martedì 5 aprile 2022

GIUSEPPE DI ARIMATEA

INVOCAZIONE
Padre misericordioso, manda anche me, in questo tempo santo della preghiera e dell’ascolto della tua Parola, il tuo angelo santo, perché possa ricevere l’annuncio della salvezza e, aprendo il cuore, possa offrire il mio sì all’Amore. 
Manda su di me, ti prego, il tuo Spirito santo, quale ombra che mi avvolge, quale potenza che mi colma. 
Fin da adesso, o Padre, io non voglio dirti altro che il mio “Sì!”; dirti: “Eccomi, sono qui per te. Fa di me ciò che ti piace”. Amen.

IN ASCOLTO DELLA PAROLA (Lc 23,50-53)
50Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, buono e giusto. 51Egli non aveva aderito alla decisione e all'operato degli altri. Era di Arimatea, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. 52Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. 53Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto.

cfr. anche Mt 27,57; Mc 15,42-47; Gv 19,38-42

RIFLETTERE SULLA PAROLA
Il brano ascoltato ci riporta ai giorni della morte di Gesù in croce. Tra i vari personaggi, ne troviamo uno in particolare: Giuseppe di Arimatea. 
Arimatea, è una cittadina a nord ovest rispetto a Gerusalemme. Giuseppe apparteneva al sinedrio, la massima autorità giudaica per le questioni di ordine giuridico e religiose del tempo, cioè faceva parte di coloro che hanno deciso la morte di Gesù.
Per l'evangelista Luca, Giuseppe non ha condiviso la decisione di uccidere Gesù; gli evangelisti Matteo e Giovanni poi aggiungono che addirittura sia stato un suo seguace. Tutti e quattro i vangeli concordano nel dire che Giuseppe andò personalmente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù, lo depose dalla croce lo unse con oli aromatici e lo seppellì in un sepolcro di sua proprietà scavato nella roccia.
I fatti si svolsero in fretta perché stava per iniziare il sabato, il giorno del riposo giudaico.
Probabilmente Giuseppe fu uno dei pochi a toccare il corpo di Gesù morto, anche se seppellire i morti è un opera di misericordia che attraversa tutta la Bibbia (cfr. Gen 23) e in questo momento Giuseppe diede prova del suo grande amore della sua cura verso Gesù di Nazareth.
Lo sappiamo, Giuseppe offrì un sepolcro nuovo per seppellire il corpo di Gesù. Pilato concesse la deposizione dalla croce e così il corpo di Gesù fu deposto e messo in un sepolcro nuovo e all'ingresso fu rotolata una grossa pietra.
Cosa ha chiesto Giuseppe? Giuseppe era un uomo che aspettava il Regno di Dio e chiedendo a Pilato il corpo di Gesù, in qualche modo, chiede il Regno di Dio. Il Regno di Dio è il corpo di Gesù ed è un seme che messo sottoterra e germinerà.
Esso contiene tutta la storia di Dio per gli uomini, tutta la storia del male dell’umanità, e tutta la storia del bene infinito di Dio per questa umanità. Ed è solo un seme che deve entrare sotto terra, questo seme deve entrare in noi ed è posto in noi questo corpo che germina, questo seme che è poi la Parola di Dio che germina quando meno ce lo aspettiamo e porta frutto per coloro che ci stanno accanto, per coloro che attendono: è un frutto da condividere.
L'esperienza di Giuseppe ci riporta alla stessa esperienza di Maria, la madre di Gesù che contemplò quel corpo fin dalla nascita, avvolto in fasce, sapeva che quel bimbo era Dio e che in quel momento, in quella fragilità, era tra le sue mani.
Giuseppe vede questo corpo, lo lava lo avvolge – sono cure materne – vede tutte le ferite, vede tutta la storia di quel corpo. È la vera contemplazione di queste ferite: perché tutto questo? perché quest’altra ferita? È per te tutto questo, sono stati i miei fratelli. 
Quante volte anche noi feriamo il corpo di Gesù? Quante le situazioni in cui le ferite sul corpo di Gesù si ripetono? Sono molteplici, basta guardarsi attorno, basta guardare quello che succede ai nostri giorni per capire queste ferite.
Questo corpo ferito è messo in un sepolcro. La parola "mnēmeion" che indica sepolcro, tomba, ha la stessa radice di "memoria" imparentata con la parola "morte". L’uomo è memoria di morte, tutto ciò che facciamo nella vita è per  evitare la morte che ricordiamo sempre; noi abbiamo costantemente una memoria di morte, che è la nostra sorte.
Però non è tutto qui. Non finisce così. Daremmo ragione ai discepoli di Emmaus, che tristemente ritornarono alle loro cose, mettendo una grossa pietra su tutto e su loro stessi.
Gesù con la sua morte capovolge la situazione. Il sepolcro nuovo donato da Giuseppe è diventato la stanza nuziale. Ci sono 33 chili di profumi dello sposo e il giorno di Pasqua troveranno i teli di lino stesi, cioè il letto preparato per l’incontro. 
Quindi la morte svanisce rimane il profumo di vita.
Giuseppe di Arimatea vivrà di quest'incontro, di questo profumo di vita e sarà per tutti noi, traccia eloquente di quanto viene vissuto.

Rispondi a Dio con le sue stesse parole 
Dal profondo a te grido, o Signore; 
Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti 
alla voce della mia preghiera.
 
Se consideri le colpe, Signore, 
Signore, chi potrà sussistere? 
Ma presso di te è il perdono: 
e avremo il tuo timore.

Io spero nel Signore,
l'anima mia spera nella sua parola.
L'anima mia attende il Signore
più che le sentinelle l'aurora.

Israele attenda il Signore,
perché presso il Signore
è la misericordia
e grande presso di lui la redenzione.
Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe. (Salmo 130).

L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità
"Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita; ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio. Il trono celeste è pronto, pronti agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli" (da un'omelia sul sabato santo).



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venerdì 3 aprile 2020

LA SAMARITANA

INVOCARE
Concedi, o Dio, di accostarci con umiltà e santo timore a questa Parola che ci supera infinitamente; a questa realtà che è mistero della tua presenza. Fa che là dove la nostra mente non può arrivare giunga il nostro cuore mediante l'intuizione dell'amore; e tutto il nostro essere taccia davanti a Te, Ti contempli e Ti adori. Amen.

