mercoledì 18 agosto 2010

DAVIDE


Invocare
Concedi, o Dio, di accostarci con umiltà e santo timore a questa Parola che ci supera infinitamente; a questa realtà che è mistero della tua presenza. Fa' che là dove la nostra mente non può arrivare giunga il nostro cuore mediante l'intuizione dell'amore e tutto il nostro essere taccia davanti a Te, Ti contempli e Ti adori. Amen.

lectio (1Sam 16,1-13)
16, [1] Il Signore disse a Samuele: "Fino a quando piangerai su Saul, mentre io l'ho rigettato perché non regni su Israele? Riempi di olio il tuo corno e parti. Ti ordino di andare da Iesse il Betlemmita, perché tra i suoi figli mi sono scelto un re". [2] Samuele rispose: "Come posso andare? Saul lo verrà a sapere e mi ucciderà". Il Signore soggiunse: "Prenderai con te una giovenca e dirai: Sono venuto per sacrificare al Signore. [3] Inviterai quindi Iesse al sacrificio. Allora io ti indicherò quello che dovrai fare e tu ungerai colui che io ti dirò". [4] Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato e venne a Betlemme; gli anziani della città gli vennero incontro trepidanti e gli chiesero: "E' di buon augurio la tua venuta?". [5] Rispose: "E' di buon augurio. Sono venuto per sacrificare al Signore. Provvedete a purificarvi, poi venite con me al sacrificio". Fece purificare anche Iesse e i suoi figli e li invitò al sacrificio. [6] Quando furono entrati, egli osservò Eliab e chiese: "E' forse davanti al Signore il suo consacrato?". [7] Il Signore rispose a Samuele: "Non guardare al suo aspetto né all'imponenza della sua statura. Io l'ho scartato, perché io non guardo ciò che guarda l'uomo. L'uomo guarda l'apparenza, il Signore guarda il cuore". [8] Iesse fece allora venire Abìnadab e lo presentò a Samuele, ma questi disse: "Nemmeno su costui cade la scelta del Signore". [9] Iesse fece passare Samma e quegli disse: "Nemmeno su costui cade la scelta del Signore". [10] Iesse presentò a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripetè a Iesse: "Il Signore non ha scelto nessuno di questi". [11] Samuele chiese a Iesse: "Sono qui tutti i giovani?". Rispose Iesse: "Rimane ancora il più piccolo che ora sta a pascolare il gregge". Samuele ordinò a Iesse: "Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui". [12] Quegli mandò a chiamarlo e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e gentile di aspetto. Disse il Signore: "Alzati e ungilo: è lui!". [13] Samuele prese il corno dell'olio e lo consacrò con l'unzione in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi. Samuele poi si alzò e tornò a Rama.

meditare
In questi versetti viene narrata la consacrazione di Davide, figlio di Iesse, a re di Israele. Di lui si parla diffusamente in 1Sam 16 e 2Re; la sua genealogia è descritta nel libro di Rut, la quale fu la sua bisnonna. La storia  della sua ascesa al prestigio sociale è narrata, oltre che in 1Sam 16, in 2Sam 5; mentre in 2Sam 6-20 e in 1Re 1-2 ci viene raccontato l'evento della sua successione al trono; in 1Cr 10ss, tutta la sua storia viene idealizzata e un po’ enfatizzata omettendo episodi segreti o imbarazzanti.
Guardando il contesto di questo brano, sull’esempio del profeta Samuele, chiediamoci: perché un re, quando abbiamo Dio come re? (cfr. 1Sam 8,6).
La risposta l’abbiamo nella promessa che Dio fece ad Abramo di renderlo “nazioni”, di far nascere da lui dei "re" (Gen 17,6). Come pure, di avere un re come tutti gli altri popoli (1Sam 8,5); quindi una richiesta che sembra rientrare nei diritti civili. Dio risponde autorizzando il profeta ad esaudire la richiesta (1Sam 8,7-9) e qui su indicazione del Signore, Samuele unge re Saul “capo sopra Israele”, col compito specifico di liberare il popolo di Dio dalle mani del nemico (1Sam 10,1). In seguito alla infedeltà all’Alleanza, Dio ordina al profeta Samuele di ungere segretamente Davide e con questa elezione, inizia un fondamento particolare della storia della Salvezza nel Libro di Samuele.
La vocazione di Davide ha elementi comuni alla vocazione di Giosuè (cfr. Nm 27,18-20). Ma più di vocazione il termine esatto in questo caso è «elezione divina», manifestata a Davide per mezzo di Samuele. Per capire l’elezione divina abbiamo dei verbi: provvedere (ra’â) (v.1b) e contenuta esplicitamente nel verbo scegliere (bahar) (vv. 8-10).
Il primo verbo (ra’â) indica l’azione di Dio, che guarda quasi per cercare l’eletto e, individuandolo, lo riserva per sé (cfr. v. 1b).
Il secondo verbo (bahar) è un termine tecnico che nella Bibbia vuole indicare l’elezione divina del re, prima ancora di quella del popolo.C’è qualcosa di particolare che avviene nella scelta, una prassi che Dio segue costantemente nella storia della salvezza, in modo che «Nessuno abbia a gloriarsi davanti a lui» (cfr 1Cor 1,29): la linea di benedizione non passa mai attraverso la primogenitura, basta pensare Giacobbe preferito a Esaù (Gen 27), Efraim a Manasse (Gen 48,14-19), Giuda a Ruben (Gen 49,8-12). Così avviene anche nella famiglia di Iesse: Davide preferito a Eliab. Dio affida il compito di operare la salvezza a persone meno qualificate sul piano umano (cfr. Gdc 6,11) perché la bontà di Dio si manifesti chiaramente. per questo sceglie Davide, persona non di grande considerazione anche davanti alla sua famiglia, «Per confondere i forti e ridurre a nulla le cose che sono» (1Cor 1,27-29).
La vocazione di Davide è anche una consacrazione regale, un re-pastore capace di governare il suo popolo con saggezza e giustizia (cfr. Sal 78,70-72). Davide è l’unto del Signore, un’espressione che indica la stretta relazione che c’è tra Dio e il suo re. Entrato in casa di Iesse, Samuele osservando i figli e, guardando Eliab, chiede a Dio: «È forse davanti al Signore il suo consacrato?» (v. 6).
Credo che questa sia una domanda che ciascuno deve farsi dinanzi a Dio: chiedere se siamo chiamati da Lui, se siamo i suoi consacrati, se siamo i suoi prescelti.
Per capire, orientiamo la nostra riflessione sulla persona di Davide su tre piste:
1. Davide è un pastore. Pensare Davide pastore ci riporta ai suoi antenati pastori, alla fede e quindi, ad Abramo, padre nella fede. Dire Davide che è un pastore ci richiama alla profezia di cui uno, una volta investito, verrà chiamato nuovo pastore del popolo. È da notare che Davide regnerà per quarant’anni (cfr. 2Sam 5,4), un numero che ritorna con frequenza nella Bibbia per esprimere l’idea della perfezione, che solo in Dio ha il suo compimento.Abbiamo allora un rimando al vero pastore: «Io sono il vero pastore. Il vero pastore dà la sua vita per le sue pecore… Ed ho ancora altre pecore, e dovrò pascerle; vi sarà un solo gregge ed un solo pastore» (Gv 10, 11-16). L’evangelista Matteo del vero pastore dice che è anche «Figlio di Davide, figlio di Abramo» (Mt 1,1)
2. Davide è preso di mezzo al gregge.«Così dice il Signore: “Sono io che ti ho preso dai pascoli, mentre andavi dietro alle pecore, perché tu fossi capo del mio popolo Israele”» (2Sam 7,8). Questo ci mostra un modo chiaro e costante dell’agire di Dio; la chiamata di Dio si manifesta quando ci troviamo nel pieno della vita, nel pieno dei nostri impegni. Possiamo confrontare a riguardo, la chiamata di Gedeone, contadino astuto, la chiamata di Sansone, avventuriero dal cuore tenero etc.Dio rispettando la persona con il suo carattere, il suo passato, ma anche la professione e le più piccole aspirazioni di ciascuno, inserisce la chiamata all’interno del lavoro: Davide da pastore di pecore sarà pastore di uomini, così come Pietro da pescatore di pesci a pescatori di uomini.
3. Davide… l’ultimo, il più piccolo.Dio, quando chiama non guarda chi siamo, a quale stirpe apparteniamo, se della famiglia siamo i più grandi, cioé coloro ai quali è riservato un posto particolare. Dio passa davanti a questi e va oltre e sceglie l’ultimo, il più piccolo che sta con le pecore, colui che è indifeso e inesperto.In questi tre punti notiamo subito la “stranezza” di Dio, che agisce in un modo che contrasta con il comune agire umano.Infatti, quando noi agiamo e scegliamo siamo mossi, cioé spinti e attratti, dal valore che cogliamo riflesso nell’altro: la sua virtù, la sua forza, il suo coraggio, la sua intelligenza, la sua maestria o la sua saggezza.
Non è così che Dio rivela il segreto del suo agire: egli invita il suo profeta a non guardare tutto questo (cfr. v. 7). Ciò che conta per Dio non è quanto appare e, apparendo, si offre allo sguardo e al giudizio altrui, ma è l’altro nella sua nuda alterità sulla quale veglia il suo amore.L’insegnamento che otteniamo da questa elezione divina, non è che Dio abbia delle preferenze, quindi escludendo alcuni e accogliendo altri, ma al contrario, egli essendo libertà d’amore si china gratuitamente su tutti dicendo: «ti amo».
La grandezza di ogni persona, per la Bibbia, è nell’essere «tu» che Dio istituisce con il suo Tu e alla cui libertà di risposta egli affida il suo amore che non resta sterile, ma è sempre efficace: «Come, infatti, la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata» (Is 55,10-11).
In questa piena libertà, anche l’elezione di Davide si trasforma in amore pur se nel secondo Libro di Samuele, quest’uomo sbaglia, si pente, ricomincia. In tutto questo noi scopriamo dentro di noi l’amore che ci guida nelle strade della vita, il volto di Dio manifestato in Cristo Gesù, il nostro volto capace di amare.

