano indicate dallo Spirito di Cristo che era in loro, e che attestava anticipatamente delle sofferenze che sarebbero toccate a Cristo e delle glorie che le avrebbero seguite” (1 Pt 1,11).
Anna conosceva il suo Dio, conosceva i bisogni del popolo di Dio e questo era abbastanza per lei da sapere che Dio l’aveva sollevata dalle responsabilità familiari per dedicarsi al servizio del popolo.
I suoi anni non erano inutili. No, il fatto che fosse anziana e sola non significava che Anna non avesse scopo nella vita che i suoi anni fossero inutili.
Per lei si era realizzato ciò che annuncia il Salmo 92, 13-16: “Il giusto fiorirà come la palma, crescerà come il cedro del Libano. Quelli che sono piantati nella casa del Signore fioriranno nei cortili del nostro Dio. Porteranno ancora frutto nella vecchiaia e saranno prosperi e verdeggianti, per proclamare che il Signore è giusto; egli è la mia Rocca e non vi è alcuna ingiustizia in lui.”.
Questa è la donna, dunque, che vide nel tempio, un giorno quattro persone: una giovane donna, suo marito, ed un vecchio di Gerusalemme, con un neonato fra le braccia del vecchio. Lo Spirito di Cristo in lei la rende cosciente che il bambino fra le braccia di quel vecchio laggiù era l’adempimento di tutte le sue aspettative e l’adempimento fedele delle aspettative di tutti i profeti prima di lei.
Non è stupefacente? Le preghiere sono esaudite? Si, il Dio che è fedele risponde all’impegno fedele dei Suoi figli (cfr. 2Tm 2,11-13; 1Cor 1,8-9).
Quel bambino, come aveva detto Simeone, sarebbe stato “luce per illuminare le genti” (v. 32) inclusi quei figli di Aser che erano scomparsi nel vortice delle nazioni. Era giunta la redenzione. Il compito di Anna, però, non è cessato. La vediamo che si volta e se ne va.
Nella Scrittura non c’è di lei una sola parola. Ringrazia Dio e se ne va (cfr. Lc 17,11-19) Dove se ne va? A sprecare il suo tempo ora che la salvezza da parte del Signore è vicina? No, niente affatto. Luca ci dice che “parlava di quel bambino a tutti coloro che aspettavano la redenzione in Gerusalemme” (v. 38; cfr. Sal 22,31).
Ora che le sue preghiere di Anna sono state esaudite, Ella continua ad operare e a dire a tutti ciò che è avvenuto e avverrà. Il suo compito non è finito. Anna, nello stile e nella linea di Dio si fa proclamatrice del Vangelo (cfr. At 22, 14-17.21).
Dio non si priva di chi Lo annuncia fedelmente, anche quando un’intera classe politica e religiosa è corrotta. Il messaggio di Anna su quel bambino è testimonianza vivente della fedeltà di Dio alle Sue promesse, attraverso la fedeltà dei minimi fra il Suo popolo che vive nelle tenebre.
Questa donna è s,e in quanto tale, il messaggio acquista maggiore rilevanza.
Anna non ha paura di distinguersi dalla sua stessa gente, perché sa che certi valori non solo sono vincenti e paganti, ma che la coerenza è più importante della malintesa solidarietà con la sua stessa gente. Ella si impegna in una vita di servizio intercedendo in favore del suo popolo e delle sue miserie. In lei dimora lo spirito di Cristo e non cessa di parlarne, e sa che gli anni che Dio le concede (anche a noi) non sono mai inutili.

Interrogarsi
1. Cosa intendo per fedeltà? È per me importante?
2. Come vivo la mia fedeltà a Dio?
3. Per me la fedeltà è importante, oppure mi unisco anch’io al moderno coro che considera stupido chi è fedele e persevera?
4. Sono capace di ringraziare Dio in ogni istante della mia vita?
5. Come sull’esempio di Anna, annuncio la Luce di Dio? (leggi anche Mt 5,13-16)

Pregare
“Ecco ciò che voglio richiamare alla mente, e per questo voglio riprendere speranza. Le misericordie del Signore non sono finite, le sue compassioni infatti non sono esaurite; si rinnovano ogni mattina. Grande è la tua fedeltà! «Il Signore è la mia parte», io dico, «perciò spero in lui».
Il Signore è buono con quelli che sperano in lui, con l’anima che lo cerca” (Lam 3,21-25).

Agire
Fermati a riflettere su questa Parola: “Magnificate il nostro Dio! Egli è la roccia, l'opera sua è perfetta, poiché tutte le sue vie sono giustizia. È un Dio fedele e senza iniquità. Egli è giusto e retto” (Dt 32,3-4) e vivila nella tua vita.

