lunedì 18 gennaio 2010

GIUSEPPE







lectio

(Gen 37,3-8.18.21-22.26-36.45,2-9.46,1-7)
37, [3] Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, e gli aveva fatto una tunica dalle lunghe maniche. [4] I suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non potevano parlargli amichevolmente. [5] Ora Giuseppe fece un sogno e lo raccontò ai fratelli, che lo odiarono ancor di più. [6] Disse dunque loro: "Ascoltate questo sogno che ho fatto. [7] Noi stavamo legando covoni in mezzo alla campagna, quand'ecco il mio covone si alzò e restò diritto e i vostri covoni vennero intorno e si prostrarono davanti al mio". [8] Gli dissero i suoi fratelli: "Vorrai forse regnare su di noi o ci vorrai dominare?". Lo odiarono ancora di più a causa dei suoi sogni e delle sue parole. [18] Essi lo videro da lontano e, prima che giungesse vicino a loro, complottarono di farlo morire. [21] Ma Ruben sentì e volle salvarlo dalle loro mani, dicendo: "Non togliamogli la vita". [22] Poi disse loro: "Non versate il sangue, gettatelo in questa cisterna che è nel deserto, ma non colpitelo con la vostra mano"; egli intendeva salvarlo dalle loro mani e ricondurlo a suo padre. [26] Allora Giuda disse ai fratelli: "Che guadagno c'è ad uccidere il nostro fratello e a nasconderne il sangue? [27] Su, vendiamolo agli Ismaeliti e la nostra mano non sia contro di lui, perché è nostro fratello e nostra carne". I suoi fratelli lo ascoltarono. [28] Passarono alcuni mercanti madianiti; essi tirarono su ed estrassero Giuseppe dalla cisterna e per venti sicli d'argento vendettero Giuseppe agli Ismaeliti. Così Giuseppe fu condotto in Egitto. [29] Quando Ruben ritornò alla cisterna, ecco Giuseppe non c'era più. Allora si stracciò le vesti, [30] tornò dai suoi fratelli e disse: "Il ragazzo non c'è più, dove andrò io?". [36] Intanto i Madianiti lo vendettero in Egitto a Potifar, consigliere del faraone e comandante delle guardie. 45, [2] Ma diede in un grido di pianto e tutti gli Egiziani lo sentirono e la cosa fu risaputa nella casa del faraone. [3] Giuseppe disse ai fratelli: "Io sono Giuseppe! Vive ancora mio padre?". Ma i suoi fratelli non potevano rispondergli, perché atterriti dalla sua presenza. [4] Allora Giuseppe disse ai fratelli: "Avvicinatevi a me!". Si avvicinarono e disse loro: "Io sono Giuseppe, il vostro fratello, che voi avete venduto per l'Egitto. [5] Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. [6] Perché già da due anni vi è la carestia nel paese e ancora per cinque anni non vi sarà né aratura né mietitura. [7] Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare in voi la vita di molta gente. [8] Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio ed Egli mi ha stabilito padre per il faraone, signore su tutta la sua casa e governatore di tutto il paese d'Egitto. [9] Affrettatevi a salire da mio padre e ditegli: Dice il tuo figlio Giuseppe: Dio mi ha stabilito signore di tutto l'Egitto. Vieni quaggiù presso di me e non tardare. 46, [1] Israele dunque levò le tende con quanto possedeva e arrivò a Bersabea, dove offrì sacrifici al Dio di suo padre Isacco. [2] Dio disse a Israele in una visione notturna: "Giacobbe, Giacobbe!". Rispose: "Eccomi!". [3] Riprese: "Io sono Dio, il Dio di tuo padre. Non temere di scendere in Egitto, perché laggiù io farò di te un grande popolo. [4] Io scenderò con te in Egitto e io certo ti farò tornare. Giuseppe ti chiuderà gli occhi". [5] Giacobbe si alzò da Bersabea e i figli di Israele fecero salire il loro padre Giacobbe, i loro bambini e le loro donne sui carri che il faraone aveva mandati per trasportarlo. [6] Essi presero il loro bestiame e tutti i beni che avevano acquistati nel paese di Canaan e vennero in Egitto; Giacobbe cioè e con lui tutti i suoi discendenti; [7] i suoi figli e i nipoti, le sue figlie e le nipoti, tutti i suoi discendenti egli condusse con sé in Egitto.