interrogarsi
1. L’uomo biblico è costitutivamente uomo responsoriale. Come ti poni davanti al Tu divino che ti chiama ogni giorno a prendere una decisione di fronte a Lui?
2. Hai paura di non essere amato, di essere rifiutato, scartato perché indifeso, inesperto?
3. Davide è stato scelto non per sé, ma per l’altro. Anche tu ti senti chiamato per l’altro?

preghiera
Indicami, Signore, la via dei tuoi decreti e la seguirò sino alla fine.Dammi intelligenza, perché io osservi la tua legge e la custodisca con tutto il cuore.Dirigimi sul sentiero dei tuoi comandi, perché in esso è la mia gioia.Piega il mio cuore verso i tuoi insegnamenti e non verso la sete del guadagno.Distogli i miei occhi dalle cose vane, fammi vivere sulla tua via.Allontana l'insulto che mi sgomenta, poiché i tuoi giudizi sono buoni.Ecco, desidero i tuoi comandamenti;per la tua giustizia fammi vivere (Sal 119,33-37.39-40).

actio
Prova a portare nella vita di ogni giorno queste parole S. Gregorio di Nazianzo: «Scruta seriamente te stessa, il tuo essere, il tuo destino; donde vieni e dove dovrai posarti; cerca di conoscere se è vita quella che vivi o se c’è qualcosa di più».

sabato 15 maggio 2010

ZIPPORAH


Invocare
Concedi, o Dio, di accostarci con umiltà e santo timore a questa Parola che ci supera infinitamente; a questa realtà che è mistero della tua presenza. Fa' che là dove la nostra mente non può arrivare giunga il nostro cuore mediante l'intuizione dell'amore e tutto il nostro essere taccia davanti a Te, Ti contempli e Ti adori. Amen.

lectio (Es 4,19-20.24-26)
4, [19] Il Signore disse a Mosè in Madian: "Va', torna in Egitto, perché sono morti quanti insidiavano la tua vita!". [20] Mosè prese la moglie e i figli, li fece salire sull'asino e tornò nel paese di Egitto. Mosè prese in mano anche il bastone di Dio.[24] Mentre si trovava in viaggio, nel luogo dove pernottava, il Signore gli venne contro e cercò di farlo morire. [25] Allora Zippora prese una selce tagliente, recise il prepuzio del figlio e con quello gli toccò i piedi e disse: "Tu sei per me uno sposo di sangue". [26] Allora si ritirò da lui. Essa aveva detto sposo di sangue a causa della circoncisione.

Mosheh in fuga dal faraone, si rifugia nel paese di Madian dove è accolto dal sacerdote Ietro che gli dà in moglie la propria figlia Zipporah (Es 2,21).
Non abbiamo molte notizie nei riguardi di questa donna, ma possiamo cogliere alcuni momenti particolari importanti, perché ogni parola del Testo Sacro è come un «colore - scrive un poeta contemporaneo - perché la tua mente ritorni a viaggiare…a ritroso nel tempo per afferrare un profumo…un sapore» o come insegnano i rabbini, saper leggere gli spazi bianchi.
La Parola di Dio è un continuo manifestarsi nella vita di Mosheh «servo di Dio» per eccellenza (Sal 105,26) e prende moglie e figli e fa ritorno in Egitto. I familiari di Mosheh sperimenteranno la condivisione delle difficoltà a cui il servo di Dio va incontro nel liberare il popolo dall’oppressione Egiziana, quasi a rivivere la rappresentazione della fuga in Egitto della Famiglia di Nazaret e il suo ritorno (cfr. Mt 2,13-15).
Zipporah, nel nostro brano si presenta come una donna intelligente, pratica, energica, piena di iniziativa, oltre che sollecita e amorosa moglie e madre.
Il cammino che fa Zipporah insieme al marito traspare di docilità, sottomissione in un continuo silenzio religioso. Ma durante questo cammino abbiamo un episodio misterioso ed enigmatico: Dio affronta Mosheh e vuole farlo morire. Ricordiamo qui l’episodio con Giacobbe (cfr. Gen 32,23-32) ma con una differenza Giacobbe era solo, mentre Mosheh ha accanto a sé una donna dove poter trovare rifugio: Zipporah. È lei che diventa improvvisamente protagonista della lotta, infatti, sfida Dio pur di salvare il marito.Le lotte misteriose e pericolose che ritroviamo nella Sacra Scrittura, stanno a significare che si può compiere il disegno di Dio solo se si fa pienamente la sua volontà e per adempiere il volere divino, bisogna anzitutto purificarsi dalla propria volontà. Mosheh non è circonciso, ma Dio lo chiama!
Quest’irruzione brusca e violenta di Dio nella vita di Mosè è la prova, la notte, il combattimento, l’ «agonia». Mosè ne deve conoscere l’abbattimento, l’umiliazione, perché la forza che abiterà in lui, non è sua ma di Dio, per questo ha bisogno di purificarsi.Questa purificazione avviene per mezzo di Zipporah. Ella intuisce, sa che la circoncisione è il segno della risposta positiva dell’uomo all’Alleanza di Dio allora prese una selce tagliente, recise il prepuzio del figlio Ghersom e con la membrana asportata toccò i genitali del marito (i «piedi» sono un eufemismo). Ella proclama anche delle parole solenni «sposo di sangue…» cioé un uomo che non si può sposare senza che vi fosse un’effusione di sangue. Sono espressioni che ancora oggi, nella lingua araba, sia marito che circoncisione hanno la stessa radice.
Perché la circoncisione? I genitali sono gli organi che donano la vita; il sangue rappresenta la vita stessa. Il coltello di pietra ci fa capire che siamo chiaramente in un contesto rituale e Zipporah, figlia di un sacerdote, in questo caso si rivela sacerdotessa compiendo un rituale che salva. Infatti, l’esito del gesto dona vita al marito placando l’ira di Dio.
Nel gesto della circoncisione abbiamo l’invito alla conversione così come narra Ger 4 che è un rinnovare la vita che nell’espressione ebraica indica la circoncisione per il Signore, l’eliminare il prepuzio del proprio cuore.
Il significato della circoncisione è collegato al matrimonio al tempo del fidanzamento, un rito di iniziazione. Nella storia dei Sichemiti pare che si parli proprio di questo (cfr. Gen 34). Anche in altri testi della Sacra Scrittura noi troviamo il termine circoncidere. Geremia parla di «cuore incirconciso» (Ger 1,4); «orecchio incirconciso» è l’orecchio che non ascolta (Ger 6,10); «labbra incirconcise» (Es 6,12) sono le labbra incapaci di parlare.Possiamo capire che essere circoncisi per un primo momento significò essere adatti a una vita matrimoniale normale; solo in seguito assume un significato etico-religioso, segno di Alleanza con Dio, di aggregazione con il popolo di Dio, di appartenenza al popolo eletto. Mosheh fa ritorno in Egitto, compie la sua missione, ma grazie a Zipporah egli ritorna rinnovato, disponibile con un progetto del tutto nuovo ed estremamente impegnativo, capace di progetto e meraviglia.
I versetti di questo brano ci restano enigmatici, ma certamente dietro qualcosa si cela, forse attraverso il colore rosso che «È il colore più acceso… è la vita che esplode… ma è anche il colore del sole che muore. Rosse… sono le foglie dell’autunno più mite o un dispetto che ancora ti brucia e il sapore amaro della vendetta… ma può essere anche un’eterna promessa d’amore» (L. FORNARINI, Scarabocchi perché, Borgosatollo 1999, p. 8).
Dietro queste parole poetiche noi possiamo cogliere quel “rosso” d’amore che Zipporah ha in sé per suo marito Mosheh, quel rosso d’amore che si fa pontefice tra l’uomo e Dio in una situazione terribile, perché provato da Dio. È l’amore che spinge questa donna ad essere sacerdotessa per l’altro praticando un rito, l’amore spinge Zipporah ad essere corresponsabile della vita di fede di Mosheh e non un semplice modo di essere moglie o restare sottomessa al marito. È l’amore che sceglie la vita, è l’amore che aiuta Mosheh ad incontrare Dio per attuare il Suo volere. È l’aiuto che Dio mette di fronte all’uomo.
Quest’aiuto noi lo troviamo descritto meglio da Gen 2,18, non nel senso di servirlo, ma aiuto che «sta di fronte a lui» termine che indica identità di natura e nel medesimo tempo complementarietà. Ed è in questa complementarietà che possiamo trovare la canzone d’amore che Zipporah rivolge al marito come espressione del cuore, interpellazione dell’altro, comunione stessa con l’altro. Infatti, Zipporah segue Mosheh nelle sue vicende condividendo il tutto, restando sottomessa a lui il quale «era molto mansueto di ogni uomo che è sulla terra» (Nm 12,3) e a Dio che sapeva essere giusto, difensore e salvatore dei retti di cuore (Cfr. Sal 7,11-12). Zipporah sa’ che, amare è riconoscere il dono dell’altro per me diventanto, al tempo stesso, dono per lui. Amare è confessare che la vita sta tutta in questa relazione rischiosa e feconda che è il reciproco dono.Dicevamo che i versetti sono misteriosi ed enigmatici anche perché tra i due vi è del mistero che viene velato dalla notte, una notte senza spettatori così come fu per Giacobbe, come fu per Adamo e anche per altri personaggi.
Il «Dio dei mille agguati e di un solo interminabile silenzio» ha scritto il teologo Pier Angelo Sequeri, che continuano a moltiplicarsi “bucando” le incrostazioni della storia. È il mistero dell’amore fra l’uomo e la donna che non sarà mai una realtà solamente umana, perché affonda le sue radici in Dio e rimane radicalmente aperto a lui aprendosi alla storia.
La storia umana, la tua storia come pure la storia di ogni coppia, è incrociata dalla storia di Dio che è storia di compassione che si prende a cuore la sofferenza umana e associa ciascuno di noi a questa storia di liberazione e di amore.In questo mistero d’amore vi è la profezia quotidiana perché in cammino verso l’incontro con Dio per testimoniarlo con fede e speranza, facendo regnare solo l’amore.
L’amore diventa, in questo modo, vocazione: eterna promessa d’amore.