IN ASCOLTO DELLA PAROLA (Gv 4,5-42)

5Giunse così a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6qui c'era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». 8I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. 9Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. 10Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». 11Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest'acqua viva? 12Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». 13Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; 14ma chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna». 15«Signore - gli dice la donna -, dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». 16Le dice: «Va' a chiamare tuo marito e ritorna qui». 17Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: «Io non ho marito». 18Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». 19Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! 20I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». 21Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23Ma viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. 24Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». 25Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». 26Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
27In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». 28La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: 29«Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». 30Uscirono dalla città e andavano da lui. 31Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». 32Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». 33E i discepoli si domandavano l'un l'altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». 34Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. 35Voi non dite forse: «Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura»? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. 36Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. 37In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l'altro miete. 38Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».
39Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». 40E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. 41Molti di più credettero per la sua parola 42e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

PER INTRODURCI
Un testo molto lungo su cui riflettere, ricco di molti spunti meditativi. Già su https://meditarelaparola.blogspot.com/2020/03/lectio-iii-domenica-di-quaresima-anno-a.html abbiamo fatto una lectio al brano. Vogliamo ancora cogliere qualcosa del personaggio, un personaggio che ci rappresenta. Infatti, la Samaritana al pozzo è icona di tutta l'umanità perduta.
L'Evangelista Giovanni ci sta parlando di fede e propone a tutti un percorso pedagogico. Nel capitolo precedente Gesù, con Nicodemo, incontrò il giudaismo ortodosso. Ora si reca in Samaria per incontrare il giudaismo scismatico perché tutti e due si ritrovino nell'unica fede.
Il percorso sembra apparire obbligatorio come ricerca dell'Amato, dello sposo. Anche Gesù fa un percorso: lascia la Giudea ed è diretto verso la Galilea e viene sottolineato che "doveva" attraversare la Samaria. Quel "doveva" non riguarda che la strada da fare era necessariamente quella esprime una necessità teologica: anche ai Samaritani Gesù doveva portare il lieto annuncio. La Samaria è quel deserto di cui parla Osea (Os 2,16) perché l'Amato incontri la sua amata, lo Sposo la sua sposa, perché Dio insegni a vivere in relazione con lui. Quindi è una esigenza perché il Padre ritrovi il figlio, lo Sposo la sua sposa.

RIFLETTERE SULLA PAROLA (Meditare)

Gesù è stanco del viaggio e si ferma presso il pozzo. Egli non entra nel villaggio ma sosta e siede presso il pozzo che dista circa 800/900 metri dal villaggio. L'Evangelista sottolinea che è mezzogiorno. Questa è l'ora he Giovanni riprenderà più volte nel Vangelo perché appartiene a Cristo.
Il pozzo è il luogo degli incontri, dell'innamoramento. Possiamo ricordare il servo di Abramo che incontra Rebecca (Gn 24,11-25) la sposa di Isacco, intorno al pozzo Giacobbe si innamora, a prima vista, di Rachele, al pozzo, Mosé incontra Zippora. A questo pozzo, che vuole essere anche simbolo della Torah, della Sacra Scrittura, "cisterna senza crepe", fonte di acqua viva che zampilla che sgorga dalle viscere della terra: presenza di Dio (cfr. Ger 2,13). I Padri della Chiesa invitano a frequentare il pozzo che è la parola di Dio per incontrare il Volto e farsi ancora sedurre. 
Il pozzo di cui si parla è quello di Giacobbe. Giacobbe è uno dei patriarchi. È colui che durante la notte ha lottato con Dio e da questa lotta ricevette un nome nuovo. Inizia una nuova storia.
In questa nuova storia Gesù è stanco e affaticato, una stanchezza e fatica che gli costerà la morte in croce. Ora, nell'ora della sete (Gv 19,14-16.28), nel momento più caldo della giornata, arriva una donna, una samaritana. Anch'ella ha sete e va al pozzo per attingere l'acqua e qui inizia il dialogo: «dammi da bere». Sono parole di corteggiamento che Gesù usa e lo fa gradualmente. Gesù è bisognoso di amore, è assetato di amore e la donna può soddisfare la sua sete. Però nessuno dei due berrà, anzi la donna lascerà la sua anfora per correre al villaggio e dare l'annuncio dell'incontro.
Prima dell'annuncio c'è un incontro da vivere, un incontro che nella donna è accompagnato dallo stupore, dal dubbio: «come mai...?»: è un ragionevole dubbio per la mentalità del tempo; un galileo che osa, che supera le barriere, che dimentica quanto dicono i saggi sul conversare con una donna (al v. 27 i discepoli di questo rimarranno stupiti). La domanda della donna è anche quella dell'umanità che è alla ricerca di chi già gli è davanti. Sant'Agostino nella sua ricerca cercava ovunque ma non nel suo cuore. Siamo abituati a cercare ovunque, nella tradizione, nelle abitudini e non in profondità, nel sacrario del cuore (cfr. Dt 30,14). 
La donna impara a fare la sua ricerca, in maniera graduale, partendo dal cuore. È dal cuore che sgorga l'amore e Gesù amore personificato, provoca manifestando l'amore. È da questa provocazione che nasce l'interrogativo, la ricerca, l'annuncio. È un dinamismo interiore che sconvolge talmente fino a ritrovare la via del ritorno al vero amore, al vero Sposo (fino adesso la donna ha avuto sei mariti, v. 18, simbolo dell'idolatria).
Mille interrogativi si pone la Samaritana, sono gli stessi che ci appartengono ancora oggi, alla nostra tradizione, al nostro modo di pensare. Gesù è quell'interrogativo che fa la verità nella mia vita. Un dialogo - discernimento molto ricco, che come un puzzle, inizia a svelare quel giudeo, quel viandante stanco che è di fronte a lei, che è di fronte a noi. 
Quasi a fare una lectio divina, vari sono i riferimenti: Signore (v. 11), Giacobbe (v. 12), di nuovo Signore (v. 15), profeta (v. 19), messia (v. 25). Una lectio che fa suscitare una sete maggiore, decisiva rispetto a quella fisica fino a condurre Gesù, il Signore, a svelarle e confidarle la sua identità più profonda: «Io Sono» (v. 26). È la ricerca affannosa di Dio di noi stessi e di questo la Samaritana diviene apostola. 
La Samaritana, l'umanità, diventa la prima destinataria del primo «Egò eimi», per cui la donna, lascia la sua anfora e corre entusiasta ad annunziare la sua scoperta alla sua gente, ad annunciare ciò che Gesù ha detto e fatto, perché ha incontrato colui che le ha detto tutto ciò che lei stessa ha fatto (v. 29).
Quanto è dolce e delicato Dio amore: aiuta la donna, l'umanità, ad accogliersi e amarsi come siamo, senza nessun giudizio. 
Dalle parole della donna, molti Samaritani vennero alla fede (v. 39). Lo Sposo finalmente ha trovato la sposa perduta.
L'esperienza della Samaritana sembra centrata sul bere ma ci sta anche un altro nutrimento. Con l'arrivo dei discepoli, che erano andati a comprare del cibo, si parla del mangiare.
Acqua e pane due alimenti che conducono all'unica sorgente: Dio, il cibo che ancora il discepolo non conosce (v. 32). Dio è amore, relazione, volto dell'altro, ascolto, parola, silenzio dell'altro. Tutto ciò che può dare senso al nostro vivere.
Della Samaritana non si dirà nulla. Certamente sarà pienamente avvolta dall'Amore di Dio e in Lui sparisce. Ha provocato la sua gente a fare un esodo, ad uscire dal "proprio accampamento" (Eb 13,13)  perché nessuno può dire di amare veramente il Signore. Ci ritroviamo con una vita disordinata. Sentiamo il bisogno di andare da Lui e non da chi ce lo annuncia (v. 40), perché tutti noi abbiamo bisogno di essere avvolti dal suo amore, abbiamo bisogno che Gesù ci rubi il cuore, fino a dire con Paolo: «Non sono io che vivo è Cristo che vive in me» (Gal 2,20), perché "crediamo che questi è il Salvatore del mondo" (v.42).

DOMANDE PER LA VITA
In chi ho posto la mia fiducia?
Di quale sete e di quale fame ho veramente bisogno?
Quale immagine di Dio ho nella mia vita?
Mi lascio interrogare da Gesù?
Chi di noi può dire di amare davvero il Signore?
Sono pronto ad uscire dal mio accampamento per lasciarmi sedurre dal Signore?

