giovedì 31 dicembre 2009

GIACOBBE


lectio
Dal Libro della Genesi (32,23-32)
32, [23] Durante quella notte egli (Giacobbe) si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici figli e passò il guado dello Iabbok. [24] Li prese, fece loro passare il torrente e fece passare anche tutti i suoi averi. [25] Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell'aurora. [26] Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all'articolazione del femore e l'articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. [27] Quegli disse: "Lasciami andare, perché è spuntata l'aurora". Giacobbe rispose: "Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!". [28] Gli domandò: "Come ti chiami?". Rispose: "Giacobbe". [29] Riprese: "Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!". [30] Giacobbe allora gli chiese: "Dimmi il tuo nome". Gli rispose: "Perché mi chiedi il nome?". E qui lo benedisse. [31] Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuel "Perché - disse - ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva". [32] Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuel e zoppicava all'anca.

Come per Giacobbe, anche nella vita personale di ciascuno di noi accadono cose strane. Il brano che, in questo mese, l’Autore sacro ci mette davanti è molto difficile per il suo genere letterario.
In questo capitolo della Genesi si narra dell’incontro di Giacobbe con un personaggio, non definito bene, in una notte sul torrente Jabbok.
Notiamo nel brano il contesto della notte e della solitudine in cui avviene l’incontro. «Giacobbe rimase solo» (v. 25).
Il “restare solo”, nella notte, può portare paura, ma favorisce l’incontro con Dio; perché cessa la chiacchiera del giorno e si rimane nella solitudine e in ascolto.
La “chiacchiera” è il vani-loquio, metafora dell’inautenticità dell’esistenza umana che si perde nell’anonimato del “si dice” impersonale.
Un’esperienza simile l’abbiamo con un personaggio autorevole del Sinedrio: Nicodemo: quest’uomo si incontra con Gesù di notte (cfr Gv 3,1-21).
La notte, luogo del silenzio, sottrae l’uomo alla chiacchiera del parlare vano, ed è per la Bibbia, la condizione dell’esistenza autentica come esistenza di fronte a Dio.
Nell’esperienza di Giacobbe, Dio si presenta con l’ambiguità del prossimo, provocante ed inquietante: «E un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora» (v.25). È l’anonimato di Dio che viene incontro a ciascuno di noi, attraverso la voce di un maestro, di un saggio, di un amico o di un estraneo; riconoscerlo e consegnarsi non è rinuncia a quanto è stato fino a quel momento, ma passione e confronto che esigono impegno e lotta.
La lotta per Giacobbe diventa il suo Getsemani (probabile aramaico gat semanê = "frantoio"), in altre parole il suo frantoio luogo in cui dovrà essere rotto, spezzato, macinato; vivere un’agonia, un combattimento, un'esperienza di morte.
Per Giacobbe credere è lottare, dove le ragioni per il sì o per il no si scontrano e dove, all’improvviso, il sì s'impone sul no, per forza interna: «Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all'articolazione del femore e l'articolazione del femore … Giacobbe rispose: "Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!". … Riprese: "Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!". Giacobbe allora gli chiese: "Dimmi il tuo nome". Gli rispose: "Perché mi chiedi il nome?". E qui lo benedisse» (vv. 26-30).
Osea, scriverà così su quest'episodio: «Da adulto (Giacobbe) lottò con Dio, lottò con l'angelo e vinse, pianse e domandò grazia» (Os 12,4-5).
Abbiamo qui un evento che appare come “un domandare grazia”, che nel libro della Sapienza è tradotto con la pietà, la preghiera: «Gli assegnò la vittoria in una lotta dura, perché sapesse che la pietà è più potente di tutto» (Sap 10,12).
Bisogna essere adulti, crescere e rafforzarsi sempre per lottare nella fede, anche se nella lotta della fede, Dio è più forte di ogni resistenza e prima o poi Lui entra nella nostra vita con una mossa impensabile e imprevista.