interrogarsi
1. Hai mai provato a cercare in te il “colore rosso” della tua vita, che ti fa essere pontefice tra l’uomo e Dio?
2. Come vivi quel “rosso” d’amore che Dio ha seminato nel tuo cuore?
3. Sei pronto/a anche tu come Zipporah ad essere sacerdote per l’altro?
4. Sull’esempio di Zipporah, prova a chiederti quale coraggio mostri nel vivere la tua vita, come doni la speranza e con quali gesti la testimoni.

preghiera
Padre buono, tutto hai creato in modo stupendo: in Adamo l’intera umanità era presente in unità perfetta, maschio e femmina avevi creato gli uomini, ben sapevi che l’amore fa l’unità e che l’amore non è amore se non ha su chi riversarvio se non c’è chi lo riceva e lo ricambi. Tu volesti dare all’uomo la gioia di poter esprimere l’amore, poiché a tua immagine l’avevi creato, per amare ed essere amato. Ed ecco la donna, «carne della sua carne» che potesse stargli di fronteper ricevere e ricambiare l’amore.
Quale momento sublime per Adamo: le corde del suo cuore si mettono a vibrare e il canto, inciso da te, suo Creatore, sgorga a rivelare che il cuore umano è fatto per amare.

actio
Prova a portare nella vita di ogni giorno queste parole: «Mirabile è l’opera da lui compiuta nel mistero pasquale: egli ci ha fatti passare dalla schiavitù del peccato e della morte alla gloria di proclamarci stirpe eletta, regale sacerdozio, gente santa, popolo di sua conquista, per annunziare al mondo la tua potenza, o Padre, che dalle tenebre ci hai chiamati allo splendore della tua luce» (Prefazio domeniche Ordinarie I).

martedì 6 aprile 2010

MOSHEH



Invocare
Concedi, o Dio, di accostarci con umiltà e santo timore a questa Parola che ci supera infinitamente; a questa realtà che è mistero della tua presenza. Fa' che là dove la nostra mente non può arrivare giunga il nostro cuore mediante l'intuizione dell'amore e tutto il nostro essere taccia davanti a Te, Ti contempli e Ti adori. Amen.

lectio (Es 3,1-15)
3, [1] Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l'Oreb. [2] L'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. [3] Mosè pensò: "Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?". [4] Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: "Mosè, Mosè!". Rispose: "Eccomi!". [5] Riprese: "Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!". [6] E disse: "Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe". Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio. [7] Il Signore disse: "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. [8] Sono sceso per liberarlo dalla mano dell'Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l'Hittita, l'Amorreo, il Perizzita, l'Eveo, il Gebuseo. [9] Ora dunque il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto l'oppressione con cui gli Egiziani li tormentano. [10] Ora va'! Io ti mando dal faraone. Fa' uscire dall'Egitto il mio popolo, gli Israeliti!". [11] Mosè disse a Dio: "Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall'Egitto gli Israeliti?". [12] Rispose: "Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall'Egitto, servirete Dio su questo monte". [13] Mosè disse a Dio: "Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?". [14] Dio disse a Mosè: "Io sono colui che sono!". Poi disse: "Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi". [15] Dio aggiunse a Mosè: "Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione.

Meditare
Il nome di Mosheh appare nella Bibbia ebraica 770 volte. Il suo nome sia in ebraico che in arabo viene spiegato a partire dalla radice mashah che significa estrarre, ritirare. Mosheh nasce in Egitto quando il popolo d’Israele era sottomesso alla schiavitù (Es 1,11) e correva il rischio di sparire come popolo. Per accellerare il processo di morte del popolo, ogni figlio nato maschio doveva morire (Es 1,16). Mosheh è salvato dalle acque dalla figlia del Faraone e, da schiavo che era, diventa come suo figlio (Es 2,1-10). Il nome egiziano che riceve il bimbo, probabilmente è teoforico come Tut-moses (= figlio di [nato da] Tut… di Ra).
Ma in Mosheh rimane viva la consapevolezza di essere ebreo e la schiavitù dei fratelli fa nascere in lui la solidarietà verso di loro (Es 2,11-12), ma è costretto a fuggire (Es 2,15).
Nel nome di Mosheh, secondo l’ebraico, letto da sinistra a destra, vi è l’anagramma del Nome ineffabile: Ha-Shem, che nel testo assume una nuova azione storico-salvifica di Dio: si dà un nome nuovo a chi ha un nuovo compito. Di solito si deriva da hajah (hawah = essere) quasi a dire che JHWH fa essere ciò che viene ad essere. In questo presentarsi di Dio abbiamo la chiamata di Mosheh.
I primi 6 versetti che narrano la chiamata di Mosheh, il libro del Deuteronomio ce le ricorda così: «Non è più sorto in Israele un profeta come Mosheh - lui con il quale il Signore parlava faccia a faccia - per tutti i segni e prodigi che il Signore lo aveva mandato a compiere nel paese di Egitto, contro il faraone, contro i suoi ministri e contro tutto il suo paese, e per la mano potente e il terrore grande con cui Mosheh aveva operato davanti agli occhi di tutto Israele». (Dt 34,10-12).
Questi versetti parlano di grandezza di un uomo per quanto ha fatto, ma la grandezza di Mosheh non consiste in questo, ma in ciò che gli è stato fatto: Dio lo chiama e gli parla confidandogli i suoi disegni sulla storia d’Israele e di tutta l’umanità. Ma come avviene questa chiamata?
La chiamata che Dio fa non ha pretese, non richiede luoghi o professioni particolari. Mosheh stava pascolando il gregge del suocero nel deserto (v. 1). Dio ci viene incontro dovunque ci troviamo e qualsiasi cosa facciamo, in particolare nel deserto della nostra esistenza. Ecco perché l’incontro si presenta nel triplice aspetto di straordinario, affascinante e misterioso:
1. straordinario: quel roveto non si consumava. (v. 2);
2. affascinante: Mosheh pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere” (v. 3);
3. misterioso: “Non avvicinarti! Mosheh allora si velò il viso” (vv. 5-6).
Anche nella nostra vita possiamo incontrare questo triplice aspetto della nostra fede che si fa incontro.
Mosheh vede qualcosa di straordinario che lo attrae: l’Angelo del Signore che appare in fiamme di fuoco in mezzo ad un roveto per dire, usando un linguaggio metaforico, che Dio, quando viene incontro all’uomo, sfugge alla sua presa e al suo possesso. È la straordinarietà di Dio che si fa sempre più affascinante e che ci fa avvicinare a Lui (v. 3), come fu per Giacobbe a Bethel (Gen 28,16-17) e come sarà per Giosuè presso Gerico (Gs 5,13-15).
In questa straordinarietà della vita ordinaria, Dio irrompe personalmente, si fa incontro bruciando di passione per la vita chiamandoci per nome.
Il chiamare di Dio è una missione perché la storia di ogni giorno ha un suo faraone e noi dobbiamo dare risposta all’Amore che provoca. «La storia umana - la tua storia come pure la storia di ogni ragazzo e ragazza - è incrociata dalla storia di Dio che è storia di compassione che si prende a cuore la sofferenza umana e associa ciascuno di noi in questa storia di liberazione e di amore» (Carmine Di Sante).
Mosheh fa l’incontro con il Dio della storia e in quel momento coniuga il passato con il presente, coniuga la fede con la vita, per questo Mosheh parlava faccia a faccia con Dio, inizia una nuova storia affascinante e misteriosa, anzi Dio vuole continuare la storia con Mosheh. È da notare che il dialogo con Mosheh si allarga al popolo al quale lo stesso Mosheh appartiene e che assilla il pensiero di Dio (v. 7). Questo pensiero fa’ “scendere” Dio, lo fa chinare all’altezza dell’uomo, ma ha bisogno di Mosheh per far “salire” da quella terra «verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele» (v. 8).
Nel cammino del popolo insieme a Mosheh, vi è il nostro cammino che parte dall’Alto (Dio) e che scende nella miseria del nostro niente (cfr. v. 7), per poi risalire di nuovo verso l’Alto (Dio). In questo cammino che si fa continuo incontro, Dio è presente (v. 12), cammina accanto a noi.
La nostra vocazione è diventare figli e morire a una logica della prassi mondana, far morire l’uomo vecchio e rinascere a nuova vita, alla logica del dono, del Regno ed è la rivelazione fatta a Mosheh e allo stesso tempo a tutto il popolo attraverso la nuova “carta d’identità” che Mosheh richiede e che si fa chiave di lettura per tutti: ‘Ehyeh ‘asher ‘ehyeh viene tradotta con Sarò chi sarò oppure Io sono chi sono.
L’Ebreo, il Semita hanno una diversa nozione del tempo, coniugano in due forme differenti a seconda che l’azione che descrivono sia compiuta o incompiuta. Il presente si esprime aggiungendo un pronome personale al nome. Quindi la “nuova carta d’identità” che da’ Dio deve dunque essere compresa al di fuori della nostra scala temporale, avendo nell’insieme passato, presente e futuro che possiamo tradurre così: «Io sarò sempre quello che sono». È la chiave di un mistero, del mistero dell’uomo dove il Nome ineffabile danza in quel roveto che continua bruciare.
Anche ‘ehyeh è come YHWH un Tetragramma che si scrive alla stessa maniera, che sommate vengono in tutto otto lettere per significare l’intero mistero della rivelazione fatta a Mosheh e, attraverso di lui a Israele e a tutta l’umanità. Otto lettere in cui è racchiusa la nuova creazione, la vita infatti «Dio non è Dio dei morti ma dei vivi» (Lc 20,38), ciò che da’ futuro, consistenza alla vita religiosa è vivere la logica della risurrezione, dove avviene uno scontro drastico tra il «Dio dei morti» e il «Dio dei vivi».
È la logica del Regno dove c’è vita, comunione, dove c’è attività, Dio è presente e ti fa sentire dentro di te quella voce che ti sussurra dolcemente: “Io sono e sarò sempre presente, sarò con te in ogni istante della tua vita e della tua vicenda, sarò con te oltre la morte e non ti farò mancare nulla di quello che ti ho promesso e ti ho dato con la vita. Basta che tu ti fidi di me e osservi fedelmente la mia Parola”.
Questo cammino di risurrezione, non è legato esclusivamente al Nuovo Testamento, ma a tutta la Rivelazione. Infatti, è un cammino fondamentale fin da quando Dio si manifestò come «Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe» (Cfr. Es 3,6).
È un cammino di speranza fatto dai nostri padri nella fede. È un cammino di risurrezione e se Mosè chiama Dio in questo modo e perché quei grandi uomini hanno posto la loro speranza, la loro fiducia totalmente a Dio, ed ora sono con Lui e vivono con Lui e per mezzo di Lui e questo perché «Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui».
Da questo momento Dio non è più il comune ‘Elohim conosciuto dai patriarchi col nome di ‘El Shaddai (Es 6,3), l’El delle Montagne, Colui che basta a Se stesso diranno i rabbini, l’Onnipotente fonte di ogni fecondità.
L’ ‘Elohim è anche un altro (‘ehyeh) che si fa amore sulle strade della vita insieme a ciascuno di noi e questo va comunicato e tramandato a tutti (cfr. v.15), «Poiché chi più ama più osa» (San Gregorio Magno).