RISPONDI A DIO CON LE SUE STESSE PAROLE (Pregare)
O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco, *
di te ha sete l'anima mia, 
a te anela la mia carne, *
come terra deserta, arida, senz'acqua. 

Così nel santuario ti ho cercato, *
per contemplare la tua potenza e la tua gloria. 
Poiché la tua grazia vale più della vita, *
le mie labbra diranno la tua lode. 

Così ti benedirò finché io viva, *
nel tuo nome alzerò le mie mani. 
Mi sazierò come a lauto convito, *
e con voci di gioia ti loderà la mia bocca. 

Nel mio giaciglio di te mi ricordo, *
penso a te nelle veglie notturne, 
tu sei stato il mio aiuto; *
esulto di gioia all'ombra delle tue ali. 

A te si stringe *
l'anima mia.
La forza della tua destra *
mi sostiene.

L'INCONTRO CON L'INFINITO DI DIO È IMPEGNO CONCRETO NELLA QUOTIDIANITÀ (Contemplare-agire)
Anche noi, scavando al pozzo, facciamo il nostro incontro con il vero e unico Sposo perché ci sveli la nostra vita e così viviamo con fede, da innamorati nella nostra quotidiana esistenza e continuare nel tempo la missione di Gesù.



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giovedì 12 marzo 2020

LA REGINA DI SABA

Invocare
Vieni, vieni, o Santo Spirito! Venga l'unione del Padre, il compiacimento del Verbo, la gloria degli angeli! Tu sei, o Spirito di verità, premio dei santi, refrigerio delle anime, luce delle tenebre, ricchezza dei poveri, tesoro di quelli che amano, sazietà degli affamati, consolazione dei pellegrini; tu sei colui nel quale è contenuto ogni tesoro! (Santa Maria Maddalena de' Pazzi).

In ascolto della Parola (Leggere) 1Re 10,1-13
1La regina di Saba, sentita la fama di Salomone, dovuta al nome del Signore, venne per metterlo alla prova con enigmi. 2Arrivò a Gerusalemme con un corteo molto numeroso, con cammelli carichi di aromi, d'oro in grande quantità e di pietre preziose. Si presentò a Salomone e gli parlò di tutto quello che aveva nel suo cuore. 3Salomone le chiarì tutto quanto ella gli diceva; non ci fu parola tanto nascosta al re che egli non potesse spiegarle.
4La regina di Saba, quando vide tutta la sapienza di Salomone, la reggia che egli aveva costruito, 5i cibi della sua tavola, il modo ordinato di sedere dei suoi servi, il servizio dei suoi domestici e le loro vesti, i suoi coppieri e gli olocausti che egli offriva nel tempio del Signore, rimase senza respiro. 6Quindi disse al re: «Era vero, dunque, quanto avevo sentito nel mio paese sul tuo conto e sulla tua sapienza! 7Io non credevo a quanto si diceva, finché non sono giunta qui e i miei occhi non hanno visto; ebbene non me n'era stata riferita neppure una metà! Quanto alla sapienza e alla prosperità, superi la fama che io ne ho udita. 8Beati i tuoi uomini e beati questi tuoi servi, che stanno sempre alla tua presenza e ascoltano la tua sapienza! 9Sia benedetto il Signore, tuo Dio, che si è compiaciuto di te così da collocarti sul trono d'Israele, perché il Signore ama Israele in eterno e ti ha stabilito re per esercitare il diritto e la giustizia».
10Ella diede al re centoventi talenti d'oro, aromi in gran quantità e pietre preziose. Non arrivarono più tanti aromi quanti ne aveva dati la regina di Saba al re Salomone. 11Inoltre, la flotta di Chiram, che caricava oro da Ofir, recò da Ofir legname di sandalo in grande quantità e pietre preziose. 12Con il legname di sandalo il re fece ringhiere per il tempio del Signore e per la reggia, cetre e arpe per i cantori. Mai più arrivò, né mai più si vide fino ad oggi, tanto legno di sandalo.
13Il re Salomone diede alla regina di Saba quanto lei desiderava e aveva domandato, oltre quanto le aveva dato con munificenza degna di lui. Quindi ella si mise in viaggio e tornò nel suo paese con i suoi servi.

Silenzio meditativo lasciando risuonare nel cuore la Parola di Dio

Per introdurci
Nell'andare e scavare all'interno del "giardino della Bibbia", può succedere di incontrare dei personaggi particolari, magari somigliano un po' alla nostra storia, alla nostra situazione di vita.
Nel Libro dei Re (1Re) troviamo, tra i tanti personaggi, la Regina di Saba nel suo incontro con il re Salomone, il grande sapiente dei re d’Israele.
Questa regina abitava nel sud della penisola arabica, ed aveva sentito parlare della saggezza del re Salomone. Ella si mette in viaggio per verificare di persona le informazioni che aveva avuto. Fa un lunghissimo viaggio, pari a milleottocento chilometri, a dorso di cammello rischiando di andare incontro alle bande di briganti che facevano razzia lungo il deserto e per diverse strade. Ma la regina di Saba non si lasciò spaventare da questo viaggio pericolosissimo, perché aveva un grande desiderio in cuore, quello di incontrare il re più famoso di quel tempo.
Alcuni esegeti ritengono che la visita della regina di Saba a Salomone sia "una leggenda popolare, ma può avere un nocciolo storico in una visita da parte di una delegazione commerciale araba". Alcuni dotti dicono che la Regina di Saba era anche conosciuta come la Regina Mekeda, anch’essa vissuta al tempo di Re Salomone.
Nella Bibbia in riferimento alla regina di Saba abbiamo diversi brani presi dal Libro dei Re (1Re 10,1-13), dal Libro delle Cronache (2Cr 9,1-12), dal Cantico dei Cantici (Ct 1,5-7; 2,7; 7,2-6). Qui ci soffermiamo solo su 1Re 10,1-13 provando a dare alla lectio un incontro con il vero Sapiente.


Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 1: La regina di Saba, sentita la fama di Salomone, dovuta al nome del Signore.
Nella Bibbia non è l'unica volta che sentiamo o sentiremo parlare di una fama, ma soprattutto "dovuta al nome del Signore". Già il profeta Isaia (55,4-7) ne parla. Anche nel NT, Gesù enuncia le beatitudini e tra queste quella della persecuzione "a causa del suo nome" (Mt 5,11; Lc 6,20-26; cfr. anche Mt 10,16-33; Mt 24,1-14; Mc 13,3-23; Lc 21,5-19; Gv 15,18-27).
Il "nome del Signore" porta curiosità per ascoltare la sapienza di Salomone, un anticipo di ciò che sarà la vera Sapienza (cfr. Lc 11,29-32) più grande di Salomone perché è la stessa sorgente della Sapienza, la Parola del Dio invisibile, origine di tutte le cose! (Gv 1,3; Col 1,15-20; Eb 1,1-3)
La regina si parte dal suo paese perché alle sue orecchie è arrivata la saggezza di Salomone. Altri personaggi si partono dalle proprie abitazioni per la fama di Gesù: per essere guariti, per ascoltare la sua Parola. Ci sta un uscire, un esodo dalla propria città, dalla propria abitazione per ricominciare a causa di qualcuno, a causa del nome del Signore.
venne per metterlo alla prova con enigmi
Il sapiente è sempre messo alla prova, perché la sapienza è in Dio (cfr. Pro 8 e Gen 1) anzi, la Sapienza è Dio (cfr. anche 1Cor 2,11). 
Nel Targum Palestinese spesso è menzionata la Sapienza o Parola di Dio (Memra = "Ma'amar" or "Dibbur," "Logos") che vive, parla ed agisce (Gv 1,1.18; 1Gv 1,1-2). Fu il mistero nascosto da secoli nella mente di Dio (Ef 3,9).
Gesù stesso, il nostro Re per eccellenza, fu messo alla prova più volte. Anzi il suo ministero terreno è stato tutto una prova, dal suo inizio fino alla sua morte in croce. In Lc 11,31 dove viene menzionato l'episodio della Regina di Saba, Gesù viene definito più grande e più sapiente di Salomone perché rivela la sapienza di Dio. Eppure continua a starci l'ostinazione di Israele a non ascoltare la sua Parola e l'invito alla conversione.
In questo contesto possiamo leggere un cammino graduale vocazionale alla scuola della Croce, perché la Croce diventi unico vanto per ogni discepolo del Signore (cfr. Gal 6,14).
Come possiamo conoscere meglio Gesù Cristo? Ovviamente non mettendolo alla prova ma scrutando la Sacra Scrittura, leggendola e permettendole di mettere a nudo la nostra anima (Eb 4,12-13). 
I Suoi insegnamenti devono toccare il nostro cuore, devono mettere in discussione tutte le nostre convinzioni morali e spirituali.
v. 2: Arrivò a Gerusalemme con un corteo molto numeroso, con cammelli carichi di aromi, d'oro in grande quantità e di pietre preziose.  
Gerusalemme è al centro della vita religiosa e civile. Qui la regina di Saba non si presentò davanti a Salomone a mani vuote: portò dalla sua terra tutto ciò che aveva di più prezioso, per offrirlo in omaggio all'uomo che aveva sperato di conoscere da anni. Volle aggiungere alla ricchezza dell’uomo più ricco del tempo, anche la sua ricchezza; probabilmente voleva dare il suo contributo alla gloria di Salomone.
Anche noi non possiamo andare davanti a Gesù Cristo a mani vuote. Possiamo aggiungere noi stessi, la nostra stessa vita che vale più di aromi, oro e pietre preziose: “Ascolta, figlio mio, e sii saggio e indirizza il cuore per la via retta.” (Pro 23,19). La vita raccoglie sempre dei preziosi di cui non sappiamo liberarci (cfr. Mc 10,22). Come potremmo andare davanti a Gesù, con delle reticenze, delle perplessità, con la convinzione che non deve avere posto nella nostra vita? È importante davanti alla Sapienza spogliarsi dei propri preziosi e donare il proprio cuore.
Si presentò a Salomone e gli parlò di tutto quello che aveva nel suo cuore. 
La regina di Saba si presentò a Salomone con la convinzione che egli comprendesse perfettamente tutto ciò che lei pensava; si fidava di lui ed ebbe il coraggio di dire ogni cosa, di porgli delle domande, di esprimere i suoi pensieri più intimi… sapeva che Salomone avrebbe capito.
Anche il nostro Re si aspetta che andiamo a Lui con gli stessi sentimenti; vuole che ci avviciniamo al Suo trono in tutta sincerità; se lo faremo Egli saprà rispondere con la bontà e l’amore che Lo contraddistinsero quando era su questa terra, quando si rivolgeva a donne malate, a donne straniere, a donne rifiutate, a donne condannate a morte. Per ognuna di loro Egli ebbe un tocco speciale, una parola di comprensione e di perdono, un gesto di affetto e non di giudizio. Tutti i loro bisogni furono soddisfatti, al punto che tutte queste donne diventarono Sue discepole, tutte erano pronte a servirLo, a seguirLo ovunque andasse.
Avviciniamoci dunque a Gesù Cristo in tutta tranquillità, pronte ad aprire il nostro cuore e a raccontarGli tutto ciò che ci turba. 
v. 3: Salomone le chiarì tutto quanto ella gli diceva; non ci fu parola tanto nascosta al re che egli non potesse spiegarle.  
Nella Sacra Scrittura altre volte incontriamo chi cerca di dare senso a un messaggio, a un sogno, a un turbamento. Tra i personaggi abbiamo Salomone. 
San Paolo ci ricorda che "Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona" (2Tm 3,16-17). La preoccupazione dell’autore è quella di edificare la comunità di fede e il singolo cristiano (è questi infatti "l’uomo di Dio") sul fondamento della Parola di Dio ("le Sacre Scritture"). È questa Parola "il fondamento saldo" (vedi 2Tm 2,19) di fronte alla precarietà e alla pericolosità delle "false dottrine" e dei "falsi maestri" (vedi 1Tm 4,1-5; 6,3-5; 2Tm 4,1-4). 
La regina non fa altro che aderire a questa verità usufruendo della garanzia di verità datagli da Re Salomone. Anche il cristiano usufruisce a questa grande verità che per istituzione di Cristo stesso viene dalla Chiesa.
Qui si manifesta, per bocca del Re, la provvidenza divina che ha voluto concedere non solo il dono della sua autorivelazione, ma anche la garanzia della sua fedele conservazione, interpretazione e spiegazione, affidandola alle mani Re e oggi, diremmo, della Chiesa.
Per mezzo del Re, Dio continua a formare l’uomo nuovo, a plasmare "l’uomo tratto dalla terra" nell’uomo "in cui abita lo Spirito", a trasformare questo "corpo di carne" nel "tempio dello Spirito Santo". 
vv. 4-5: La regina di Saba, quando vide tutta la sapienza di Salomone, la reggia che egli aveva costruito, i cibi della sua tavola, il modo ordinato di sedere dei suoi servi, il servizio dei suoi domestici e le loro vesti, i suoi coppieri e gli olocausti che egli offriva nel tempio del Signore, rimase senza respiro.
La regina di Saba “rimase senza fiato”: me la immagino a bocca aperta, perché le cose che aveva sentito dire di Salomone non reggevano il confronto con la realtà: la ricchezza dei palazzi e la perfezione di ogni dettaglio nell’organizzazione del regno, dimostravano ampiamente che la saggezza del re aveva qualcosa di soprannaturale. Infatti gli fu donata direttamente da Dio, perché l’aveva chiesta con semplicità, quando era giovane e si sentiva incapace ad affrontare il suo compito di sovrano (cfr. 1Re 3,3-15; 2Cr 1,7-12).
Anche noi abbiamo sentito parlare di Gesù Cristo, dalle persone che avevano avuto un incontro personale con Lui; ci avevano parlato della grandezza del Suo amore, della Sua guida e del Suo perdono. Ma quando abbiamo voluto capitolare di fronte al nostro orgoglio, e Gli abbiamo chiesto di diventare il nostro Salvatore e Signore, perdonando i nostri peccati e donandoci la vita eterna, abbiamo scoperto che l’incontro con Lui è di gran lunga superiore a ciò che avevamo sentito raccontare.
L’unico modo per conoscere la grandezza dell’amore di Cristo è di darGli fiducia, cioè di credere con fede; dobbiamo avere un incontro personale con Lui. Non è sufficiente essere credenti, non è sufficiente fidarci della fede dei nostri genitori. 
vv. 6-7: Quindi disse al re: «Era vero, dunque, quanto avevo sentito nel mio paese sul tuo conto e sulla tua sapienza! Io non credevo a quanto si diceva, finché non sono giunta qui e i miei occhi non hanno visto; ebbene non me n'era stata riferita neppure una metà! Quanto alla sapienza e alla prosperità, superi la fama che io ne ho udita.
Queste sono le parole della regina di Seba, quando finalmente i suoi occhi furono soddisfatti ed anche il suo cuore ebbe ricevuto tutte le risposte che sospirava. Ella fece un elogio del grande re, e dovette riconoscere che tutto quello che possedeva, derivava dall’azione del grande Signore, il Dio di Salomone.
Anche noi siamo tra quelli che dicono "ere vero...". Non possiamo credere per sentito dire … no, dobbiamo avere il coraggio di fare quell'incontro che trasforma la nostra esistenza!
vv. 8-9: Beati i tuoi uomini e beati questi tuoi servi, che stanno sempre alla tua presenza e ascoltano la tua sapienza! Sia benedetto il Signore, tuo Dio, che si è compiaciuto di te così da collocarti sul trono d'Israele, perché il Signore ama Israele in eterno e ti ha stabilito re per esercitare il diritto e la giustizia».
Più che lodare Salomone, la regina di Saba dovette lodare il grande Dio dell’universo, e forse anche lei divenne un’adoratrice dell’unico vero Dio; quando tornò nella sua terra, sicuramente era una donna trasformata, una credente, come i re Magi che "dopo aver adorato il bambino tornarono al loro paese" (cfr. Mt 2,11-12)
L’incontro con Cristo non può che condurci a diventare dei veri adoratori; quando scopriamo la Sua bontà, il Suo amore, non possiamo far altro che rivolgerci al Padre celeste per ringraziarlo e lodarLo per averci donato il Figlio.
Come la regina di Saba, anche noi dobbiamo diventare uomini e donne che adorano, che lodano, che benedicono il grande Signore Dio: tutti siamo stati oggetto della Sua grazia, per l’azione del Figlio e non possiamo far altro che rispondere con la nostra adorazione.
vv. 10-12: Ella diede al re centoventi talenti d'oro, aromi in gran quantità e pietre preziose. Non arrivarono più tanti aromi quanti ne aveva dati la regina di Saba al re Salomone. Inoltre, la flotta di Chiram, che caricava oro da Ofir, recò da Ofir legname di sandalo in grande quantità e pietre preziose. Con il legname di sandalo il re fece ringhiere per il tempio del Signore e per la reggia, cetre e arpe per i cantori. Mai più arrivò, né mai più si vide fino ad oggi, tanto legno di sandalo.
Nella Parola di Dio l’oro è sempre legato alla gloria di Dio, e il legno di sandalo all’umanità: queste erano le due caratteristiche della Persona di Gesù Cristo. In Lui coesisteva perfettamente la divinità gloriosa e l’umanità perfetta. “Di questo legno di sandalo non ne fu più portato, e non se n'è più visto fino a oggi”: l’umanità perfetta di Cristo c’è stata una sola volta sulla faccia della terra e mai più si vedrà.
Questo perfetta unione di Dio con l’uomo, nella Persona di Cristo, ha permesso di costruire la casa del Signore, cioè la Chiesa: dalle Sue mani ferite e dal Suo costato è uscito quel sangue che purifica i peccati degli uomini e la Sua morte li ha espiati.
Con il legno di sandalo si fecero delle arpe e delle cetre per i cantori che eseguivano le lodi nella casa del Signore: che la nostra umanità serva a dare la gloria a Colui che ci ha salvate e che ci ha donato la vita eterna. Che i nostri cuori siano pieni di canti, di inni, in onore del grande Re!
v. 13: Il re Salomone diede alla regina di Saba quanto lei desiderava e aveva domandato, oltre quanto le aveva dato con munificenza degna di lui. Quindi ella si mise in viaggio e tornò nel suo paese con i suoi servi.
La regina di Saba non tornò alla sua terra a mani vuote: è vero che aveva donato tutto ciò che aveva di più bello, ma ricevette molto più dal suo incontro con il re Salomone.
Sicuramente aveva ricevuto molte risposte alle sue domande: era una donna ricca più spiritualmente e moralmente e sarebbe stata sicuramente una regina migliore per il suo popolo.
Ma ella ricevette anche molti doni: molto probabilmente aveva visto in Israele degli oggetti che non aveva mai visto e li aveva desiderati; il re non si era fatto pregare e glieli aveva subito offerti, oltre a tutta una serie di doni che le aveva dato in contraccambio.
Anche noi, quando doniamo a Cristo la nostra vita, non ci perdiamo … anzi! Sembra che rinunciamo a tutto ciò che abbiamo di più caro, ma riceviamo in contraccambio molto, molto di più!
“Trova la tua gioia nel Signore, ed egli appagherà i desideri del tuo cuore.” (Sal 37,4). Se troviamo la nostra gioia in Cristo, se Lo facciamo diventare il centro e lo scopo della nostra vita, riceveremo in cambio tutte le Sue ricchezze, se stesso, ed anche tanta gioia e pace da poter esclamare: “Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.” (Ef 1,3).