La storia di Giuseppe (Gen 37,39-50; Es 1,1-7) è inserita tra quelle storie esemplari di esperienza di Dio di coloro che «Erano giusti agli occhi di Dio, osservando in modo irreprensibile tutti i comandamenti e i precetti del Signore» (Lc 1,6). Ma la storia di Giuseppe ha in sé un significato più profondo. Si presenta come una storia completa, a differenza degli altri racconti che la precedono.
In questa storia ognuno può leggere la propria storia, perché la persona di Giuseppe con le sue vicende è molto simbolica, specialmente con fatti riguardanti la passione di Cristo Gesù.
Il testo inizia col dire: «Israele amava …» (37,3), sono parole piene di tutto l’amore di un padre verso il proprio figlio, come se fosse l’unigenito. Giuseppe era il figlio della vecchiaia, il suo bastone. In lui Giacobbe aveva riposto, forse, le sue speranze tanto da fargli una tunica dalle lunghe maniche, cioé rivestirlo delle cose più belle.
Ma in questa storia vi è anche l’idea della preferenza di Dio per il minore (cfr. Abele su Caino; Giacobbe su Esaù).
Quest’atteggiamento di Giacobbe nei riguardi di Giuseppe ha portato odio nei suoi confronti e in particolare per i sogni strani che Giuseppe andava raccontando.
Quante volte nelle scene di vita familiare, ancora oggi, troviamo questi dissensi, nei figli, tra fratelli… ma forse anche attraverso questo vi è un disegno di Dio? Nello sfondo di questa scena biblica vi è una carezza-dono di Dio che non riusciamo a percepire, perché ci troviamo in uno scenario fatto di odio e sogni, cioé in una scena buia.
Forse la Parola non ci dice nulla, però qualcosa sta per nascere nel cuore di ciascuno, ma è notte è non riusciamo a vedere e a leggere i segni: i nostri occhi e il nostro cuore non hanno quella capacità di andare verso la luce verso la vita, come i fratelli di Giuseppe che coltivavano su di lui minacce di morte e nient’altro.
In questo brano anche la persona di Giacobbe è significativa, egli da una parte rimprovera Giuseppe, forse con dolcezza, dall’altra invece cerca di comprendere (v. 8) con quella acutezza che il Signore gli aveva dato.
Anche Maria, la madre di Gesù, cercava di capire nel suo cuore i fatti a cui ogni giorno andava incontro (Cfr. Lc 2,51), ricordando quella carezza-dono di Dio nella sua stessa vita.
Proviamo allora anche noi di fermarci per comprendere il testo con quella acutezza spirituale che via via si va affinando, sì che ora in ogni parola, riga, frase, fatto, personaggio del testo, siamo capaci di scorgere Cristo Gesù, spaccando il guscio della noce per mangiarne il contenuto (Cfr. S. Girolamo, Lettera 58,9).
Anche qui abbiamo una storia di odio e di violenza, dove dietro le parole ognuno legge sua storia, legge i fatti di ogni giorno che in qualche modo lo conducono alla vita, lo conducono all’incontro con il Signore della storia e della vita.
Giuseppe e minacciato di morte come Gesù. Giuseppe è minacciato di morte come Don Giuseppe Diana († 19-03-1994), Don Pino Puglisi († 15-09-1993. E' in corso il suo processo di beatificazione come martire: già conclusa la fase diocesana, la documentazione è ora all'esame della Congregazione per le cause dei Santi in Vaticano) e tanti altri come loro, per la scelta di vita che hanno fatto. Ma il loro sangue ha portato altri germogli di speranza nel cuore e nella vita di tanta gente, proprio come dice la famosa frase di Tertulliano «Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani».
Il cammino della vita procede, ma ogni tanto bisogna fermarsi per capire questa frase del salmista: «La pietra che i costruttori hanno scartata, è diventata pietra angolare, è questa è l’opera meravigliosa del Signore» (Sal 118,22-23).
Giacobbe, vecchio, in questa vicenda si ferma e ripercorre la sua storia. Nel ricordo di aver ingannato suo fratello, ora i suoi figli rifanno la stessa storia ingannando lui, facendo credere che il figlio della sposa prediletta, è morto sbranato da un animale feroce.
Quante volte ci nascondiamo dietro una bestia feroce, per non dire la verità, per non fare la Verità! Anche qui possiamo leggere la storia di Dio che cammina con noi, che ci chiama a servirlo, anche in modo strano perché il suo amore è grande e senza confini. Infatti, l’Autore sacro fa notare in maniera discreta che dovunque Giuseppe si trova Dio è con lui, che dal cuore del perdono continua a chiamare molti a seguirlo.
Infatti, in questa esperienza da cui viene ispirata tutta la vicenda, quello a cui si ispira Giuseppe verso i suoi fratelli è la legge del perdono, cuore di ogni storia.
Questa storia è la storia di Gesù, è il prolungamento di quella di Giuseppe: è il figlio rifiutato, crocifisso, che diventa «Il primogenito tra i morti» (Ap 1,5).
In questa vicenda Dio, come a Giacobbe, ci spinge a metterci in viaggio (Gen 46,1-7) su strade sconosciute, straniere, nuove.
Nella vita di ogni giorno anche noi abbiamo un sì da dire a Dio, bisogna partire e ricominciare. La vicenda della sequela non pone età, anzi sembra di sfuggita di ripercorre con Gen 46,4 un episodio dell’Apostolo Pietro: «In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi". Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: "Seguimi"»
Quando eravamo bambini, alle domande che facevamo alle persone adulte si otteneva questa risposta: “quando sarai grande capirai!”.
Giuseppe anche lui, nonostante scelto da Dio ha atteso attraverso tribolazioni per capire che dietro i suoi sogni, dietro a quanto i suoi occhi vedevano, vi era l’operato di Dio e quindi poteva affermare: «Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio» (45,8).
Forse, anche noi come Giuseppe, in questo momento non riusciamo a capire il pensiero di Dio, non riusciamo a vedere i suoi disegni su di noi, ma «Nella Bibbia, come nella vita - scrive Kierkegaard - si cammina in avanti e si comprende all’indietro».
In questa lunga vicenda di Giuseppe, possiamo vedere la trasformazione che Dio opera in noi, quando camminiamo insieme a Lui.
Dio capovolge qualsiasi storia perché vive dietro e dentro la nostra storia per ridarci vita, infatti il Signore non gode della nostra morte, ma della vita (cfr. Ez 18,32).
In questo cammino insieme al Signore si rinasce a vita, siamo gli uomini nuovi, che piano piano apprenderemo di essere “gli eletti”, chiamati a lottare contro ogni tipo di carestia, per andare incontro alla vita vera.
La vita di Giuseppe che esce da una situazione buia (la cisterna) è simbolo di luce e salvezza per tutti, perché è l’uomo nuovo che risponde affermativamente alla chiamata, perché raduna, raccoglie spinto dall’amore, sotto un’unica tenda: «Abiterai nella terra di Gosen…» (Gen 45,10), cioé “la parte migliore del paese”.
Giuseppe è l’uomo che da rifiutato viene salvato e da salvato diviene il salvatore: è colui che comincia a dare speranza, vita a un popolo.
E tu…?