interrogarsi
1. Come vivi nella tua quotidianità il triplice aspetto di Dio: 1. straordinario; 2. affascinante; 3. misterioso?
2. Il triplice aspetto descritto, in una sola parola lo chiamiamo Amore: Sei convinto/a che è l’amore che libera da ogni schiavitù e che cambia il mondo?
3. Mosè, chiamato da Dio, impegna la sua vita per il popolo in situazione di schiavitù. La chiamata di Dio nella vita di ciascuno, è sempre per una missione e un servizio: si sta realizzando così anche nella tua vita?
4. C’è ancora un roveto che arde senza consumarsi: Sei pronto/a anche tu a scoprire che cos’è per poi partire come Mosheh?

preghiera
Signore era un giorno tra i tanti quando Mosè,
pascolando il gregge nel deserto fu sorpreso dalla Tua voce
con cui ti rivelavi come Dio della compassione e della tenerezza.
Fa' Signore che ancora oggi io possa ascoltare la tua rivelazione e, come Mosè, risponderti con il mio: "Eccomi" per essere capace di amare come tu ami.
Amen.

actio
Nel cammino della tua vita, medita e porta nel tuo quotidiano queste parole: Non temere… Io sono il Signore e camminerò con te.

giovedì 4 febbraio 2010

MYRIAM


Invocare
Concedi, o Dio, di accostarci con umiltà e santo timore a questa Parola che ci supera infinitamente; a questa realtà che è mistero della tua presenza. Fa' che là dove la nostra mente non può arrivare giunga il nostro cuore mediante l'intuizione dell'amore e tutto il nostro essere taccia davanti a Te, Ti contempli e Ti adori. Amen.

lectio (Es 15,20-21)
15, [20] Allora Maria, la profetessa, sorella di Aronne, prese in mano un timpano: dietro a lei uscirono le donne con i timpani, formando cori di danze. [21] Maria fece loro cantare il ritornello: "Cantate al Signore perché ha mirabilmente trionfato: ha gettato in mare cavallo e cavaliere!".

Meditare
Myriam sorella di Mosè e Aronne, è una delle otto donne bibliche che portano il nome di Maria, il cui nome significa “signora o amata”.
Ella compare in Es 2,4 quando Mosè all’età di tre mesi, per salvarlo da un decreto del Faraone, fu messo in una cesta e posto nel canneto sulla riva del Nilo. Poi in un altro scenario, nel contesto di un dissenso familiare per la guida del popolo di Dio nel deserto.
In questi pochi versetti leggiamo la sua vita in chiave vocazionale accanto ai suoi fratelli Mosè e Aronne, al momento culminante dell’esperienza di liberazione dall’Egitto sotto la guida di Mosè, per intervento divino.
Myriam entra in scena quando il popolo di Israele sono arrivati dalla parte opposta del Mar Rosso, asciutti.
Dall’Autore Sacro, Maria ci viene presentata come “profetessa”. Il termine profeta significa “Colui che parla a nome di Qualcuno”, con le sue specifiche caratteristiche di profeta: “fermamente convinto di aver ricevuto dall’alto un messaggio speciale, escatologico, che trascende la loro diretta intuizione con l’ordine di trasmetterlo ad altri”.
Myriam anche se non è un vero profeta cioé, designato a tale scopo, assume queste in qualche modo queste caratteristiche in mezzo alla sua gente, in mezzo a coloro con cui ha condiviso sofferenze e oppressioni, si fa animatrice del coro e delle danze intonandone un ritornello di gioia che richiama l’Esodo. Ella capisce che «La vera profezia nasce da Dio, dall’amicizia con Lui, dall’ascolto attento della sua Parola nelle diverse circostanze della storia…» (Giovanni Paolo II). È una donna che in qualche modo, come dirà Mic 6,4, occupa un posto molto importante. Ella è chiamata da Dio in mezzo alla sua gente perché Lo riconosca, Lo serva e Lo testimoni in mezzo alle genti.
Myriam fa’ tutto questo, come profetessa, cioé con un carisma del tutto particolare ricevuto dal Signore a beneficio del popolo. Lo fa come animatrice di una comunità perché la sua gente trovi attraverso lei quell’intima forza persuasiva, la sua armonia con il Trascendente e formulare un nuovo programma di vita. Quest’armonia diventa un continuo ripetere col salmista: «Tu sei il mio Dio e io ti cerco. Sono assetato di te, ti desidero con tutto me stesso: sono terra arida, secca, senz’acqua. Così ti ho cercato nel tuo santuario per conoscere la tua forza e la tua gloria» (Sal 63 [62]).
Questo ripetere in continuazione, per gli Israeliti si è trasformato in spazio sacro a Dio, dove ognuno è chiamato a costruire l’uomo nella sua totalità perché egli esiste solo in quanto essere in relazione: «Cantate al Signore…» (v. 21), cioé una relazione fatta con regola e misura in modo che tutto sia un’armonia divina.
Il cantare di Myriam per la grandezza del Signore, si è trasformato in un cammino verso Lui nelle sue tre dimensioni:
a. dimensione interiore: verso l’interno di se stesso, perché è composto di un corpo, di un cuore, di una mente nell’unità di una sola persona;
b. dimensione orizzontale: verso la natura e tutto il creato, verso tutta l’umanità;
c. dimensione verticale: è la relazione con la Sorgente della vita che comunemente, come credenti, chiamiamo Dio.
Il Salmista dirà: «Cantate al Signore un canto nuovo» (Sal 149,1). Myriam è colei che invita a celebrare Dio con atteggiamenti profondi dell’anima, di esprimerlo con atteggiamenti interiori vibranti della propria vita, con gioia ed esultanza sempre nuova.
Myriam è colei che apre “l’orizzonte escatologico di Dio”. «Cantavano un canto nuovo: "Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra"» (Ap 5,9-10).
È il cammino di ciascuno verso la Gerusalemme celeste; e chi è chiamato come Myriam, deve camminare, certo con “strumenti” adeguati, in quelle tre dimensioni insite della vita umana.
La nostra profetessa Myriam, forse ancora non conosceva queste tre dimensioni, ma sono dimensioni racchiuse anche nell’arte musicale.
Nella vita della beata Elisabetta della Trinità, monaca carmelitana francese (1880-1906), si narra che era una grande musicista e qualcuno ascoltandola suonare il Canto del nocchiero di Diemer disse: «…c’era qualcosa che emanava da lei, qualche cosa che veniva dalle profondità del suo essere e che lei traduceva nel suo modo di suonare, ed effondeva musica umanamente, naturalmente, ma anche soprannaturalmente. […] Era qualcosa che non veniva forse nemmeno da lei: come una grazia soprannaturale che passava da lei a noi, […] anche a persone non cristiane dava l’impressione di un essere capace di raggiungere ciò che sta al di là del contenuto umano di ciascuno…» (M.D.POINSENET, Questa presenza di Dio in te, Milano 1971, pp.253-254).
Quale insegnamento, quale messaggio possiamo ricavare per la nostra vita quotidiana dalla profetessa Myriam per metterci in cammino nelle vie di Dio?
Myriam trasmette alla sua gente una grazia soprannaturale che passava da lei al suo popolo, perché ognuno potesse conoscere la “grandezza di Dio Salvatore” che «Ha rovesciato i potenti dai troni e innalzato gli umili» (Lc 1,52).
Guardando questo nostro mondo che va avanti nella sua postmodernità, penso che il nostro essere non debba farsi incorporare dagli eventi, ma essere penetranti, psicologicamente esatti, teologicamente felici, essere continuamente miracolati dalla Libertà di Dio che attraversa a volte, senza limitarla, la libertà della creatura, lasciandosi incarnare dentro e farla agire per nostro mezzo.
Myriam è colei che fa da guida perché ognuno trovi la sua melodia e trovandola, diventa quando la esegue, “sacramento” di Dio: attrae tutti totalmente a sé e totalmente rimanda ad Altro e questo perché «La musica la più immateriale e arcana espressione di arte, che può avvicinare l’anima fino ai confini delle più alte esperienze spirituali, ha la sua grande parola da dire anche davanti al mondo di oggi…» (Paolo VI). Per questo «Gioisca Israele nel suo Creatore, esultino nel loro re i figli di Sion… Esultino i fedeli nella gloria, sorgano lieti dai loro giacigli» (Sal 149,2.5).
Mettersi nelle vie di Dio comporta gioia, esultanza e letizia perché sono autentici stati d’animo di vita vissuta. Il cantico di Myriam richiama anche alla danza nel suo valore originale di azione sacra, di levitazione spirituale del corporeo, innalzato all’Altissimo in pienezza di lode.
Tutto questo è un cammino avendo negli occhi la risurrezione di Gesù, che ci farà incontrare il Mistero in una eterna danza: «Io ero come un amôn ed ero la sua danza ogni giorno, danzando davanti a lui in ogni istante, danzando sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo» (Pr 8,30-31). «La danza, simbolo anche liturgico (2Sam 6,21; 1Cr 15,29; Sal 118,27) di contemplazione estetica ed estatica, diventa la celebrazione della bellezza del Creatore» (G. RAVASI, Dio vide che era bello…, Prato 1997, p. 16).
In questo cantare anche con il corpo vi è un ascoltare il ritmo: chi ha vissuto l'esperienza che il canto celebra non può non partecipare con tutto se stesso, con il suo corpo, oltre che con la sua voce.
Myriam imposta una sua coreografia, sopratutto perché proviene dall’esperienza sofferta e lo esprime guidandoci attraverso il canto.
Il canto esprime un’esperienza di vita vissuta con Dio, una vita vissuta sotto un’unica espressione: amore.
Quest’espressione chiama dai vari punti cardinali ogni uomo e donna a vivere il grande dono di sé, ad essere profeti per l’oggi contemporaneo.
In queste parole troviamo l’uomo capace di Dio! Egli è immagine di Dio e torna a Dio attraverso un cammino di donazione e consegna di sé!
Non è una vocazione ristretta, anche se Dio chiama alcuni a seguirlo in senso più stretto, ma tutti chiamati a vivere in una nuova dimensione di generosità e di amore, ognuno per la sua strada in un eterno canto d’amore.