Ci fermiamo in silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato

La Parola illumina la vita e la interpella
Quando mi sposto dalla mia abitazione, dalla mia situazione di vita per chi e per cosa mi muovo?
Sono pronto a donare la mia vita al grande Re?
Mi lascio trasformare dalla Sapienza di Dio?

Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Confida nel Signore e fa' il bene:
abiterai la terra e vi pascolerai con sicurezza.

Cerca la gioia nel Signore:

esaudirà i desideri del tuo cuore.

Affida al Signore la tua via,

confida in lui ed egli agirà:
farà brillare come luce la tua giustizia,
il tuo diritto come il mezzogiorno. (Sal 37,3-6).


L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
«Come ti cerco, dunque, Signore? Cercando te, Dio mio, io cerco la felicità. Ti cercherò perché l'anima mia viva. Il mio corpo vive della mia anima e la mia anima vive di te». (Sant'Agostino).

mercoledì 20 novembre 2019

ELISABETTA (madre di Giovanni Battista)

Invocare
Vieni, vieni, o Santo Spirito! Venga l'unione del Padre, il compiacimento del Verbo, la gloria degli angeli! Tu sei, o Spirito di verità, premio dei santi, refrigerio delle anime, luce delle tenebre, ricchezza dei poveri, tesoro di quelli che amano, sazietà degli affamati, consolazione dei pellegrini; tu sei colui nel quale è contenuto ogni tesoro! (Santa Maria Maddalena de' Pazzi).

In ascolto della Parola (Leggere) (Lc 1,5-7)

[5]Al tempo di Erode, re della Giudea, c'era un sacerdote chiamato Zaccaria, della classe di Abìa, e aveva in moglie una discendente di Aronne chiamata Elisabetta. [6]Erano giusti davanti a Dio, osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. [7]Ma non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni.

