lunedì 4 gennaio 2010

HAGAR

lectio (Gen 16,3-4.6-11.15; 21,8-20)
16, [3] Così, al termine di dieci anni da quando Abram abitava nel paese di Canaan, Sarai, moglie di Abram, prese Agar l'egiziana, sua schiava e la diede in moglie ad Abram, suo marito. [4] Egli si unì ad Agar, che restò incinta. Ma, quando essa si accorse di essere incinta, la sua padrona non contò più nulla per lei. [6] Abram disse a Sarai: "Ecco, la tua schiava è in tuo potere: falle ciò che ti pare". Sarai allora la maltrattò tanto che quella si allontanò. [7] La trovò l'angelo del Signore presso una sorgente d'acqua nel deserto, la sorgente sulla strada di Sur, [8] e le disse: "Agar, schiava di Sarai, da dove vieni e dove vai?". Rispose: "Vado lontano dalla mia padrona Sarai". [9] Le disse l'angelo del Signore: "Ritorna dalla tua padrona e restale sottomessa". [10] Le disse ancora l'angelo del Signore: "Moltiplicherò la tua discendenza e non si potrà contarla per la sua moltitudine". [11] Soggiunse poi l'angelo del Signore: "Ecco, sei incinta: partorirai un figlio e lo chiamarai Ismaele, perché il Signore ha ascoltato la tua afflizione. [15] Agar partorì ad Abram un figlio e Abram chiamò Ismaele il figlio che Agar gli aveva partorito.

21, [8] Il bambino crebbe e fu svezzato e Abramo fece un grande banchetto quando Isacco fu svezzato. [9] Ma Sara vide che il figlio di Agar l'Egiziana, quello che essa aveva partorito ad Abramo, scherzava con il figlio Isacco. [10] Disse allora ad Abramo: "Scaccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non deve essere erede con mio figlio Isacco". [11] La cosa dispiacque molto ad Abramo per riguardo a suo figlio. [12] Ma Dio disse ad Abramo: "Non ti dispiaccia questo, per il fanciullo e la tua schiava: ascolta la parola di Sara in quanto ti dice, ascolta la sua voce, perché attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe. [13] Ma io farò diventare una grande nazione anche il figlio della schiava, perché è tua prole". [14] Abramo si alzò di buon mattino, prese il pane e un otre di acqua e li diede ad Agar, caricandoli sulle sue spalle; le consegnò il fanciullo e la mandò via. Essa se ne andò e si smarrì per il deserto di Bersabea. [15] Tutta l'acqua dell'otre era venuta a mancare. Allora essa depose il fanciullo sotto un cespuglio [16] e andò a sedersi di fronte, alla distanza di un tiro d'arco, perché diceva: “Non voglio veder morire il fanciullo!”. Quando gli si fu seduta di fronte, egli alzò la voce e pianse. [17] Ma Dio udì la voce del fanciullo e un angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: “Che hai, Agar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del fanciullo là dove si trova. [18] Alzati, prendi il fanciullo e tienilo per mano, perché io ne farò una grande nazione”. [19] Dio le aprì gli occhi ed essa vide un pozzo d'acqua. Allora andò a riempire l'otre e fece bere il fanciullo. [20] E Dio fu con il fanciullo, che crebbe e abitò nel deserto e divenne un tiratore d'arco.