interrogarsi
1. Il cantare di Myriam per la grandezza del Signore, si è trasformato in un cammino verso Lui nelle sue tre dimensioni… e il tuo canto, a che punto è?
2. Myriam guida attraverso la musica a immergerci con passione nel cuore della nostra vita. C’è un piccolo angolo ancora a te sconosciuto, chiuso, che solo in questo istante si apre?
3. Cosa significa per te cantare e danzare al Signore?
4. Il Signore oggi ci chiama ad essere suoi strumenti, animatori di comunità: sono pronto ad “aprire le danze” per cantare davanti a tutti la Bellezza e Grandezza di Dio?

preghiera
Signore Gesù, in Te la terra e il cielo si sono incontrati. Tu sei l’Alleanza in persona, il Figlio eterno che ha fatto suo il tempo degli uomini, e ha aperto a noi il tempo della Gloria.
Donaci di credere in Te e di seguirTi nella verità delle opere e dei giorni del nostro cammino per confessarTi con le labbra e col cuore come il Signore della nostra vita, in una eterna danza divina.
Fa’ che di Te sappiamo essere testimoni credibili, con umiltà e dolcezza, con la forza contagiosa ed irradiante di una nuova chiave musicale: l’Amore.

agire
Nel cammino della tua vita, medita e porta nel tuo quotidiano queste parole: «Noi ti rendiamo grazie, o Dio, ti rendiamo grazie: invocando il tuo nome, raccontiamo le tue meraviglie» (Sal 74 [75], 2).

lunedì 18 gennaio 2010

GIUSEPPE

Invocare
Concedi, o Dio, di accostarci con umiltà e santo timore a questa Parola che ci supera infinitamente; a questa realtà che è mistero della tua presenza. Fa' che là dove la nostra mente non può arrivare giunga il nostro cuore mediante l'intuizione dell'amore e tutto il nostro essere taccia davanti a Te, Ti contempli e Ti adori. Amen.

lectio   
(Gen 37,3-8.18.21-22.26-36.45,2-9.46,1-7)
37, [3] Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, e gli aveva fatto una tunica dalle lunghe maniche. [4] I suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non potevano parlargli amichevolmente. [5] Ora Giuseppe fece un sogno e lo raccontò ai fratelli, che lo odiarono ancor di più. [6] Disse dunque loro: "Ascoltate questo sogno che ho fatto. [7] Noi stavamo legando covoni in mezzo alla campagna, quand'ecco il mio covone si alzò e restò diritto e i vostri covoni vennero intorno e si prostrarono davanti al mio". [8] Gli dissero i suoi fratelli: "Vorrai forse regnare su di noi o ci vorrai dominare?". Lo odiarono ancora di più a causa dei suoi sogni e delle sue parole. [18] Essi lo videro da lontano e, prima che giungesse vicino a loro, complottarono di farlo morire. [21] Ma Ruben sentì e volle salvarlo dalle loro mani, dicendo: "Non togliamogli la vita". [22] Poi disse loro: "Non versate il sangue, gettatelo in questa cisterna che è nel deserto, ma non colpitelo con la vostra mano"; egli intendeva salvarlo dalle loro mani e ricondurlo a suo padre. [26] Allora Giuda disse ai fratelli: "Che guadagno c'è ad uccidere il nostro fratello e a nasconderne il sangue? [27] Su, vendiamolo agli Ismaeliti e la nostra mano non sia contro di lui, perché è nostro fratello e nostra carne". I suoi fratelli lo ascoltarono. [28] Passarono alcuni mercanti madianiti; essi tirarono su ed estrassero Giuseppe dalla cisterna e per venti sicli d'argento vendettero Giuseppe agli Ismaeliti. Così Giuseppe fu condotto in Egitto. [29] Quando Ruben ritornò alla cisterna, ecco Giuseppe non c'era più. Allora si stracciò le vesti, [30] tornò dai suoi fratelli e disse: "Il ragazzo non c'è più, dove andrò io?". [36] Intanto i Madianiti lo vendettero in Egitto a Potifar, consigliere del faraone e comandante delle guardie. 45, [2] Ma diede in un grido di pianto e tutti gli Egiziani lo sentirono e la cosa fu risaputa nella casa del faraone. [3] Giuseppe disse ai fratelli: "Io sono Giuseppe! Vive ancora mio padre?". Ma i suoi fratelli non potevano rispondergli, perché atterriti dalla sua presenza. [4] Allora Giuseppe disse ai fratelli: "Avvicinatevi a me!". Si avvicinarono e disse loro: "Io sono Giuseppe, il vostro fratello, che voi avete venduto per l'Egitto. [5] Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. [6] Perché già da due anni vi è la carestia nel paese e ancora per cinque anni non vi sarà né aratura né mietitura. [7] Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare in voi la vita di molta gente. [8] Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio ed Egli mi ha stabilito padre per il faraone, signore su tutta la sua casa e governatore di tutto il paese d'Egitto. [9] Affrettatevi a salire da mio padre e ditegli: Dice il tuo figlio Giuseppe: Dio mi ha stabilito signore di tutto l'Egitto. Vieni quaggiù presso di me e non tardare. 46, [1] Israele dunque levò le tende con quanto possedeva e arrivò a Bersabea, dove offrì sacrifici al Dio di suo padre Isacco. [2] Dio disse a Israele in una visione notturna: "Giacobbe, Giacobbe!". Rispose: "Eccomi!". [3] Riprese: "Io sono Dio, il Dio di tuo padre. Non temere di scendere in Egitto, perché laggiù io farò di te un grande popolo. [4] Io scenderò con te in Egitto e io certo ti farò tornare. Giuseppe ti chiuderà gli occhi". [5] Giacobbe si alzò da Bersabea e i figli di Israele fecero salire il loro padre Giacobbe, i loro bambini e le loro donne sui carri che il faraone aveva mandati per trasportarlo. [6] Essi presero il loro bestiame e tutti i beni che avevano acquistati nel paese di Canaan e vennero in Egitto; Giacobbe cioè e con lui tutti i suoi discendenti; [7] i suoi figli e i nipoti, le sue figlie e le nipoti, tutti i suoi discendenti egli condusse con sé in Egitto.

