mercoledì 27 ottobre 2010


LA VEDOVA DI SAREPHTA



Invocare
«Concedimi, o Signore, un po’ di tempo per le mie meditazioni sui segreti della tua scrittura. Non chiuderla a me che busso alla sua porta. Non senza uno scopo certamente tu, o Signore, facesti scrivere tante pagine piene di misteri. Non mancano certo gli amanti della parola santa che quali cervi si rifugiano in essa come in una foresta. In essa si ristorano. Scorazzano in essa da un angolo all’altro come in un prato. Vi pascolano. trovano riposo e ruminano.
O Signore, fa’ che anch’io giunga a tanto: rivelami la tua scrittura. Ecco, la tua voce è la mia gioia. La tua parola è il desiderio mio oltre ogni desiderio. dammi ciò che amo. Tu sai che io amo: tu mi hai dato di amare. Non abbandonarmi, Signore. Non trascurare questo filo d’erba che ha sete di te. Quando scoprirò i segreti dei tuoi libri, allora ti loderà l’anima mia» (Sant’Agostino).

lectio (1Re 17,7-16)17, [7] Dopo alcuni giorni il torrente si seccò, perché non pioveva sulla regione. [8] Il Signore parlò a lui e disse:
[9] "Alzati, và in Zarepta di Sidòne e ivi stabilisciti. Ecco io ho dato ordine a una vedova di là per il tuo cibo". [10] Egli si alzò e andò a Zarepta. Entrato nella porta della città, ecco una vedova raccoglieva la legna. La chiamò e le disse: "Prendimi un pò d'acqua in un vaso perché io possa bere". [11] Mentre quella andava a prenderla, le gridò: "Prendimi anche un pezzo di pane". [12] Quella rispose: "Per la vita del Signore tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un pò di olio nell'orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a cuocerla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo". [13] Elia le disse: "Non temere; su, fà come hai detto, ma prepara prima una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, [14] poiché dice il Signore: La farina della giara non si esaurirà e l'orcio dell'olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra". [15] Quella andò e fece come aveva detto Elia. Mangiarono essa, lui e il figlio di lei per diversi giorni. [16] La farina della giara non venne meno e l'orcio dell'olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunziata per mezzo di Elia.

Dopo aver presentato la vocazione del profeta Elia come una irruzione di Dio nella storia che viviamo, lasciandoci nel momento in cui Elia “beveva al torrente”.
Col presentare la vedova di Sarephta, ci fa da introduzione la secca del torrente, la siccità che aumenta. Quel ‘poco’ carne, pane, acqua finiscono, ed il profeta per continuare il suo ministero, la sua esperienza di Dio, deve essere educato dai poveri a Sarephta, città della Fenicia e quindi terra pagana.
Ci incamminiamo in punta di piedi in questo brano, con una espressione paolina: «Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio» (1Cor 1,27-29).
In queste parole possiamo leggervi la vocazione di ciascuno di noi, anche della persona che, come Geremia, risponde al Signore così: «Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane» (1,6). È una debolezza che viene premiata, poiché, come è detto, il Signore «rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati […] protegge lo straniero, egli sostiene l’orfano e la vedova, ma sconvolge le vie degli empi» (Sal 146,7.9).
Dal Testo leggiamo che il piano di Acab viene sconvolto ed Elia trova rifugio e sostentamento assieme alla vedova e al figlio di lei.
La vedova si presenta con abiti da lutto, che raccoglie legna e alle parole del profeta che la invita a prendergli dell’acqua per dissetarlo, ella si presenta accogliente, si mette in movimento, la Parola stessa mette in movimento questa povera donna. Ma il profeta gli chiede insieme all’acqua anche del pane.
Certo adesso si presenta una difficoltà per la situazione che la vedova sta vivendo insieme al figlio: «Per la vita del Signore tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un pò di olio nell'orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a cuocerla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo» (v. 12). Il profeta la conforta.
La vedova è una donna pagana che mostrandosi nella sua semplicità e spontaneità nella più ardua disperazione, trova motivo di fiducia nella parola del profeta, nella Parola del Signore tanto da mettere in atto quanto dice il profeta.
L’obbedienza di questa donna ha permesso di anteporre la ragione a quanto le veniva detto, tutto ha permesso l’incontro con Dio, tanto che alla fine, la vedova farà la sua professione di fede: «Ora so che tu sei un uomo di Dio e che la vera parola del Signore è sulla tua bocca» (1Re 17,24).
Questa donna diventa modello di obbedienza, modello di ascolto di colei che accoglie la Parola con fede, perché «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» (Eb 11,1).
Il profeta sperimenta a casa di questa pagana, di questa vedova l’accoglienza e la solidarietà e la Parola e la Carità non si esauriscono.
La vedova è simbolo di una realtà piccola, povera (infatti Sareptha è una piccola città), dove ognuno può collocarsi, trovare il senso della sua vocazione: l’amore di Dio e l’amore del prossimo e il profeta, ha trovato senso alla sua vocazione.
La vedova per ciascuno di noi è esempio di condivisione dei valori che non si esauriscono mai, nonostante la siccità dominante all’esterno.
Anche Gesù presenta questo esempio di vita (cfr. Mc 12,41-44; cfr. anche Lc 4,25-26), ad andare alla sua scuola: ella è come Gesù… dona tutto se stessa (cfr. Lc 10,33-37). Anche in questa povera donna si manifesta una chiamata, un dono del Signore: essere profeta. Infatti, «Chi accoglie un profeta… avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche un solo bicchiere di acqua fresca auno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa» (Mt 10,41-42).
Da queste parole traspare che Gesù non si aspetta che i suoi discepoli, i suoi profeti vengano accettati in patria (cfr. Lc 4,24-26), ma c’é una missione che Lui ha ricevuto e per la quale è disposto a offrire la sua vita.
In qualche modo, anche la vedova di Sareptha offre la sua vita partendo dall’ascolto della parola del profeta nella condivisione della propria esistenza. L’espressione «non temere…» (v. 13) è la stessa parola di Dio che passa nella vita di tante persone che troviamo nella Bibbia, ma anche al di fuori di essa, perché è la carezza di Dio che tocca il cuore e chiama alla vita e alla donazione di sé.
La vedova è segno di una continua presenza di Dio nella storia di chi a Lui si affida per camminare, accogliere la Sua parola nella propria esistenza anche quando la vita si presenta dura, «Con tutta la tua anima e con tutta la tua forza» (Dt 6,4-5). Nella Mishnà, una parte del Talmud (sec. II d.C.), troviamo abbozzata una risposta: «Con tutta l’anima» vuol dire «perfino se Egli ti strappa l’anima», cioé fino al martirio; «con tutta la tua forza» significa «con tutti i tuoi beni», cioé con tutte le tue sostanze, alla vedova viene chiesto anche il figlio, il suo bene più prezioso, come lo fu per Abramo: «…prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò» (Gen 22,2).
La vedova è colei che si fida di Dio senza riservare niente per sé e senza aspettarsi da lui alcun miracolo, perché capace di giocare la propria vita su Dio, con un atteggiamento di fiducia, di apertura e di disponibilità completa alle sue vie e alla sua provvidenza. Ella è come la vedova del Vangelo che «nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere» (Mc 12,43-44) per divenire icona di una fede vissuta.