interrogarsi
1. Hai mai riflettuto sul potere distruttivo dell’odio e della gelosia, sentimenti che crescono sopratutto nell’ambito delle relazioni parentali?
2. Hai mai cercato di capire chi è Dio nella tua vita?
3. Ti lasci trasformare dall’amore di Dio per essere suo strumento, oppure continui a soccombere al male?
4. Ti senti più salvato o salvatore? perché?

preghiera
Il forte che schiaccia il debole, il furbo che inganna il semplice, il ricco che affama il povero, l’uomo che domina l’uomo: è questa Signore la storia. Ma tu, Signore, sei dentro la storia e ogni giorno, dal di dentro, capovolgi la mia storia, la trasformi e la rinnovi con la potenza del tuo Amore che continuamente mi chiama ad amare.

actio
Prova a riflettere dentro la tua vita con le parole di un saggio: «I miei occhi hanno visto la salvezza preparata da Te»
(Gv 21,18-19).

lunedì 4 gennaio 2010

HAGAR

lectio (Gen 16,3-4.6-11.15; 21,8-20)
16, [3] Così, al termine di dieci anni da quando Abram abitava nel paese di Canaan, Sarai, moglie di Abram, prese Agar l'egiziana, sua schiava e la diede in moglie ad Abram, suo marito. [4] Egli si unì ad Agar, che restò incinta. Ma, quando essa si accorse di essere incinta, la sua padrona non contò più nulla per lei. [6] Abram disse a Sarai: "Ecco, la tua schiava è in tuo potere: falle ciò che ti pare". Sarai allora la maltrattò tanto che quella si allontanò. [7] La trovò l'angelo del Signore presso una sorgente d'acqua nel deserto, la sorgente sulla strada di Sur, [8] e le disse: "Agar, schiava di Sarai, da dove vieni e dove vai?". Rispose: "Vado lontano dalla mia padrona Sarai". [9] Le disse l'angelo del Signore: "Ritorna dalla tua padrona e restale sottomessa". [10] Le disse ancora l'angelo del Signore: "Moltiplicherò la tua discendenza e non si potrà contarla per la sua moltitudine". [11] Soggiunse poi l'angelo del Signore: "Ecco, sei incinta: partorirai un figlio e lo chiamarai Ismaele, perché il Signore ha ascoltato la tua afflizione. [15] Agar partorì ad Abram un figlio e Abram chiamò Ismaele il figlio che Agar gli aveva partorito.

21, [8] Il bambino crebbe e fu svezzato e Abramo fece un grande banchetto quando Isacco fu svezzato. [9] Ma Sara vide che il figlio di Agar l'Egiziana, quello che essa aveva partorito ad Abramo, scherzava con il figlio Isacco. [10] Disse allora ad Abramo: "Scaccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non deve essere erede con mio figlio Isacco". [11] La cosa dispiacque molto ad Abramo per riguardo a suo figlio. [12] Ma Dio disse ad Abramo: "Non ti dispiaccia questo, per il fanciullo e la tua schiava: ascolta la parola di Sara in quanto ti dice, ascolta la sua voce, perché attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe. [13] Ma io farò diventare una grande nazione anche il figlio della schiava, perché è tua prole". [14] Abramo si alzò di buon mattino, prese il pane e un otre di acqua e li diede ad Agar, caricandoli sulle sue spalle; le consegnò il fanciullo e la mandò via. Essa se ne andò e si smarrì per il deserto di Bersabea. [15] Tutta l'acqua dell'otre era venuta a mancare. Allora essa depose il fanciullo sotto un cespuglio [16] e andò a sedersi di fronte, alla distanza di un tiro d'arco, perché diceva: “Non voglio veder morire il fanciullo!”. Quando gli si fu seduta di fronte, egli alzò la voce e pianse. [17] Ma Dio udì la voce del fanciullo e un angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: “Che hai, Agar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del fanciullo là dove si trova. [18] Alzati, prendi il fanciullo e tienilo per mano, perché io ne farò una grande nazione”. [19] Dio le aprì gli occhi ed essa vide un pozzo d'acqua. Allora andò a riempire l'otre e fece bere il fanciullo. [20] E Dio fu con il fanciullo, che crebbe e abitò nel deserto e divenne un tiratore d'arco.