La storia di Giuseppe (Gen 37,39-50; Es 1,1-7) è inserita tra quelle storie esemplari di esperienza di Dio di coloro che «Erano giusti agli occhi di Dio, osservando in modo irreprensibile tutti i comandamenti e i precetti del Signore» (Lc 1,6). Ma la storia di Giuseppe ha in sé un significato più profondo. Si presenta come una storia completa, a differenza degli altri racconti che la precedono.
In questa storia ognuno può leggere la propria storia, perché la persona di Giuseppe con le sue vicende è molto simbolica, specialmente con fatti riguardanti la passione di Cristo Gesù.
Il testo inizia col dire: «Israele amava …» (37,3), sono parole piene di tutto l’amore di un padre verso il proprio figlio, come se fosse l’unigenito. Giuseppe era il figlio della vecchiaia, il suo bastone. In lui Giacobbe aveva riposto, forse, le sue speranze tanto da fargli una tunica dalle lunghe maniche, cioé rivestirlo delle cose più belle.
Ma in questa storia vi è anche l’idea della preferenza di Dio per il minore (cfr. Abele su Caino; Giacobbe su Esaù).
Quest’atteggiamento di Giacobbe nei riguardi di Giuseppe ha portato odio nei suoi confronti e in particolare per i sogni strani che Giuseppe andava raccontando.
Quante volte nelle scene di vita familiare, ancora oggi, troviamo questi dissensi, nei figli, tra fratelli… ma forse anche attraverso questo vi è un disegno di Dio? Nello sfondo di questa scena biblica vi è una carezza-dono di Dio che non riusciamo a percepire, perché ci troviamo in uno scenario fatto di odio e sogni, cioé in una scena buia.
Forse la Parola non ci dice nulla, però qualcosa sta per nascere nel cuore di ciascuno, ma è notte è non riusciamo a vedere e a leggere i segni: i nostri occhi e il nostro cuore non hanno quella capacità di andare verso la luce verso la vita, come i fratelli di Giuseppe che coltivavano su di lui minacce di morte e nient’altro.
In questo brano anche la persona di Giacobbe è significativa, egli da una parte rimprovera Giuseppe, forse con dolcezza, dall’altra invece cerca di comprendere (v. 8) con quella acutezza che il Signore gli aveva dato.
Anche Maria, la madre di Gesù, cercava di capire nel suo cuore i fatti a cui ogni giorno andava incontro (Cfr. Lc 2,51), ricordando quella carezza-dono di Dio nella sua stessa vita.
Proviamo allora anche noi di fermarci per comprendere il testo con quella acutezza spirituale che via via si va affinando, sì che ora in ogni parola, riga, frase, fatto, personaggio del testo, siamo capaci di scorgere Cristo Gesù, spaccando il guscio della noce per mangiarne il contenuto (Cfr. S. Girolamo, Lettera 58,9).
Anche qui abbiamo una storia di odio e di violenza, dove dietro le parole ognuno legge sua storia, legge i fatti di ogni giorno che in qualche modo lo conducono alla vita, lo conducono all’incontro con il Signore della storia e della vita.
Giuseppe e minacciato di morte come Gesù. Giuseppe è minacciato di morte come Don Giuseppe Diana († 19-03-1994), Don Pino Puglisi († 15-09-1993. E' in corso il suo processo di beatificazione come martire: già conclusa la fase diocesana, la documentazione è ora all'esame della Congregazione per le cause dei Santi in Vaticano) e tanti altri come loro, per la scelta di vita che hanno fatto. Ma il loro sangue ha portato altri germogli di speranza nel cuore e nella vita di tanta gente, proprio come dice la famosa frase di Tertulliano «Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani».
Il cammino della vita procede, ma ogni tanto bisogna fermarsi per capire questa frase del salmista: «La pietra che i costruttori hanno scartata, è diventata pietra angolare, è questa è l’opera meravigliosa del Signore» (Sal 118,22-23).
Giacobbe, vecchio, in questa vicenda si ferma e ripercorre la sua storia. Nel ricordo di aver ingannato suo fratello, ora i suoi figli rifanno la stessa storia ingannando lui, facendo credere che il figlio della sposa prediletta, è morto sbranato da un animale feroce.
Quante volte ci nascondiamo dietro una bestia feroce, per non dire la verità, per non fare la Verità! Anche qui possiamo leggere la storia di Dio che cammina con noi, che ci chiama a servirlo, anche in modo strano perché il suo amore è grande e senza confini. Infatti, l’Autore sacro fa notare in maniera discreta che dovunque Giuseppe si trova Dio è con lui, che dal cuore del perdono continua a chiamare molti a seguirlo.
Infatti, in questa esperienza da cui viene ispirata tutta la vicenda, quello a cui si ispira Giuseppe verso i suoi fratelli è la legge del perdono, cuore di ogni storia.
Questa storia è la storia di Gesù, è il prolungamento di quella di Giuseppe: è il figlio rifiutato, crocifisso, che diventa «Il primogenito tra i morti» (Ap 1,5).
In questa vicenda Dio, come a Giacobbe, ci spinge a metterci in viaggio (Gen 46,1-7) su strade sconosciute, straniere, nuove.
Nella vita di ogni giorno anche noi abbiamo un sì da dire a Dio, bisogna partire e ricominciare. La vicenda della sequela non pone età, anzi sembra di sfuggita di ripercorre con Gen 46,4 un episodio dell’Apostolo Pietro: «In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi". Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: "Seguimi"»
Quando eravamo bambini, alle domande che facevamo alle persone adulte si otteneva questa risposta: “quando sarai grande capirai!”.
Giuseppe anche lui, nonostante scelto da Dio ha atteso attraverso tribolazioni per capire che dietro i suoi sogni, dietro a quanto i suoi occhi vedevano, vi era l’operato di Dio e quindi poteva affermare: «Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio» (45,8).
Forse, anche noi come Giuseppe, in questo momento non riusciamo a capire il pensiero di Dio, non riusciamo a vedere i suoi disegni su di noi, ma «Nella Bibbia, come nella vita - scrive Kierkegaard - si cammina in avanti e si comprende all’indietro».
In questa lunga vicenda di Giuseppe, possiamo vedere la trasformazione che Dio opera in noi, quando camminiamo insieme a Lui.
Dio capovolge qualsiasi storia perché vive dietro e dentro la nostra storia per ridarci vita, infatti il Signore non gode della nostra morte, ma della vita (cfr. Ez 18,32).
In questo cammino insieme al Signore si rinasce a vita, siamo gli uomini nuovi, che piano piano apprenderemo di essere “gli eletti”, chiamati a lottare contro ogni tipo di carestia, per andare incontro alla vita vera.
La vita di Giuseppe che esce da una situazione buia (la cisterna) è simbolo di luce e salvezza per tutti, perché è l’uomo nuovo che risponde affermativamente alla chiamata, perché raduna, raccoglie spinto dall’amore, sotto un’unica tenda: «Abiterai nella terra di Gosen…» (Gen 45,10), cioé “la parte migliore del paese”.
Giuseppe è l’uomo che da rifiutato viene salvato e da salvato diviene il salvatore: è colui che comincia a dare speranza, vita a un popolo.
E tu…?

interrogarsi
1. Hai mai riflettuto sul potere distruttivo dell’odio e della gelosia, sentimenti che crescono sopratutto nell’ambito delle relazioni parentali?
2. Hai mai cercato di capire chi è Dio nella tua vita?
3. Ti lasci trasformare dall’amore di Dio per essere suo strumento, oppure continui a soccombere al male?
4. Ti senti più salvato o salvatore? perché?

preghiera
Il forte che schiaccia il debole, il furbo che inganna il semplice, il ricco che affama il povero, l’uomo che domina l’uomo: è questa Signore la storia. Ma tu, Signore, sei dentro la storia e ogni giorno, dal di dentro, capovolgi la mia storia, la trasformi e la rinnovi con la potenza del tuo Amore che continuamente mi chiama ad amare.

actio
Prova a riflettere dentro la tua vita con le parole di un saggio: «I miei occhi hanno visto la salvezza preparata da Te» (Gv 21,18-19).

lunedì 4 gennaio 2010

HAGAR

Invocare
Concedi, o Dio, di accostarci con umiltà e santo timore a questa Parola che ci supera infinitamente; a questa realtà che è mistero della tua presenza. Fa' che là dove la nostra mente non può arrivare giunga il nostro cuore mediante l'intuizione dell'amore e tutto il nostro essere taccia davanti a Te, Ti contempli e Ti adori. Amen.

lectio (Gen 16,3-4.6-11.15; 21,8-20)16, [3] Così, al termine di dieci anni da quando Abram abitava nel paese di Canaan, Sarai, moglie di Abram, prese Agar l'egiziana, sua schiava e la diede in moglie ad Abram, suo marito. [4] Egli si unì ad Agar, che restò incinta. Ma, quando essa si accorse di essere incinta, la sua padrona non contò più nulla per lei. [6] Abram disse a Sarai: "Ecco, la tua schiava è in tuo potere: falle ciò che ti pare". Sarai allora la maltrattò tanto che quella si allontanò. [7] La trovò l'angelo del Signore presso una sorgente d'acqua nel deserto, la sorgente sulla strada di Sur, [8] e le disse: "Agar, schiava di Sarai, da dove vieni e dove vai?". Rispose: "Vado lontano dalla mia padrona Sarai". [9] Le disse l'angelo del Signore: "Ritorna dalla tua padrona e restale sottomessa". [10] Le disse ancora l'angelo del Signore: "Moltiplicherò la tua discendenza e non si potrà contarla per la sua moltitudine". [11] Soggiunse poi l'angelo del Signore: "Ecco, sei incinta: partorirai un figlio e lo chiamarai Ismaele, perché il Signore ha ascoltato la tua afflizione. [15] Agar partorì ad Abram un figlio e Abram chiamò Ismaele il figlio che Agar gli aveva partorito.
21, [8] Il bambino crebbe e fu svezzato e Abramo fece un grande banchetto quando Isacco fu svezzato. [9] Ma Sara vide che il figlio di Agar l'Egiziana, quello che essa aveva partorito ad Abramo, scherzava con il figlio Isacco. [10] Disse allora ad Abramo: "Scaccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non deve essere erede con mio figlio Isacco". [11] La cosa dispiacque molto ad Abramo per riguardo a suo figlio. [12] Ma Dio disse ad Abramo: "Non ti dispiaccia questo, per il fanciullo e la tua schiava: ascolta la parola di Sara in quanto ti dice, ascolta la sua voce, perché attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe. [13] Ma io farò diventare una grande nazione anche il figlio della schiava, perché è tua prole". [14] Abramo si alzò di buon mattino, prese il pane e un otre di acqua e li diede ad Agar, caricandoli sulle sue spalle; le consegnò il fanciullo e la mandò via. Essa se ne andò e si smarrì per il deserto di Bersabea. [15] Tutta l'acqua dell'otre era venuta a mancare. Allora essa depose il fanciullo sotto un cespuglio [16] e andò a sedersi di fronte, alla distanza di un tiro d'arco, perché diceva: “Non voglio veder morire il fanciullo!”. Quando gli si fu seduta di fronte, egli alzò la voce e pianse. [17] Ma Dio udì la voce del fanciullo e un angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: “Che hai, Agar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del fanciullo là dove si trova. [18] Alzati, prendi il fanciullo e tienilo per mano, perché io ne farò una grande nazione”. [19] Dio le aprì gli occhi ed essa vide un pozzo d'acqua. Allora andò a riempire l'otre e fece bere il fanciullo. [20] E Dio fu con il fanciullo, che crebbe e abitò nel deserto e divenne un tiratore d'arco.