Riprendiamo una vicenda drammatica, passata tra le righe, presentando la persona di Sarah.
In queste pagine leggiamo una storia di esclusione, di violenza, di sofferenza e disagio, di elezione nella persona di Hagar. Forse non è facile capire, ma entriamo dentro il mistero, cercando di stare
“ricurvi” sulla Parola per poter scavare sulle parole, il “pozzo” dell’amore di Dio per il suo popolo.
Anzitutto, subito leggiamo un’indicazione di tempo (16,3), un tempo che vuole dire a ciascuno di noi che per costruire un futuro, abbiamo bisogno di fare esperienza, di maturare. Per arrivare a questo, bisogna avere quella capacità di saper ascoltare la Parola di Dio e farla entrare dentro il nostro cuore, perché il Signore ci guidi nelle Sue vie.
Certo, non è facile fare questo cammino perché spesso i fatti, la stessa Parola di Dio, non sono concordi col nostro pensiero e si creano delle rotture, lacerazioni come la lacerazione tra Sarah e la sua schiava Hagar.
Notiamo come dietro questa lacerazione vi è una follia, stoltezza da parte di Sarah così come descrive il Sapiente:
«Donna irrequieta è follia, una sciocca che non sa nulla» (Sap 9,13; cfr. Qo 2,2).
Sappiamo benissimo che questi atteggiamenti conducono solo alla lite e qualcuno deve sempre subire. Ora, per il brano, questo qualcuno è Hagar a cui l’Angelo del Signore è chiamato a risanare il pensiero del cuore.
Il brano presenta tre segni del risanamento: 1)
l’Angelo stesso; 2) la sorgente d’acqua; 3) l’essere incinta.
Il primo che indica l’Angelo, cioé il “messaggero di JHWH”, la stessa Parola di Dio che si manifesta, perché tutto ritorni in una perfetta armonia.
Il secondo è la sorgente d’acqua. L’acqua è simbolo del caos, per la sua assenza di forma e questo è un richiamo alla libro della Genesi, alle condizioni esistenti prima della creazione del mondo. Ma l’acqua viene anche raffigurata come simbolo della vita che per i cristiani è Cristo stesso,
«Acqua viva che sgorga da Gerusalemme» (Zc 14,8).
L’ultimo elemento indicato è l’essere incinta. Dentro la donna vi è una grande promessa: una discendenza numerosa che non si può contare.
Questi tre elementi (ognuno può metterne in risalto anche altri) sono motivo per Hagar di ritorno dalla padrona
«Imparando in silenzio, con tutta sottomissione». (1Tm 2,11).
Quest’atteggiamento sembra un anticipo di quanto sarà del popolo in Egitto quando erano schiavi, sottoposti all’ideale egizio (cfr. Gen 50,18), e che da «lontano» dovrà far ritorno alla terra promessa (a Dio).
Hagar vuole andare lontano dalla sua Padrona (16,8),
«Il figlio più giovane, raccolse le sue cose, partì per un paese lontano» (Lc 15,13). Sono espressioni che indicano l’allontanarsi da Dio, perdersi. Ma sarà Dio stesso a manifestarsi nel deserto della vita invitando a far ritorno.
Per Hagar il ritornare dalla sua Padrona diventa motivo di abbassamento, di
«curvare le spalle» alla Parola ascoltata dall’Angelo perché, «Ecco, dice il Signore: Curvate le spalle, servite il re di Babilonia e dimorerete nella terra da me data ai vostri padri» (Bar 2,21).
In qualche modo Hagar sperimenta l’esilio, dove tutto si presenta ostacolo e resistenza e fiduciosa alle parole dell’Angelo per un affettuoso abbraccio con la sua Padrona, fa ritorno. Hagar trova forza non solo nelle parole dell’Angelo, ma nel figlio che porta in grembo (16,11) a cui darà nome Ismaele (= Dio ascolta) che raccoglie le speranze, proiettandole nel futuro.
Ismaele nasce, ma quell’abbraccio affettuoso non è avvenuto. Le vie di Dio si sono presentate più misteriose, ai nostri occhi sempre più contorti, dolorosi se non entriamo profondamente nella Sua Parola.
Hagar patisce una triplice violenza. la prima quella di essere schiava, espropriata della propria libertà per essere a servizio di Abramo e di Sarah, esucutrice non del proprio ma del loro progetto.
La seconda violenza è quella della gelosia che si trasforma in furia vendicativa, non solo nei confronti di Hagar ma anche in quello del bambino. La terza è quella dello stesso Abramo il quale, invece di prendere le difese di Hagar, la espone alla vendetta di Sarah e ne diventa corresponsabile anche se il testo biblico si accontenta di dare una giustificazione teologica all’accaduto (21,12-14).
A te che leggi queste pagine ti invito a non scandalizzarti di questo anche se Paolo definisce Abramo come «il padre della fede» (Rm 4,11) e Sarah viene presentata come esempio da imitare (Eb 11,11). Ma anche in questi comportamenti si nasconde il pensiero di Dio.
Ognuno di noi può trovare risposta nella Bibbia che non è storia di uomini e donne ideali, ma la storia dell’amore di Dio per l’umanità, per ogni uomo e donna così come sono e che una volta incontrato Dio, cominciano a cambiare la loro vita. Infatti, se la Bibbia fosse una raccolta di storie edificanti, avrebbe poco da insegnarci. Ecco perché fin dall’inizio ho detto bisogna stare “ricurvi sulla Parola”, perché la Parola possa “slegarci” dalla nostra schiavitù, perché Dio sta dalla parte degli sconfitti, da quanti sono schiacciati dalla macchina della storia.
In Hagar troviamo la storia di una donna perdente, ma troviamo anche lo stesso Dio di Abramo che capovolge la sua storia di morte in storia di vita (21,13). È in queste righe che possiamo individuare il senso profondo della Bibbia e di accoglierla come Parola di Dio.
«Abramo carica sulle spalle di Hagar pane e acqua…» (21,14). Sono i simboli della vita che l’umanità carica ogni giorno sulle sue spalle, che è chiamata a portare, simboli della fatica, simboleggiati dal peso sulle spalle.
I simboli del pane e dell’acqua, nella Bibbia, raffigurano la presenza di Dio che continua a prendersi cura anche nella disperazione, in situazione di morte per realizzare il suo disegno: Abramo consegna ad Hagar il figlio perché da questi, anche se il cammino conduce alla morte, il deserto fiorirà (cfr. Is 32,15), nascerà una grande nazione (cfr. Is 49,15). Questa sicurezza il brano la racchiude nelle parole che l’Angelo comunica ad Hagar:
«Che hai? non temere!» (21,17).
Sono parole che il nostro cuore accoglie ogni volta volta che la nostra storia si presenta esclusa, sono parole di sostegno per la vita.
Nei simboli che Abramo consegna possiamo leggere i simboli della cristianità, frutto dell’amore di Dio che consegna il Figlio unigenito “mettendo sulle spalle” un nuovo pane e una nuova acqua (il patibolo), perché anche da Lui, «sorgente zampillante» nasca un nuovo popolo.
Dio può fare che questo succeda. Egli che con la sua forza può fare tutto, e ce ne ha dato prova con Cristo, liberandolo dalla morte lo fece rivivere, oggi continua a liberarci dalla nostra situazione di morte per ricondurci alla vita: è il passaggio dalla stagione invernale alla stagione primaverile che tutti siamo chiamati a fare, dove tutto sboccia, la resurrezione “cammina”, il futuro è garantito.
È l’amore singolare e universale di Dio: nel senso che Dio ama ciascuno personalmente, nella sua realtà individuale e non in quanto appartenente a un gruppo, ad un popolo, ad una nazione, ad una religione. Dio ama in modo universale, nel senso che il suo amore si estende a tutti in modo gratuito, senza distinzioni o preferenze perché il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe è anche il Dio di Ismaele di cui ascolta il gemito.
Il brano termina nella prospettiva del futuro di Ismaele: un cacciatore, un capostipite di una tribù nomade.
Anche il cristiano è chiamato ad essere nomade, cacciatore:
«Da ora sarai cacciatore di uomini» (Lc 5,10). È una investitura che rende partecipe della stessa missione di Gesù, perché abilitato per conquistare al Vangelo molti, anzi tutti gli uomini così come fa il cacciatore che prende al laccio gli uccelli e il pescatore con la rete i pesci.