Riprendiamo una vicenda drammatica, passata tra le righe, presentando la persona di Sarah.
In queste pagine leggiamo una storia di esclusione, di violenza, di sofferenza e disagio, di elezione nella persona di Hagar. Forse non è facile capire, ma entriamo dentro il mistero, cercando di stare
“ricurvi” sulla Parola per poter scavare sulle parole, il “pozzo” dell’amore di Dio per il suo popolo.
Anzitutto, subito leggiamo un’indicazione di tempo (16,3), un tempo che vuole dire a ciascuno di noi che per costruire un futuro, abbiamo bisogno di fare esperienza, di maturare. Per arrivare a questo, bisogna avere quella capacità di saper ascoltare la Parola di Dio e farla entrare dentro il nostro cuore, perché il Signore ci guidi nelle Sue vie.
Certo, non è facile fare questo cammino perché spesso i fatti, la stessa Parola di Dio, non sono concordi col nostro pensiero e si creano delle rotture, lacerazioni come la lacerazione tra Sarah e la sua schiava Hagar.
Notiamo come dietro questa lacerazione vi è una follia, stoltezza da parte di Sarah così come descrive il Sapiente:
«Donna irrequieta è follia, una sciocca che non sa nulla» (Sap 9,13; cfr. Qo 2,2).
Sappiamo benissimo che questi atteggiamenti conducono solo alla lite e qualcuno deve sempre subire. Ora, per il brano, questo qualcuno è Hagar a cui l’Angelo del Signore è chiamato a risanare il pensiero del cuore.
Il brano presenta tre segni del risanamento: 1)
l’Angelo stesso; 2) la sorgente d’acqua; 3) l’essere incinta.
Il primo che indica l’Angelo, cioé il “messaggero di JHWH”, la stessa Parola di Dio che si manifesta, perché tutto ritorni in una perfetta armonia.
Il secondo è la sorgente d’acqua. L’acqua è simbolo del caos, per la sua assenza di forma e questo è un richiamo alla libro della Genesi, alle condizioni esistenti prima della creazione del mondo. Ma l’acqua viene anche raffigurata come simbolo della vita che per i cristiani è Cristo stesso,
«Acqua viva che sgorga da Gerusalemme» (Zc 14,8).
L’ultimo elemento indicato è l’essere incinta. Dentro la donna vi è una grande promessa: una discendenza numerosa che non si può contare.
Questi tre elementi (ognuno può metterne in risalto anche altri) sono motivo per Hagar di ritorno dalla padrona
«Imparando in silenzio, con tutta sottomissione». (1Tm 2,11).
Quest’atteggiamento sembra un anticipo di quanto sarà del popolo in Egitto quando erano schiavi, sottoposti all’ideale egizio (cfr. Gen 50,18), e che da «lontano» dovrà far ritorno alla terra promessa (a Dio).
Hagar vuole andare lontano dalla sua Padrona (16,8),
«Il figlio più giovane, raccolse le sue cose, partì per un paese lontano» (Lc 15,13). Sono espressioni che indicano l’allontanarsi da Dio, perdersi. Ma sarà Dio stesso a manifestarsi nel deserto della vita invitando a far ritorno.
Per Hagar il ritornare dalla sua Padrona diventa motivo di abbassamento, di
«curvare le spalle» alla Parola ascoltata dall’Angelo perché, «Ecco, dice il Signore: Curvate le spalle, servite il re di Babilonia e dimorerete nella terra da me data ai vostri padri» (Bar 2,21).
In qualche modo Hagar sperimenta l’esilio, dove tutto si presenta ostacolo e resistenza e fiduciosa alle parole dell’Angelo per un affettuoso abbraccio con la sua Padrona, fa ritorno. Hagar trova forza non solo nelle parole dell’Angelo, ma nel figlio che porta in grembo (16,11) a cui darà nome Ismaele (= Dio ascolta) che raccoglie le speranze, proiettandole nel futuro.
Ismaele nasce, ma quell’abbraccio affettuoso non è avvenuto. Le vie di Dio si sono presentate più misteriose, ai nostri occhi sempre più contorti, dolorosi se non entriamo profondamente nella Sua Parola.
Hagar patisce una triplice violenza. la prima quella di essere schiava, espropriata della propria libertà per essere a servizio di Abramo e di Sarah, esucutrice non del proprio ma del loro progetto.