Per introdurci
C'era una famosa profezia di Mosè: "Il Signore, vostro Dio, farà sorgere un profeta come me e sarà uno del vostro popolo. A lui darete ascolto" (Dt 18,15). Questa è una profezia grandiosa che prometteva un nuovo Mosè, un capo carismatico per Israele, un nuovo liberatore del popolo che lo avrebbe guidato, in un secondo Esodo, verso la libertà da tutti i nemici. In una parola sarebbe stato un vero messia, mandato da Dio. Ed il desiderio di ogni donna ebrea era quello di essere la prescelta per dare la luce proprio a questo 'nuovo Mosè', sospirato, invocato e atteso nei secoli. 
Tutto questo anche al tempo di Elisabetta e Zaccaria: anche allora si invocava un nuovo e vero liberatore del popolo dai nemici oppressori che in quegli anni erano i Romani pagani.
Angoscia, interrogativi, speranza per il figlio che non arrivava e che ebbe non solo Elisabetta.
Il nostro brano ci permette di meditare su alcuni versetti, proprio per capire che nulla è impossibile a Dio (Lc 1,37).

Riflettere sulla Parola (Meditare)
La Parola dice che nella nostra vita ci sta un tempo per ogni cosa (cfr. Qo 3,1-11): per tutte le cose c'è un tempo fissato da Dio in cui la Sua parola agisce. Nella nostra storia di tutti i giorni agisce in tanti modi, sia nel bene che nel male.
Anche in queste poche righe di Vangelo per la vita di una donna, Elisabetta, abbiamo un tempo particolare.
Chi è Elisabetta? Ella fa parte della discendenza di Aronne, quindi della classe sacerdotale ed era moglie di Zaccaria, sacerdote della "classe di Abia". Con lui era sposato da tanti anni ed ha vissuto la sua vita matrimoniale in piena angoscia per un bambino che avrebbe desiderato ma non poteva averne. 
Elisabetta (nome che significa "Dio è perfezione") è una santa importante anche perché quando recitiamo l'Ave Maria, usiamo alcune delle sue parole dette alla giovane Maria: "Tu sei benedetta fra tutte le donne, e benedetto il frutto del seno tuo" (Lc 1,41).
Nella storia della salvezza abbiamo anche altre illustri e importanti figure di donne che avevano sofferto per lo stesso motivo. Addirittura pensavano di essere state punite e dimenticate da Dio. Ricordiamo Abramo e Sara (Gn 21,1); Isacco e Rebecca (Gn 24,67); Giacobbe e Rachele (Gn 29,30). Anche nella vita di Anna e Elkana, che saranno poi i genitori del profeta Samuele (cfr. 1Sam 1,5) leggiamo la stessa cosa. 
Nonostante tutto questo Elisabetta era irreprensibile agli occhi del Signore, insieme a suo marito Zaccaria viveva alla sua presenza: "vivevano rettamente di fronte a Dio, e nessuno poteva dir niente contro di loro perché ubbidivano ai comandamenti e alle leggi del Signore", si affidavano alla volontà di Dio, e chiedendo la grazia con la preghiera continua e le lacrime davanti al Signore (cfr. 1Sam 2, 1-10). 
Gli anni passavano, il sogno non si avverava, la speranza c'era ma si riduceva ogni anno di più, perché la natura ha le sue leggi. E lo sapevano bene anche loro. Quanta angoscia per un figlio che non arrivava.
Elisabetta era sterile e avanti negli anni. Era stata dimenticata da Dio? Ma com'è possibile? Indegni di avere un figlio perché peccatori e per questo puniti da Dio? Perché proprio a noi? Quanti interrogativi, quante notti passate rimuginando queste domande che facevano sempre più male. Cercando, con sincerità, risposte razionali o di fede che dessero consolazione a lei e Zaccaria, e abbozzassero una qualche spiegazione. E tutto questo pensare, giorno e notte, sul non poter essere come tante donne ebree felici dei loro figli "dono di Dio" (Sal 125) all'interno di una popolo e di una cultura che valutava molto positivamente la fecondità familiare. 
La sterilità per la donna ebrea infatti era un vero problema, una 'vergogna', che poteva avere aspetti psicologici ed esistenziali spesso dirompenti per la propria autostima. Creava inoltre difficoltà per l'accettazione da parte degli altri in generale ma particolarmente dai parenti o dalla gente del villaggio.
La storia di Elisabetta e della sua tanto attesa maternità (insieme alle storie consimili di Sara, Rebecca, Rachele ed Anna) trova cuore ed orecchi attenti anche oggi. Non sono poche le donne in angoscia e preoccupazione per una maternità che non arriva, per un bambino tanto desiderato quanto apparentemente impossibile. Anche per questo Elisabetta è diventata patrona delle donne sterili o con difficili maternità e delle partorienti.

La Parola di Dio illumina la vita e la interpella
Come la Parola di Dio è entrata nella mia vita?
Vivo alla presenza del Signore?
Mi sono sentito rinascere dalla buona notizia del Vangelo?
Mi sento risollevato dalla mia vergogna (Elisabetta per la sua sterilità, io per il mio peccato...)?

Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Tutti i sentieri del Signore sono verità e grazia
per chi osserva il suo patto e i suoi precetti.
Il Signore si rivela a chi lo teme,
gli fa conoscere la sua alleanza. (Sal 24)










 

 

domenica 11 agosto 2019

IL DISCEPOLO AMATO

Invocare
O Dio, che nel Cristo tuo Figlio rinnovi gli uomini e le cose, fa’ che accogliamo come statuto della nostra vita il comandamento della carità, per amare te e i fratelli come tu ci ami, e così manifestare al mondo la forza rinnovatrice del tuo Spirito. Per Cristo nostro Signore. Amen.

In ascolto della Parola (Leggere) (Gv 20,1-10)
1Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. 2Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». 3Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. 4Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. 6Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, 7e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. 8Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti. 10I discepoli perciò se ne tornarono di nuovo a casa.