GIOVANNI IL BATTISTA

Invocare
Vieni, o Spirito creatore, visita le nostre menti, riempi della tua grazia i cuori che hai creato. Sii luce all’intelletto, fiamma ardente nel cuore; sana le nostre ferite col balsamo del tuo amore. Luce d’eterna sapienza, svelaci il grande mistero di Dio Padre e del Figlio uniti in un solo amore. Amen.

Leggere (Gv 1,6-8.15.19-23)
1, [6]Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. [7]Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. [8]Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce. [15]Giovanni gli rende testimonianza e grida: «Ecco l'uomo di cui io dissi: Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perché era prima di me». [19]E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Chi sei tu?». [20]Egli confessò e non negò, e confessò: «Io non sono il Cristo». [21]Allora gli chiesero: «Che cosa dunque? Sei Elia?». Rispose: «Non lo sono». «Sei tu il profeta?». Rispose: «No». [22]Gli dissero dunque: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». [23]Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia». [29]Il giorno dopo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: «Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! [34]E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio».


Sono vari i brani biblici a cui fare riferimento per parlare del precursore di Cristo. Per la nostra lectio, facciamo riferimento al quarto Vangelo che presenta il Battista come un grande uomo e testimone. Sarà lo stesso Gesù a definirlo tale, quando di lui dice: «In verità fra i nati di donna, non è sorto nessuno maggiore di Giovanni il battista» (Mt 11,11). 
Nel primo capitolo del Vangelo di Giovanni, egli è grande in tre modi: personalmente, in testimonianza e moralmente.
Il Vangelo, fin dai primi versetti dice che lo Spirito Santo introduce nella storia un uomo, distinto per la sua missione da tutti gli altri uomini: «Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni» (v. 6). Dopo, al v. 8, lo caratterizza con un segno negativo: «Egli non era la luce».
Chiediamoci: quale valore personale aveva dunque quest’uomo, al punto che lo Spirito Santo giudicasse opportuno di dichiarare che egli non era ciò che è Dio nella Sua essenza?
Gesù stesso però di lui dice positivamente: «Egli era la lampada ardente e splendente e voi avete voluto per un breve tempo godere alla sua luce» (Gv 5,35). Come lampada, il suo chiarore era così grande, che quando appariva recava quasi la gioia dell’astro del giorno. Certamente Giovanni nella sua vita aveva pregato quelle parole che definivano lampada la Parola del Signore (cfr. Sal 119,105), convinto che il Signore stava preparando anche per lui una lampada (Sal 132,17). Giovanni Battista con la sua vita anticipa quanto lo stesso Gesù avrebbe detto per ciascuno di noi: «Voi siete la luce del mondo; una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta» (Mt 5,14).
L’affermazione - «Voi siete…» - è al presente. Cristo ha affermato: «Io sono la luce del mondo» (Gv 8,12). Oggi Egli investe di quest’onore e di questa responsabilità quanti lo seguono. Ovviamente Gesù non si riferisce ad una nostra luce che potremmo manifestare, ma, come la luna riceve luce dal sole e la riflette sulla terra, così deve essere il credente che non ha luce propria, ma la riceve da Cristo Gesù. I credenti possono essere luce solo perché, uniti a Cristo, potranno risplendere della Sua luce. Gesù dice anche che la luce non deve essere nascosta. Le città, in quel tempo, erano quasi tutte costruite su monti e alture per ragioni difensive e potevano in questo modo essere viste da lontano. Gesù ribadisce questo principio. Quello che Cristo ha fatto in noi va detto e proclamato, in modo che la luce emani da noi e la gente possa poi glorificare il Padre che è nei cieli (cfr. At 4,21). 