interrogarsi
1. Nella vita ognuno di noi vive una storia di esclusione, quali sono stati i momenti in cui ti sei sentito/a messo/a da parte ed escluso/a?
2. Anche oggi, Dio ti viene incontro con le parole: “Che hai? non temere!”, quale la tua reazione di fronte a Lui che ti sostiene?
3. Dio ama singolarmente e universalmente, come vivi dentro di te questo immenso amore di Dio?
4. Forse anche tu sei in un paese lontano, lontano da Dio, sei pronto/a ad alzarti in piedi, a curvare le spalle e metterti in marcia verso Dio?
5. Nella tua situazione, ti senti pronto/a ad essere «cacciatore»?

preghiera
Grazie o Signore perché il tuo amore si riversa su tutti gratuitamente senza nessuna preferenza. Ascolta la mia voce e dacci la forza di saper rispondere sempre all'odio con l'amore, all'ingiustizia con un totale impegno per la giustizia, alla miseria con la condivisione, alla guerra con la pace.
Donami o Signore il rinnovato coraggio di seguirti nelle tue vie anche se mi sembrano impraticabili. Amen.

actio
Medita oggi queste parole e portale nella tua vita quotidiana:
«Sostienimi secondo la tua Parola e avrò vita; non deludermi nella mia speranza» (Sal 119,116) «Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5).

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