Meditare
Riprendiamo una vicenda drammatica, passata tra le righe, presentando la persona di Sarah.
In queste pagine leggiamo una storia di esclusione, di violenza, di sofferenza e disagio, di elezione nella persona di Hagar. Forse non è facile capire, ma entriamo dentro il mistero, cercando di stare “ricurvi” sulla Parola per poter scavare sulle parole, il “pozzo” dell’amore di Dio per il suo popolo.
Anzitutto, subito leggiamo un’indicazione di tempo (16,3), un tempo che vuole dire a ciascuno di noi che per costruire un futuro, abbiamo bisogno di fare esperienza, di maturare. Per arrivare a questo, bisogna avere quella capacità di saper ascoltare la Parola di Dio e farla entrare dentro il nostro cuore, perché il Signore ci guidi nelle Sue vie.
Certo, non è facile fare questo cammino perché spesso i fatti, la stessa Parola di Dio, non sono concordi col nostro pensiero e si creano delle rotture, lacerazioni come la lacerazione tra Sarah e la sua schiava Hagar.
Notiamo come dietro questa lacerazione vi è una follia, stoltezza da parte di Sarah così come descrive il Sapiente: «Donna irrequieta è follia, una sciocca che non sa nulla» (Sap 9,13; cfr. Qo 2,2).
Sappiamo benissimo che questi atteggiamenti conducono solo alla lite e qualcuno deve sempre subire. Ora, per il brano, questo qualcuno è Hagar a cui l’Angelo del Signore è chiamato a risanare il pensiero del cuore.
Il brano presenta tre segni del risanamento: 1) l’Angelo stesso; 2) la sorgente d’acqua; 3) l’essere incinta.
Il primo che indica l’Angelo, cioé il “messaggero di JHWH”, la stessa Parola di Dio che si manifesta, perché tutto ritorni in una perfetta armonia.
Il secondo è la sorgente d’acqua. L’acqua è simbolo del caos, per la sua assenza di forma e questo è un richiamo alla libro della Genesi, alle condizioni esistenti prima della creazione del mondo. Ma l’acqua viene anche raffigurata come simbolo della vita che per i cristiani è Cristo stesso, «Acqua viva che sgorga da Gerusalemme» (Zc 14,8).
L’ultimo elemento indicato è l’essere incinta. Dentro la donna vi è una grande promessa: una discendenza numerosa che non si può contare.
Questi tre elementi (ognuno può metterne in risalto anche altri) sono motivo per Hagar di ritorno dalla padrona «Imparando in silenzio, con tutta sottomissione». (1Tm 2,11).
Quest’atteggiamento sembra un anticipo di quanto sarà del popolo in Egitto quando erano schiavi, sottoposti all’ideale egizio (cfr. Gen 50,18), e che da «lontano» dovrà far ritorno alla terra promessa (a Dio).
Hagar vuole andare lontano dalla sua Padrona (16,8), «Il figlio più giovane, raccolse le sue cose, partì per un paese lontano» (Lc 15,13). Sono espressioni che indicano l’allontanarsi da Dio, perdersi. Ma sarà Dio stesso a manifestarsi nel deserto della vita invitando a far ritorno.
Per Hagar il ritornare dalla sua Padrona diventa motivo di abbassamento, di «curvare le spalle» alla Parola ascoltata dall’Angelo perché, «Ecco, dice il Signore: Curvate le spalle, servite il re di Babilonia e dimorerete nella terra da me data ai vostri padri» (Bar 2,21).
In qualche modo Hagar sperimenta l’esilio, dove tutto si presenta ostacolo e resistenza e fiduciosa alle parole dell’Angelo per un affettuoso abbraccio con la sua Padrona, fa ritorno. Hagar trova forza non solo nelle parole dell’Angelo, ma nel figlio che porta in grembo (16,11) a cui darà nome Ismaele (= Dio ascolta) che raccoglie le speranze, proiettandole nel futuro.
Ismaele nasce, ma quell’abbraccio affettuoso non è avvenuto. Le vie di Dio si sono presentate più misteriose, ai nostri occhi sempre più contorti, dolorosi se non entriamo profondamente nella Sua Parola.
Hagar patisce una triplice violenza. la prima quella di essere schiava, espropriata della propria libertà per essere a servizio di Abramo e di Sarah, esucutrice non del proprio ma del loro progetto.
La seconda violenza è quella della gelosia che si trasforma in furia vendicativa, non solo nei confronti di Hagar ma anche in quello del bambino. La terza è quella dello stesso Abramo il quale, invece di prendere le difese di Hagar, la espone alla vendetta di Sarah e ne diventa corresponsabile anche se il testo biblico si accontenta di dare una giustificazione teologica all’accaduto (21,12-14).
A te che leggi queste pagine ti invito a non scandalizzarti di questo anche se Paolo definisce Abramo come «il padre della fede» (Rm 4,11) e Sarah viene presentata come esempio da imitare (Eb 11,11). Ma anche in questi comportamenti si nasconde il pensiero di Dio.
Ognuno di noi può trovare risposta nella Bibbia che non è storia di uomini e donne ideali, ma la storia dell’amore di Dio per l’umanità, per ogni uomo e donna così come sono e che una volta incontrato Dio, cominciano a cambiare la loro vita. Infatti, se la Bibbia fosse una raccolta di storie edificanti, avrebbe poco da insegnarci. Ecco perché fin dall’inizio ho detto bisogna stare “ricurvi sulla Parola”, perché la Parola possa “slegarci” dalla nostra schiavitù, perché Dio sta dalla parte degli sconfitti, da quanti sono schiacciati dalla macchina della storia.
In Hagar troviamo la storia di una donna perdente, ma troviamo anche lo stesso Dio di Abramo che capovolge la sua storia di morte in storia di vita (21,13). È in queste righe che possiamo individuare il senso profondo della Bibbia e di accoglierla come Parola di Dio.«Abramo carica sulle spalle di Hagar pane e acqua…» (21,14). Sono i simboli della vita che l’umanità carica ogni giorno sulle sue spalle, che è chiamata a portare, simboli della fatica, simboleggiati dal peso sulle spalle.
I simboli del pane e dell’acqua, nella Bibbia, raffigurano la presenza di Dio che continua a prendersi cura anche nella disperazione, in situazione di morte per realizzare il suo disegno: Abramo consegna ad Hagar il figlio perché da questi, anche se il cammino conduce alla morte, il deserto fiorirà (cfr. Is 32,15), nascerà una grande nazione (cfr. Is 49,15). Questa sicurezza il brano la racchiude nelle parole che l’Angelo comunica ad Hagar: «Che hai? non temere!» (21,17).
Sono parole che il nostro cuore accoglie ogni volta volta che la nostra storia si presenta esclusa, sono parole di sostegno per la vita.
Nei simboli che Abramo consegna possiamo leggere i simboli della cristianità, frutto dell’amore di Dio che consegna il Figlio unigenito “mettendo sulle spalle” un nuovo pane e una nuova acqua (il patibolo), perché anche da Lui, «sorgente zampillante» nasca un nuovo popolo.
Dio può fare che questo succeda. Egli che con la sua forza può fare tutto, e ce ne ha dato prova con Cristo, liberandolo dalla morte lo fece rivivere, oggi continua a liberarci dalla nostra situazione di morte per ricondurci alla vita: è il passaggio dalla stagione invernale alla stagione primaverile che tutti siamo chiamati a fare, dove tutto sboccia, la resurrezione “cammina”, il futuro è garantito.
È l’amore singolare e universale di Dio: nel senso che Dio ama ciascuno personalmente, nella sua realtà individuale e non in quanto appartenente a un gruppo, ad un popolo, ad una nazione, ad una religione. Dio ama in modo universale, nel senso che il suo amore si estende a tutti in modo gratuito, senza distinzioni o preferenze perché il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe è anche il Dio di Ismaele di cui ascolta il gemito.
Il brano termina nella prospettiva del futuro di Ismaele: un cacciatore, un capostipite di una tribù nomade.
Anche il cristiano è chiamato ad essere nomade, cacciatore: «Da ora sarai cacciatore di uomini» (Lc 5,10). È una investitura che rende partecipe della stessa missione di Gesù, perché abilitato per conquistare al Vangelo molti, anzi tutti gli uomini così come fa il cacciatore che prende al laccio gli uccelli e il pescatore con la rete i pesci.
interrogarsi
1. Nella vita ognuno di noi vive una storia di esclusione, quali sono stati i momenti in cui ti sei sentito/a messo/a da parte ed escluso/a?2. Anche oggi, Dio ti viene incontro con le parole: “Che hai? non temere!”, quale la tua reazione di fronte a Lui che ti sostiene?3. Dio ama singolarmente e universalmente, come vivi dentro di te questo immenso amore di Dio?4. Forse anche tu sei in un paese lontano, lontano da Dio, sei pronto/a ad alzarti in piedi, a curvare le spalle e metterti in marcia verso Dio?5. Nella tua situazione, ti senti pronto/a ad essere «cacciatore»?
preghiera
Grazie o Signore perché il tuo amore si riversa su tutti gratuitamente senza nessuna preferenza. Ascolta la mia voce e dacci la forza di saper rispondere sempre all'odio con l'amore, all'ingiustizia con un totale impegno per la giustizia, alla miseria con la condivisione, alla guerra con la pace.
Donami o Signore il rinnovato coraggio di seguirti nelle tue vie anche se mi sembrano impraticabili. Amen.
actio
Medita oggi queste parole e portale nella tua vita quotidiana: «Sostienimi secondo la tua Parola e avrò vita; non deludermi nella mia speranza» (Sal 119,116) «Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5).