interrogarsi1. Nella tua precarietà o condizione di miseria, trovi spazio per accogliere la Parola di Dio?
2. Sei capace di obbedire, anteponendo la ragione a quanto ti viene chiesto dalla Parola di Dio, per conoscere “il Dio di Elia”?
3. Sei pronto anche tu, come la vedova, a condividere quel poco che hai senza difficoltà a credere in Dio che ha cura dei poveri?
4. Alle parole «non temere…», anche tu sei pronto a rispondere come la vedova con una sorta di giuramento, di fiducia in Dio, che ispira e guida a scelte di abbandono totale a lui?

preghiera
Nella nostra povertà, Signore, gridiamo a te all’estremo delle nostre forze. Tu ci hai guariti, ci hai sollevati dal fango molle della nostra condizione. L’abbondanza di prima si è cambiata in carestia; la città santa e il suo tempio sono diventati Zareptha, città pagana. Siamo rimasti soli; soli con i nostri “figli unici”, senza altro che non sia siccità e fame. Al colmo della solitudine, tu vieni e ci chiedi ancora una volta il “tutto ciò che abbiamo per vivere”.
Tu bussi nuovamente alla porta del nostro cuore e ci ricordi che solo “Dio è il Signore”. Ci chiedi “l’acqua della tribolazione e il pane dell’afflizione” e non possiamo darti altro che “un pugno di farina e un po’ d’olio”.
Sentiamo, Signore, sulla nostra pelle l’incapacità di dare; non è più come prima quando vivevamo nella ricchezza, ora quel poco che ci resta “lo mangeremo e poi moriremo”.
Riempi o Signore la fragile giara della nostra vita, perché ne possiamo mangiare a sazietà e non venir meno alla tua Parola.

actio
Per agire nella vita devi sapere che il discepolo del Signore è colui che rende testimonianza non per un ideale astratto ma aderisce pienamente al vangelo secondo l’insegnamento di san Paolo: «Io non mi vergogno del vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza» (Rm 1,16-17).


giovedì 21 ottobre 2010

ELIA


INVOCAREVieni, Spirito Santo, riempi della tua luce la nostra mente per capire il vero significato della tua Parola.
Vieni, Spirito Santo, accendi nei nostri cuori il fuoco del tuo amore per infiammare la nostra fede.
Vieni, Spirito Santo, riempi la nostra persona con la tua forza per rinvigorire ciò che in noi è debole nel nostro servizio a Dio.
Vieni, Spirito Santo, con il dono della prudenza per frenare il nostro entusiasmo che ci impedisce ad amare Dio e il prossimo.