Riflettendo sulla Parola (Meditare)
Ci soffermiamo a meditare su un personaggio, biblico sì, ma pur con lo sforzo di un identikit nella persona dell'evangelista e apostolo Giovanni, rimane per tutti un personaggio anonimo.
Il Vangelo riporta una testimonianza particolare: Gesù ha una speciale predilezione per uno dei suoi discepoli, quello che la voce narrante dello stesso Vangelo chiama più volte «il discepolo che Gesù amava». Il brano messo alla meditazione nostra è coronato dall'evento Pasqua. Sarà la luce della Risurrezione del Signore Gesù ad individuare il nome del discepolo amato.
Siamo nel giorno della Resurrezione. Il brano raccoglie sorprese varie insieme ai personaggi che lo circondano. La prima è Maria di Magdala. Ella si reca al sepolcro di buon mattino. Gli altri evangelisti la descrivono come colei che in quel momento venera il defunto. Giovanni, tralascia questo particolare per collocare la donna nel contesto della ricerca, di corsa, di Gesù.
Nei gesti di Maria di Magdala che corre verso «la casa del discepolato» riferendo quanto ha visto, possiamo cogliere lo smarrimento di coloro a cui viene a mancare il rapporto con il Signore e la condizione da vivere nella chiesa (il plurale usato indica la chiesa). 
Maria sta condividendo un momento buio della sua fede. Coloro che vivono queste condizioni, devono sentire la necessità di condividere con la chiesa la vicenda della loro fede. Il plurale utilizzato incarna tutta la vicenda della chiesa dei poveri, di una chiesa che cammina al buio, che ha perso di vista il Signore, ma non ha perso di vista il legame con lui. La casa del discepolato non è la chiesa che si è alzata di buon mattino; è una chiesa animata dalla fede nel momento in cui prende atto della risurrezione, ma non è la chiesa dei poveri, che si incarna in Maria di Magdala.
C'è un discepolato che ci mette alla ricerca. Maria di Magdala scopre questo discepolato a partire da coloro che potevano aiutarla. 
Il primo è Simon Pietro, il secondo è un discepolo amato da Gesù, cioè quel discepolo che con Gesù aveva instaurato una relazione di amicizia. Questo discepolo rimane nell'anonimato.
La vicenda del discepolo amato, nel Vangelo di Giovanni, è racchiusa negli eventi della passione, morte e risurrezione di Gesù. Durante l’ultima cena egli poggia il suo capo sul petto di Gesù (13,23-26), in una posizione di intima familiarità  - simile a quella di Gesù col Padre che è detto essere «nel seno del Padre» all’inizio dello stesso vangelo 1,18 - ed è a lui che Gesù rivela l’identità di colui che lo avrebbe presto tradito.
Lo ritroviamo con lo stesso appellativo ai piedi della croce al momento della morte di Gesù - e si suppone l’unico dei discepoli dato che tutti gli altri «lo abbandonarono e fuggirono» (Mt 26,56; Mc 14,50). 
A lui Gesù affida la Madre e al contempo viene lui stesso affidato alla Madre (19,26-27). In seguito, come viene descritto nel nostro brano in questione, al mattino di Pasqua assieme a Pietro il «discepolo che Gesù amava» corre al sepolcro a verificare l’annuncio ricevuto da Maria Maddalena: «si chinò vide e credette» (20,2-8). E ancora, sul lago di Tiberiade, quando Gesù appare nel primo mattino sulla riva ai discepoli che erano usciti in barca a pescare è il «discepolo che Gesù amava» che si accorge per primo che quell’uomo sulla riva «è il Signore» indicandolo a tutti gli altri (21,7).
Prima di chiudere il testo evangelico, abbiamo ancora una citazione sul discepolo amato. Forse può apparire curiosa, ma ci permette di identificarci in lui, ci permettere di riflettere sul senso personale della vocazione.
Siamo al cap. 21 del Vangelo di Giovanni, Pietro aveva appena ricevuto solennemente l’incarico di pascere il gregge di Gesù (21,15.16.17) ma sembra preoccupato - impropriamente - della sorte del discepolo amato. Gesù usa parole misteriose per indicare il tipo di rapporto di quel discepolo con Lui e il suo destino, invitando Pietro semplicemente a «seguire». Pietro disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi». Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?» (21,20-23). 
Qui possiamo cogliere l'indicazione di Gesù sul discepolo amato. Egli è colui che ha ricevuto una predilezione particolare per entrare, in una maniera diversa, nel mistero della passione, morte e risurrezione di Cristo.
È una predilezione particolare. Non tutti possono comprenderla, solo chi ama, solo l'amore può comprendere, solo l'amore può riconoscere, solo l'amore rimane.
Il discepolo amato è colui che si lascia amare da Gesù e in questo modo gli è permesso di penetrare il mistero d’amore del Padre in Gesù, di coglierlo, di farlo suo e di testimoniarlo.
Il discepolo amato rimane anonimo. Infatti, possiamo vedere che anche Pietro è pieno d'amore. Ogni discepolo pieno d'amore, ogni discepolo è amato da Gesù perché è l’unico modo per entrare e rimanere nel suo mistero, per conoscerlo, per riconoscerlo, per testimoniarlo. 
L'amore non ha confini, possiede quella paziente attesa per l'incontro finale (cfr. 21,21), nel frattempo continua la sequela (cfr. 21,22). Senza tutto questo la Chiesa sarebbe solo una istituzione umana con grande dottrina, opere, socialità, ma arida, perché senza amore. E questo ovviamente non è di uno solo, ma di tutti quelli che raccolgono la sfida di amore di Gesù.
Ognuno di noi può continuare a fare la sua corsa, come Maria di Magdala, verso la casa del discepolato per scoprire il vero cuore pulsante della vicenda cristiana nella storia: la predilezione amorosa del Signore Gesù che fa diventare i suoi discepoli che l’accolgono, ognuno e tutti possibilmente, Discepoli Amati.

La Parola illumina la vita e la interpella
1. Nel presente della mia vita mi sento amato/a? Cerco di cogliere e di ricordare i segni dell’amore di Dio per me? Oppure rischio di chiudermi nei miei stati d’animo, nelle paure e sulla difensiva?
2. Il discepolo amato è pieno d'amore perché fa esperienza d'amore. Anch’io faccio quest'esperienza d'amore nell'offrire me stesso/a, il mio sostegno, la mia attenzione, la mia presenza, anche quando potrebbe comportare incertezza e fatica?

Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Per sempre, o Signore,
la tua parola è stabile nei cieli.
La tua fedeltà di generazione in generazione;
hai fondato la terra ed essa è salda.

Per i tuoi giudizi tutto è stabile fino ad oggi,
perché ogni cosa è al tuo servizio.
Se la tua legge non fosse la mia delizia,
davvero morirei nella mia miseria.

Mai dimenticherò i tuoi precetti,
perché con essi tu mi fai vivere.
Io sono tuo: salvami,
perché ho ricercato i tuoi precetti.

I malvagi sperano di rovinarmi;
io presto attenzione ai tuoi insegnamenti.
Di ogni cosa perfetta ho visto il confine:
l’ampiezza dei tuoi comandi è infinita.

Quanto amo la tua legge!
La medito tutto il giorno.
Il tuo comando mi fa più saggio dei miei nemici,
perché esso è sempre con me.

Sono più saggio di tutti i miei maestri,
perché medito i tuoi insegnamenti.
Ho più intelligenza degli anziani,
perché custodisco i tuoi precetti.

Tengo lontani i miei piedi da ogni cattivo sentiero,
per osservare la tua parola.
Non mi allontano dai tuoi giudizi,
perché sei tu a istruirmi.
Quanto sono dolci al mio palato le tue promesse,
più del miele per la mia bocca.
I tuoi precetti mi danno intelligenza,
perciò odio ogni falso sentiero. (Sal 119).

L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Discerno la presenza di Gesù e assecondo l’azione dello Spirito in me e negli altri, vivendo il tempo, lo spazio come dono per la preghiera, la riflessione, l'amore all'altro.



giovedì 1 agosto 2019

PAOLO

Invocare
O Spirito di verità, che parlasti per bocca dei patriarchi e dei profeti, e riempisti le Sacre Scritture di celesti dottrine, di salutari precetti e di paterni ammonimenti, ora che lo spirito di menzogna e di stoltezza regna sopra la terra, degnati di ritornare a parlarci per bocca dei tuoi santi e dei tuoi ministri, affinché la verità torni a regnare nel cuore dell'uomo. Amen.

In ascolto della Parola (Leggere) (At 9,1-18)
Saulo frattanto, sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne, seguaci della dottrina di Cristo, che avesse trovati.  E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo  e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? ”.  Rispose: “Chi sei, o Signore? ”. E la voce: “Io sono Gesù, che tu perseguiti!  Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare”.  Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce ma non vedendo nessuno.  Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco, dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda.  Ora c’era a Damasco un discepolo di nome Anania e il Signore in una visione gli disse: “Anania! ”. Rispose: “Eccomi, Signore! ”. E il Signore a lui: “Su, và sulla strada chiamata Diritta, e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Saulo, di Tarso; ecco sta pregando,  e ha visto in visione un uomo, di nome Anania, venire e imporgli le mani perché ricuperi la vista”. Rispose Anania:“Signore, riguardo a quest’uomo ho udito da molti tutto il male che ha fatto ai tuoi fedeli in Gerusalemme. Inoltre ha san Paolo l’autorizzazione dai sommi sacerdoti di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome”.  Ma il Signore disse: “Và, perché egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli di Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome”.  Allora Anania andò, entrò nella casa, gli impose le mani e disse: “Saulo, fratello mio, mi ha mandato a te il Signore Gesù, che ti è apparso sulla via per la quale venivi, perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo”.  E improvvisamente gli caddero dagli occhi come delle squame e ricuperò la vista; fu subito battezzato,  poi prese cibo e le forze gli ritornarono.