La seconda violenza è quella della gelosia che si trasforma in furia vendicativa, non solo nei confronti di Hagar ma anche in quello del bambino. La terza è quella dello stesso Abramo il quale, invece di prendere le difese di Hagar, la espone alla vendetta di Sarah e ne diventa corresponsabile anche se il testo biblico si accontenta di dare una giustificazione teologica all’accaduto (21,12-14).
A te che leggi queste pagine ti invito a non scandalizzarti di questo anche se Paolo definisce Abramo come «il padre della fede» (Rm 4,11) e Sarah viene presentata come esempio da imitare (Eb 11,11). Ma anche in questi comportamenti si nasconde il pensiero di Dio.
Ognuno di noi può trovare risposta nella Bibbia che non è storia di uomini e donne ideali, ma la storia dell’amore di Dio per l’umanità, per ogni uomo e donna così come sono e che una volta incontrato Dio, cominciano a cambiare la loro vita. Infatti, se la Bibbia fosse una raccolta di storie edificanti, avrebbe poco da insegnarci. Ecco perché fin dall’inizio ho detto bisogna stare “ricurvi sulla Parola”, perché la Parola possa “slegarci” dalla nostra schiavitù, perché Dio sta dalla parte degli sconfitti, da quanti sono schiacciati dalla macchina della storia.
In Hagar troviamo la storia di una donna perdente, ma troviamo anche lo stesso Dio di Abramo che capovolge la sua storia di morte in storia di vita (21,13). È in queste righe che possiamo individuare il senso profondo della Bibbia e di accoglierla come Parola di Dio.
«Abramo carica sulle spalle di Hagar pane e acqua…» (21,14). Sono i simboli della vita che l’umanità carica ogni giorno sulle sue spalle, che è chiamata a portare, simboli della fatica, simboleggiati dal peso sulle spalle.
I simboli del pane e dell’acqua, nella Bibbia, raffigurano la presenza di Dio che continua a prendersi cura anche nella disperazione, in situazione di morte per realizzare il suo disegno: Abramo consegna ad Hagar il figlio perché da questi, anche se il cammino conduce alla morte, il deserto fiorirà (cfr. Is 32,15), nascerà una grande nazione (cfr. Is 49,15). Questa sicurezza il brano la racchiude nelle parole che l’Angelo comunica ad Hagar:
«Che hai? non temere!» (21,17).
Sono parole che il nostro cuore accoglie ogni volta volta che la nostra storia si presenta esclusa, sono parole di sostegno per la vita.
Nei simboli che Abramo consegna possiamo leggere i simboli della cristianità, frutto dell’amore di Dio che consegna il Figlio unigenito “mettendo sulle spalle” un nuovo pane e una nuova acqua (il patibolo), perché anche da Lui, «sorgente zampillante» nasca un nuovo popolo.
Dio può fare che questo succeda. Egli che con la sua forza può fare tutto, e ce ne ha dato prova con Cristo, liberandolo dalla morte lo fece rivivere, oggi continua a liberarci dalla nostra situazione di morte per ricondurci alla vita: è il passaggio dalla stagione invernale alla stagione primaverile che tutti siamo chiamati a fare, dove tutto sboccia, la resurrezione “cammina”, il futuro è garantito.
È l’amore singolare e universale di Dio: nel senso che Dio ama ciascuno personalmente, nella sua realtà individuale e non in quanto appartenente a un gruppo, ad un popolo, ad una nazione, ad una religione. Dio ama in modo universale, nel senso che il suo amore si estende a tutti in modo gratuito, senza distinzioni o preferenze perché il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe è anche il Dio di Ismaele di cui ascolta il gemito.
Il brano termina nella prospettiva del futuro di Ismaele: un cacciatore, un capostipite di una tribù nomade.
Anche il cristiano è chiamato ad essere nomade, cacciatore:
«Da ora sarai cacciatore di uomini» (Lc 5,10). È una investitura che rende partecipe della stessa missione di Gesù, perché abilitato per conquistare al Vangelo molti, anzi tutti gli uomini così come fa il cacciatore che prende al laccio gli uccelli e il pescatore con la rete i pesci.