giovedì 31 dicembre 2009

GIACOBBE


Invocare
Concedi, o Dio, di accostarci con umiltà e santo timore a questa Parola che ci supera infinitamente; a questa realtà che è mistero della tua presenza. Fa' che là dove la nostra mente non può arrivare giunga il nostro cuore mediante l'intuizione dell'amore e tutto il nostro essere taccia davanti a Te, Ti contempli e Ti adori. Amen.

lectio
Dal Libro della Genesi (32,23-32)
32, [23] Durante quella notte egli (Giacobbe) si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici figli e passò il guado dello Iabbok. [24] Li prese, fece loro passare il torrente e fece passare anche tutti i suoi averi. [25] Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell'aurora. [26] Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all'articolazione del femore e l'articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. [27] Quegli disse: "Lasciami andare, perché è spuntata l'aurora". Giacobbe rispose: "Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!". [28] Gli domandò: "Come ti chiami?". Rispose: "Giacobbe". [29] Riprese: "Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!". [30] Giacobbe allora gli chiese: "Dimmi il tuo nome". Gli rispose: "Perché mi chiedi il nome?". E qui lo benedisse. [31] Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuel "Perché - disse - ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva". [32] Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuel e zoppicava all'anca.

Meditare

Come per Giacobbe, anche nella vita personale di ciascuno di noi accadono cose strane. Il brano che, in questo mese, l’Autore sacro ci mette davanti è molto difficile per il suo genere letterario.
In questo capitolo della Genesi si narra dell’incontro di Giacobbe con un personaggio, non definito bene, in una notte sul torrente Jabbok.
Notiamo nel brano il contesto della notte e della solitudine in cui avviene l’incontro. «Giacobbe rimase solo» (v. 25).
Il “restare solo”, nella notte, può portare paura, ma favorisce l’incontro con Dio; perché cessa la chiacchiera del giorno e si rimane nella solitudine e in ascolto.
La “chiacchiera” è il vani-loquio, metafora dell’inautenticità dell’esistenza umana che si perde nell’anonimato del “si dice” impersonale.
Un’esperienza simile l’abbiamo con un personaggio autorevole del Sinedrio: Nicodemo: quest’uomo si incontra con Gesù di notte (cfr Gv 3,1-21).
La notte, luogo del silenzio, sottrae l’uomo alla chiacchiera del parlare vano, ed è per la Bibbia, la condizione dell’esistenza autentica come esistenza di fronte a Dio.
Nell’esperienza di Giacobbe, Dio si presenta con l’ambiguità del prossimo, provocante ed inquietante: «E un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora» (v.25). È l’anonimato di Dio che viene incontro a ciascuno di noi, attraverso la voce di un maestro, di un saggio, di un amico o di un estraneo; riconoscerlo e consegnarsi non è rinuncia a quanto è stato fino a quel momento, ma passione e confronto che esigono impegno e lotta.
La lotta per Giacobbe diventa il suo Getsemani (probabile aramaico gat semanê = "frantoio"), in altre parole il suo frantoio luogo in cui dovrà essere rotto, spezzato, macinato; vivere un’agonia, un combattimento, un'esperienza di morte.
Per Giacobbe credere è lottare, dove le ragioni per il sì o per il no si scontrano e dove, all’improvviso, il sì s'impone sul no, per forza interna: «Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all'articolazione del femore e l'articolazione del femore … Giacobbe rispose: "Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!". … Riprese: "Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!". Giacobbe allora gli chiese: "Dimmi il tuo nome". Gli rispose: "Perché mi chiedi il nome?". E qui lo benedisse» (vv. 26-30).
Osea, scriverà così su quest'episodio: «Da adulto (Giacobbe) lottò con Dio, lottò con l'angelo e vinse, pianse e domandò grazia» (Os 12,4-5).
Abbiamo qui un evento che appare come “un domandare grazia”, che nel libro della Sapienza è tradotto con la pietà, la preghiera: «Gli assegnò la vittoria in una lotta dura, perché sapesse che la pietà è più potente di tutto» (Sap 10,12).
Bisogna essere adulti, crescere e rafforzarsi sempre per lottare nella fede, anche se nella lotta della fede, Dio è più forte di ogni resistenza e prima o poi Lui entra nella nostra vita con una mossa impensabile e imprevista.
Il profeta Geremia sperimenta quest’azione irruenta di Dio nella sua vita come lo stesso sgambetto con il quale Giacobbe viene vinto, come un frantoio che frantuma le pietre: «Signore, tu mi hai sedotto e io non ho saputo resisterti. Hai ricorso alla forza e hai ottenuto quello che volevi» (Ger 20,7).
È l’enigma di Dio che affascina e sfugge alla presa umana. Non possiamo appropriarcene: «Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora» (v. 27). Gesù dirà a Giovanni Battista all'inizio della proclamazione del Regno: «Lascia fare per adesso, perché ci conviene adempiere così ogni giustizia. Allora lo lascia fare» (Mt 3,15), e quando tutto sta per compiersi dirà ai suoi discepoli: «Lasciate. Fino a questo punto!» (Lc 22,51).
Ritornando al nostro brano, sembra a prima vista che è l’uomo a vincere, ma c’è qualcosa di più in quella lotta orante: Giacobbe è costretto a rivelare il suo nome: affida nelle mani del misterioso personaggio (di Dio), l’intera sua personalità.
Anche in Giacobbe abbiamo il cambiamento del nome. Il suo nome Giacobbe che significa “soppiantatore” del fratello Esaù, (vedi Gen 25,25-26) adesso è Israele (yisra'el = "Egli lotta con El"), interpretato liberamente come “contendere con Dio”: «Perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!» (v. 29).
In questa sua lotta, in questa sua insistenza, l’uomo non dispera solamente ma si mette faccia a faccia con Dio, si misura nei suoi disegni, si confronta con le promesse di Dio. E non urlerà più, non piangerà più perché qualcosa di nuovo è nato in lui, qualcosa sta crescendo dentro di lui: è la potenza della Parola efficace che penetra fino alle proprie midolla (Cfr Eb 4,12).
Ma anche se Giacobbe chiede il nome al misterioso personaggio, ancora una volta Dio si mostra imprevisto, rifiutandosi di dire il nome, perché è inaccessibile, segue in un silenzio benedicente, perché nel nome di Dio vi è benedizione: «In ogni luogo dove io vorrò ricordare il mio nome, verrò a te e ti benedirò» (Es 20,24). «La sua benedizione si diffonde come un fiume e irriga come un’inondazione la terra» (Sir 39,32).
È una benedizione che inabita concretamente ogni frammento ed istante dell’esistenza umana, perché nella nostra lotta orante con Dio, ci troviamo con Lui «faccia a faccia» (v. 31), come l’esperienza di Mosè al Sinai, dove Dio iniziò a rivelarsi come l'Essere: «Io sono colui che sono» (Es 3,14).
È un’esperienza diretta, dinamica perché si esce trasformati interiormente e l’esperienza di Giacobbe insegna che questa trasformazione consiste nella sua elevazione a partner di Dio, essere responsabile, senza perdere il sapore (Cfr. Mt 5,13), perché chiamato a dare sapore, non solo alla propria vita, ma anche a quella di quanti incontrerà nel suo cammino. «E chiunque ha lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi a causa del mio nome, riceverà molto di più» (Mt 19,29).

interrogarsi
1. La solitudine ti fa paura oppure è lo spazio dove tacciono le voci della chiacchiera per ascoltare ed incontrare Dio?
2. Quale lotta della fede affronto ogni giorno, per poter vivere una nuova identità del mio Io, di fronte a Dio?
3. Come Giacobbe, sono capace di affidare la mia vita nelle mani di Dio?
4. Sono pronto ad essere partner di Dio, a dare sapore alla mia vita per vivere con responsabilità, dove lui mi chiama a dare sapore?

preghiera
Signore, tu sei presenza discreta e silenziosa che non ti imponi con la forza ma ti nascondi e attendi con pazienza. A volte mi sembri lontano o assente e lotto tra il credere e il non credere. Ma tu Signore, sei più forte delle mie resistenze e trionfi sulla mia incredulità e debolezze. Dona sapore alla mia vita perché io, con responsabilità, possa dare sapore a quanti ogni giorno incontro nella mia vita, non per me, ma per chi ha più di me bisogno di te.

actio
Ripeti spesso e medita questa Parola:
«Guardando a lui sarete raggianti, restando con lui non saranno confusi i vostri volti» (cfr Sal 34,6).

LA VEDOVA IMPORTUNA

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2)   (Invocare) O Dio, che per le mani alzate del tuo se...