La Parola del Signore ci conduce a guardare la testimonianza del Battista. In primo luogo Giovanni «Venne come testimone per rendere testimonianza alla luce» (v. 7a) — missione senza precedenti nella storia dell’uomo! Moralmente il mondo era come un paese desolato, sepolto in una notte perpetua; Giovanni Battista viene, annunziando l’apparizione d’un astro che dissiperà le tenebre ed apporterà ai miseri la salvezza, la gioia e la vita. Tale è la prima testimonianza di quest’uomo: Giovanni venne «Affinché tutti credessero per mezzo di lui» (v. 7b); ma l’astro annunziato non fu compreso dalle tenebre, né conosciuto dal mondo, né ricevuto dai Suoi (Israele). Questi hanno ben voluto rallegrarsi, per un breve tempo, alla luce della lampada, ma non hanno voluto venire al sole per avere la vita (Gv 5,35.40). In secondo luogo Giovanni Battista rende testimonianza alla Parola fatta carne (Gv 1,15), a Dio fatto uomo, disceso quaggiù per rimediare il nostro stato e per rivelare il Padre. Quale testimonianza è mai questa, in contrasto con ciò che Dio aveva rivelato nei secoli scorsi! — La legge era venuta per Mosè, ma ciò che rispondeva in grazia allo stato dell’uomo, manifestandolo in pari tempo, era rimasto sconosciuto fino allora. Israele aveva potuto conoscere Dio come l’Eterno; l’unigenito Figlio che è nel seno del Padre, ci ha messi in rapporto con il Padre. Ora la testimonianza di Giovanni comporta questa rivelazione.
Nel v. 19 si trova una terza testimonianza, dove Giovanni dice ciò che egli non è. È appunto a ciò che il Signore quando dice: «Voi avete mandato a interrogare Giovanni, ed egli ha reso testimonianza alla verità» (Gv 5,33). Or questa testimonianza mette Giovanni Battista interamente da parte, perché lui non è né il Cristo… né il profeta annunziato in Dt 18,15-18. La verità è che lui era niente e che il Cristo, questo profeta che egli non aveva ancora veduto, era tutto: Giovanni Battista si annientò per il trionfo della verità. Più tardi, questo Cristo annunziato da Giovanni, dopo essersi annientato Egli pure, comparisce davanti a Pilato, rende testimonianza che Egli è re, e per mantenere intatta la verità, non tiene conto della Sua vita. Giovanni Battista aveva detto: «Io non lo sono» — Gesù dice: «Io lo sono». In questa occasione il Signore avrebbe potuto tacere, ma quando si tratta della verità, Egli parla, risponde, e la Sua parola è come la firma della Sua condanna (cfr. Gv 19,1-16). Ecco ora una quarta testimonianza (Gv 1,29), di un’importanza speciale nella carriera di quest’uomo di Dio. Fin qui Giovanni non conosceva il Signore personalmente; ora «Vede Gesù che viene a lui» ed emette un grido di gioia. Non dice Ecco la luce, o la Parola fatta carne, od il Cristo, ma: «Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!» — Gli appare ad un tempo il valore dell’epoca di Cristo e quello della Sua persona. Scopre in Gesù la vittima perfetta ed il Salvatore, «l’Agnello di Dio», e vede l’opera Sua; egli la vede in tutta la sua estensione, la contempla nei suoi risultati, fino allo stabilimento dei nuovi cieli e della nuova terra, dove la giustizia abiterà, e dove il peccato sarà tolto dalla scena per sempre. Inoltre la contempla nei suoi risultati, quando, rendendo testimonianza, dice: «Ho visto lo Spirito scendere dal cielo come una colomba e fermarsi su di lui..., è quello che battezza con lo Spirito Santo» (Gv 1,32-33). Per questo battesimo il credente è ormai assicurato dell’efficacia di quest’opera in suo favore; è ripieno della speranza d’essere ben presto con Cristo e simile a Lui nel cielo. Giovanni il Battista è per ciascuno di noi modello di conoscenza del Cristo. Nelle poche parole di questa lectio non possiamo dire insieme a Giovanni lo conosco, ma dobbiamo occupare interamente i pensieri del Cristo. Il Battista aveva un’intelligenza estesa di queste cose, solo perché Gesù occupava interamente i suoi pensieri. La conoscenza personale di Cristo allarga nei nostri cuori la conoscenza d’ogni cosa, e nello stesso tempo ci riduce al nulla nella nostra propria stima e nella stima del mondo, o piuttosto nel modo con cui cerchiamo essere stimati da esso. L’apostolo Paolo vedendo le immense ricchezze di Cristo, dice: «Io sono il minimo fra tutti i santi» (Ef 3,8). Questa testimonianza, però, non è propriamente profetica; Giovanni, già insegnato prima, ha capito queste cose come possiamo capirle noi, facendo la conoscenza dell’Agnello di Dio.
Nel v. 34 troviamo una quinta testimonianza: «E io ho veduto e ho attestato che questi è il Figlio di Dio». Egli può dire: Ora ho veduto e reso testimonianza di ciò che ho veduto. Questo uomo, al quale Dio stesso rende testimonianza con la discesa dello Spirito Santo, è il Figlio di Dio. Non è vero, che un testimone come Giovanni Battista avrebbe potuto avere un alto concetto di sé? Ma ciò che lo rende moralmente grande, è che egli si considera meno che nulla ai propri occhi, non perché cerchi di annichilire sé stesso, ma perché per lui Cristo riempie la terra, il cielo, l’eternità, ed il suo proprio cuore, e che è per lui tutto quello che esprimono questi nomi preziosissimi: Signore, Cristo, Profeta, Agnello di Dio, Oggetto del cielo, Figlio di Dio, Sposo. Il suo cuore intero è colpito da questo uomo che viene dopo lui, ma che gli è antiposto. Perciò, quando gli emissari dei Giudei gli domandano: «Che dici di te stesso?» egli rispose: «Io sono la voce di uno che grida nel deserto». - Io non dico verbo di me stesso; sono una voce. Avrebbe potuto dire: Sono il portavoce di Dio; ma no - uno strumento potrebbe ancora considerarsi per qualche cosa, e dice: «io sono la voce di uno che grida» — ciò gli toglie, per così dire, la sua personalità — «che grida nel deserto», cioè una voce che è senza eco, senza valore agli occhi degli uomini! «Perché dunque battezzi?» gli domandano essi; ed egli risponde: «Io battezzo in acqua», — cos’è il mio battesimo di fronte al suo? In Gv 3,26, i suoi discepoli non mostrano d’avere la stessa abnegazione: vengono a lui e gli dicono : «Rabbi, colui che era con te di là dal Giordano, e al quale rendesti testimonianza, eccolo che battezza, e tutti vanno da lui». Essi fanno di Giovanni l’uomo importante, e di Cristo il personaggio secondario (cfr. Mt 16,14). Ecco, dicono a Giovanni, come ti tratta! — Ma egli ricorda ai suoi discepoli la sua testimonianza in quanto al Cristo, poi aggiunge: «Colui che ha la sposa è lo sposo» (v. 29). La sposa non è Giovanni Battista, egli lo sa, ma il grande profeta si contenta d’un posto secondario, poiché possiede Cristo — egli è «l’amico dello sposo». Egli assiste ad espansioni che non si dirigono a lui, ma che lo interessano; sente la voce dello sposo e la sua gioia è compiuta. Altri avranno la loro gioia in relazioni più intime, ma quella di Giovanni Battista è perfetta in una relazione inferiore; il Signore gliel’ha data, e quantunque non sia la più elevata, poiché viene da Lui, basta per quest’uomo di Dio; la sua gioia è compiuta in Colui che è lo Sposo di un’altra.
Che commovente umiltà nel più grande di coloro che sono nati di donna! Non è forse vero che la gioia di Giovanni Battista, il quale si teneva all’infuori, era molto più grande che non è abitualmente la nostra? E noi cristiani, che abbiamo il privilegio di chiamarci la sposa di Cristo, non ci umilia egli questo pensiero? Giovanni apprezzava la nostra relazione, conservava la sua, e non ne desiderava altra. Non c’era in lui maggior gelosia di quanto ce ne fosse negli angeli, quando alla nascita di Cristo, celebravano la pace negli uomini ed esaltavano un opera che non era per loro, ma che s’indirizzava a poveri peccatori perduti. Giovanni «era presente», con gli occhi fissi sul volto dello Sposo e con l’orecchio teso per ascoltarlo; la sua felicità consisteva nel dimenticar sé stesso, come Maria ai piedi del Salvatore, e lasciava che il suo cuore si riempisse, come un vaso, del torrente delle perfezioni d’uno Sposo che non era il suo. «Bisogna che egli cresca» aggiunge, «e che io diminuisca». Cristo è cresciuto, e Giovanni è diminuito fino ad annientarsi. Questo gran testimone, dopo aver reso testimonianza, ha riunito i suoi discepoli attorno a Gesù, ed ha veduto la sua testimonianza interamente surrogata da quella dì Cristo. La sua gloria è d’aver fatto risaltare la gloria di Colui che solo meritava d’essere glorificato. Noi non siamo chiamati a rivestire la grandezza profetica e personale di Giovanni Battista; ma che ci sia dato, nella dimenticanza di noi stessi, di rivestire qualcosa della sua grandezza morale, considerando Cristo come il tutto per le anime nostre!

Interrogarsi
1. Anche noi, nel profondo di noi stessi, siamo come il Battista. Viviamo la grandezza della nostra vita in testimonianza e moralmente?
2. Sono convinto che il Signore chiama anche me ad essere lampada tra i miei contemporanei?
3. Come il Battista, so condurre altre persone a Gesù? Lo indico come l’Agnello di Dio?
4. Vivo la mia vita in umiltà come il Battista per essere “l’amico dello sposo”?
5. altre domande da utilizzare sono all’interno della riflessione ….

Pregare
Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa che noi, come il Battista, possiamo non solo ascoltare ma voce tra i nostri contemporanei. Tu che vivi e regni con il Padre nell'unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

Agire
Per rendere testimonianza ti invito a meditare e a vivere concretamente quanto troverai scritto in At 22,14-16.

LA VEDOVA IMPORTUNA

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2)   (Invocare) O Dio, che per le mani alzate del tuo se...