interrogarsi
1. Nella vita ognuno di noi vive una storia di esclusione, quali sono stati i momenti in cui ti sei sentito/a messo/a da parte ed escluso/a?
2. Anche oggi, Dio ti viene incontro con le parole: “Che hai? non temere!”, quale la tua reazione di fronte a Lui che ti sostiene?
3. Dio ama singolarmente e universalmente, come vivi dentro di te questo immenso amore di Dio?
4. Forse anche tu sei in un paese lontano, lontano da Dio, sei pronto/a ad alzarti in piedi, a curvare le spalle e metterti in marcia verso Dio?
5. Nella tua situazione, ti senti pronto/a ad essere «cacciatore»?

preghiera
Grazie o Signore perché il tuo amore si riversa su tutti gratuitamente senza nessuna preferenza. Ascolta la mia voce e dacci la forza di saper rispondere sempre all'odio con l'amore, all'ingiustizia con un totale impegno per la giustizia, alla miseria con la condivisione, alla guerra con la pace.
Donami o Signore il rinnovato coraggio di seguirti nelle tue vie anche se mi sembrano impraticabili. Amen.

actio
Medita oggi queste parole e portale nella tua vita quotidiana:
«Sostienimi secondo la tua Parola e avrò vita; non deludermi nella mia speranza» (Sal 119,116) «Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5).