Riflettendo sulla Parola (Meditare)
Il brano parla della vocazione di Saulo di Tarso, divenuto poi per tutti noi Paolo. Più volte egli parla di se stesso ma possiamo cogliere fin da adesso ciò che lui diceva della vocazione: la vita è un tesoro custodito in vasi di creta (2Cor 4,7).
Saulo nacque a Tarso (verso il 10 d.C.), una cittadina nell'attuale Turchia. Era della tribù di Beniamino e fariseo zelante. Cittadino romano, fabbricatore di tende e cresciuto a Gerusalemme sotto la guida di Gamaliele. Un credente in Dio ma a modo suo, finché non si è incontrato con Cristo Gesù scoprendo di avere occhi e cuore nuovo per testimoniare Cristo.
Durante il suo primo viaggio missionario assunse un nome più latino: Paolo. Per Paolo il Vangelo non era uno scritto, ma una persona viva: Gesù di Nazareth, il quale gli starà sempre davanti agli occhi e al cuore.
Il brano posto alla nostra riflessione racchiude la vocazione di Saulo. Gli Atti riportano per tre volte questo racconto: la prima volta nel contesto della narrazione (At 9,1-9), la seconda, così come questa terza, dalla bocca di Paolo (At 22,6-11); in tutte e tre le ricorrenze troviamo la chiamata espressa in ebraico. Non è un caso. È chiaramente un’indicazione. L’indicazione che quella voce fece appello al suo “io” più vero e profondo.
La vocazione di Saulo inizia in un contesto di persecuzione. Egli stesso, credente in Dio, perseguita i Cristiani, la chiesa nascente di Cristo Gesù. Perseguita Gesù. Egli era talmente abbagliato da una sorta di odio verso i cristiani che fece di tutto per sconfiggerli. Fece, però, male i suoi conti. Egli non andava contro i cristiani, contro gli uomini, ma contro Colui che tutto può.
Ma ciò che lo ha cambiato si innesta proprio in quel suo “furore” giovanile che traboccava.
Sulla strada per Damasco, a mezzogiorno. Una luce che splendette più del sole mentre è al massimo dell’irradiazione come è a mezzogiorno.
Questa luce avvolge anche i compagni di viaggio. Tutti caddero a terra, ma solo Saulo sentì una voce. Quella voce toccava il cuore perché era in lingua natia, la lingua dei padri. È in questa paternità che Saulo riscopre, poco alla volta, con insistenza, la sua identità. Vengono celati gli occhi, come quando li chiudiamo per entrare in preghiera profonda, fino a quando non ci sarà il vero incontro, il vero ascolto, il rinnovo nella mente e nel cuore. È la luce del Cristo Risorto che abbaglia e rinnova la vita di Saulo, trasforma il suo pensiero rendendolo cieco per riaprirli al battesimo e vedere con occhi nuovi.
Saulo vive un capovolgimento di prospettiva. In questo capovolgimento inizia a considerare il suo vissuto,  tutto ciò che prima costituiva per lui il massimo ideale, quasi la ragion d’essere della sua esistenza, come dirà ai Filippesi, una “perdita” e una “spazzatura”  (cfr. Fil 3,7-8).
La sua esperienza è esperienza pasquale che vivrà con gli altri apostoli, cioè insieme alla Chiesa, in comunione con essa. Solo in questa comunione con tutti egli potrà essere un vero apostolo, come scrive esplicitamente nella prima Lettera ai Corinti: “Sia io che loro così predichiamo e così avete creduto” (15, 11). C’è solo un annuncio del Risorto, perché Cristo è uno solo.
Saulo diventa cristiano perché ha incontrato Cristo e sarà testimone della sua risurrezione, andando tra i pagani e il mondo greco-romano ad annunciare il Vangelo perché il Risorto lo ha costituito “ministro e testimone”, fin da quel primo incontro, per portare a tutti l’annuncio pasquale, del perdono dei peccati, dell’eredità di vita eterna.
L'esperienza di Saulo, oggi Paolo, appartiene a ciascuno di noi. La vita di Paolo fu una continua fedeltà a quell'incontro e una continua missione
Il giovane chiamato Saul ha ascoltato. E tutta la sua vita fu fedeltà continua a quell’incontro, in un continuo cammino di missione.
Anche noi possiamo incontrare Cristo, nella lettura della Bibbia, nella preghiera, nella vita liturgica della Chiesa, etc.. Solo in questa relazione personale con Cristo, solo in questo incontro con il Risorto diventiamo realmente cristiani. 
Allora l’esperienza di Damasco si rinnova quotidianamente e sarà sempre gratuita e sorprendente  come un dono carico del “mistero” della presenza di Gesù Risorto. 

La Parola illumina la vita e la interpella
1. La Pasqua ci invita a tornare al cuore della nostra fede: Dio ha donato il Suo Unigenito Figlio perché, col dono della Sua vita sulla croce, ci facesse partecipi della Sua Resurrezione. Questo è veramente il cuore della mia fede di cristiano/a? Come cerco di entrare con la mia vita nel mistero pasquale?
2. Paolo ha iniziato il suo cammino di vita dalla parte sbagliata. Però ha saputo ascoltare. E da lì è partita la sua conversione e la sua vocazione. So anch’io ascoltare per riconoscere ciò che devo adeguare al Vangelo riguardo a ciò che penso e che faccio?

Rispondi a Dio con le sue stesse parole (Pregare)
Meravigliosi sono i tuoi insegnamenti:
per questo li custodisco.
La rivelazione delle tue parole illumina,
dona saggezza ai semplici.

Apro anelante la mia bocca,
perché ho sete dei tuoi comandi.
Volgiti a me e abbi pietà,
con il giudizio che riservi a chi ama il tuo nome.

Rendi saldi i miei passi secondo la tua promessa
e non permettere che mi domini alcun male.
Riscattami dall’oppressione dell’uomo
e osserverò i tuoi precetti.

Fa’ risplendere il tuo volto sul tuo servo
e insegnami i tuoi decreti.
Torrenti di lacrime scorrono dai miei occhi,
perché non si osserva la tua legge. (Sal 119).

L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità (Contemplare-agire)
Rinnovo l'ascolto della Parola, incarnando la misericordia di Gesù, abbassando il mio livello di suscettibilità, cambiando i miei modi di fare, di pensare e chiedendo perdono. Curando le relazioni con chi mi sta attorno, ma anche purificando i miei pensieri per un cuore aperto, una grande carità per tutti, capace di rinnovare il mondo.



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LA VEDOVA IMPORTUNA

Apri il cuore all'ascolto e riconosci il "momento favorevole" (2Cor 6,2)   (Invocare) O Dio, che per le mani alzate del tuo se...