Il profeta Geremia sperimenta quest’azione irruenta di Dio nella sua vita come lo stesso sgambetto con il quale Giacobbe viene vinto, come un frantoio che frantuma le pietre: «Signore, tu mi hai sedotto e io non ho saputo resisterti. Hai ricorso alla forza e hai ottenuto quello che volevi» (Ger 20,7).
È l’enigma di Dio che affascina e sfugge alla presa umana. Non possiamo appropriarcene: «Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora» (v. 27). Gesù dirà a Giovanni Battista all'inizio della proclamazione del Regno: «Lascia fare per adesso, perché ci conviene adempiere così ogni giustizia. Allora lo lascia fare» (Mt 3,15), e quando tutto sta per compiersi dirà ai suoi discepoli: «Lasciate. Fino a questo punto!» (Lc 22,51).
Ritornando al nostro brano, sembra a prima vista che è l’uomo a vincere, ma c’è qualcosa di più in quella lotta orante: Giacobbe è costretto a rivelare il suo nome: affida nelle mani del misterioso personaggio (di Dio), l’intera sua personalità.
Anche in Giacobbe abbiamo il cambiamento del nome. Il suo nome Giacobbe che significa “soppiantatore” del fratello Esaù, (vedi Gen 25,25-26) adesso è Israele (yisra'el = "Egli lotta con El"), interpretato liberamente come “contendere con Dio”: «Perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!» (v. 29).
In questa sua lotta, in questa sua insistenza, l’uomo non dispera solamente ma si mette faccia a faccia con Dio, si misura nei suoi disegni, si confronta con le promesse di Dio. E non urlerà più, non piangerà più perché qualcosa di nuovo è nato in lui, qualcosa sta crescendo dentro di lui: è la potenza della Parola efficace che penetra fino alle proprie midolla (Cfr Eb 4,12).
Ma anche se Giacobbe chiede il nome al misterioso personaggio, ancora una volta Dio si mostra imprevisto, rifiutandosi di dire il nome, perché è inaccessibile, segue in un silenzio benedicente, perché nel nome di Dio vi è benedizione: «In ogni luogo dove io vorrò ricordare il mio nome, verrò a te e ti benedirò» (Es 20,24). «La sua benedizione si diffonde come un fiume e irriga come un’inondazione la terra» (Sir 39,32).
È una benedizione che inabita concretamente ogni frammento ed istante dell’esistenza umana, perché nella nostra lotta orante con Dio, ci troviamo con Lui «faccia a faccia» (v. 31), come l’esperienza di Mosè al Sinai, dove Dio iniziò a rivelarsi come l'Essere: «Io sono colui che sono» (Es 3,14).
È un’esperienza diretta, dinamica perché si esce trasformati interiormente e l’esperienza di Giacobbe insegna che questa trasformazione consiste nella sua elevazione a partner di Dio, essere responsabile, senza perdere il sapore (Cfr. Mt 5,13), perché chiamato a dare sapore, non solo alla propria vita, ma anche a quella di quanti incontrerà nel suo cammino. «E chiunque ha lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi a causa del mio nome, riceverà molto di più» (Mt 19,29).

interrogarsi
1. La solitudine ti fa paura oppure è lo spazio dove tacciono le voci della chiacchiera per ascoltare ed incontrare Dio?
2. Quale lotta della fede affronto ogni giorno, per poter vivere una nuova identità del mio Io, di fronte a Dio?
3. Come Giacobbe, sono capace di affidare la mia vita nelle mani di Dio?
4. Sono pronto ad essere partner di Dio, a dare sapore alla mia vita per vivere con responsabilità, dove lui mi chiama a dare sapore?

preghiera
Signore, tu sei presenza discreta e silenziosa che non ti imponi con la forza ma ti nascondi e attendi con pazienza. A volte mi sembri lontano o assente e lotto tra il credere e il non credere. Ma tu Signore, sei più forte delle mie resistenze e trionfi sulla mia incredulità e debolezze. Dona sapore alla mia vita perché io, con responsabilità, possa dare sapore a quanti ogni giorno incontro nella mia vita, non per me, ma per chi ha più di me bisogno di te.

actio
Ripeti spesso e medita questa Parola:
«Guardando a lui sarete raggianti, restando con lui non saranno confusi i vostri volti» (cfr Sal 34,6).

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