LEGGERE (1Re 16,23-34-17,1-6)16, [23] Nell'anno trentunesimo di Asa re di Giuda, divenne re di Israele Omri. Regnò dodici anni, di cui sei in Tirza. [24] Poi acquistò il monte Someron da Semer per due talenti d'argento. Costruì sul monte e chiamò la città che ivi edificò Samaria dal nome di Semer, proprietario del monte. [25] Omri fece ciò che è male agli occhi del Signore, peggio di tutti i suoi predecessori. [26] Imitò in tutto la condotta di Geroboamo, figlio di Nebàt, e i peccati che quegli aveva fatto commettere a Israele, provocando con le loro vanità a sdegno il Signore, Dio di Israele. [27] Le altre gesta di Omri, tutte le sue azioni e le sue prodezze, sono descritte nel libro delle Cronache dei re di Israele. [28] Omri si addormentò con i suoi padri e fu sepolto in Samaria. Al suo posto divenne re suo figlio Acab.
[29] Acab figlio di Omri divenne re su Israele nell'anno trentottesimo di Asa re di Giuda. Acab figlio di Omri regnò su Israele in Samaria ventidue anni. [30] Acab figlio di Omri fece ciò che è male agli occhi del Signore, peggio di tutti i suoi predecessori. [31] Non gli bastò imitare il peccato di Geroboamo figlio di Nebàt; ma prese anche in moglie Gezabele figlia di Et-Bàal, re di quelli di Sidone, e si mise a servire Baal e a prostrarsi davanti a lui. [32] Eresse un altare a Baal nel tempio di Baal, che egli aveva costruito in Samaria. [33] Acab eresse anche un palo sacro e compì ancora altre cose irritando il Signore Dio di Israele, più di tutti i re di Israele suoi predecessori. [34] Nei suoi giorni Chiel di Betel ricostruì Gerico; gettò le fondamenta sopra Abiram suo primogenito e ne innalzò le porte sopra Segub suo ultimogenito, secondo la parola pronunziata dal Signore per mezzo di Giosuè, figlio di Nun.
17, [1] Elia, il Tisbita, uno degli abitanti di Gàlaad, disse ad Acab: "Per la vita del Signore, Dio di Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo dirò io".
[2] A lui fu rivolta questa parola del Signore: [3] "Vattene di qui, dirigiti verso oriente; nasconditi presso il torrente Cherit, che è a oriente del Giordano. [4] Ivi berrai al torrente e i corvi per mio comando ti porteranno il tuo cibo". [5] Egli eseguì l'ordine del Signore; andò a stabilirsi sul torrente Cherit, che è a oriente del Giordano. [6] I corvi gli portavano pane al mattino e carne alla sera; egli beveva al torrente.


Percorriamo, con questa lectio, una parte dell’esperienza del profeta Elia partendo dal suo contesto storico, socio-politico-religioso che ci fa capire che la chiamata al servizio di Dio appare in un momento preciso della storia che viviamo (cfr. 16,23). Infatti, i versetti 23-34 del cap. 16 del 1Re fanno una lettura teologica degli eventi storici.
Il v. 1 inizia ricordandoci il periodo storico con la ascesa al trono di Omri. Egli, per la storia, fu un grande re. Unificò con la sua politica il regno del nord (Israele) e i popoli siro-fenici stringendo rapporti economici notevoli, ampliando scambi commerciali. Per garantire i suoi confini e stabilizzare i rapporti commerciali con i sirofenici. Omri fondò Samaria come capitale del regno del Nord dedicando un tempio a Baal (cfr. 1Re 16,29-32) divinità sirofenicia. Eppure, anche lui «Fece ciò che è male agli occhi del Signore, peggio di tutti i suoi predecessori» (16,25). Ma con la salita al trono di Acab, figlio di Omri, questa integrazione cambiò d’aspetto raggiungendo l’apice: Acab sposò Gezabele che era di Tiro-Sidone, città sirofenicia.
Era usanza nell’antichità ogni riconoscimento politico-commerciale, concedendo all’altra parte l’esercizio del culto. Gezabele, infatti, continuò in Israele il culto fenicio circondandosi anche dei “profeti” come strumenti e ministri del culto di Baal. Così venne a crearsi una disgregazione socio-religiosa: nella corte del regno del nord e nei ceti borghesi della città si adorava Baal, tra il popolo, invece, si adorava JHWH.
Questa disgregazione dei valori della vita, anche religiosa, ha creato una situazione di crisi e di morte (cfr. 16,34).
Ma anche Acab «Fece ciò che è male agli occhi del Signore, peggio di tutti i suoi predecessori […] si mise a servire Baal e a prostrarsi davanti a lui. Eresse un altare a Baal nel tempio di Baal, che egli aveva costruito in Samaria. Acab eresse anche un palo sacro e compì ancora altre cose irritando il Signore Dio di Israele, più di tutti i re di Israele suoi predecessori» (16,30-33).
In questa lettura teologica notiamo la fine dello jahwismo, cioè la perdita di identità del popolo di Israele, la fine dell’ideale egualitario e fraterno dell’Alleanza. Ed è qui che entra in scena il profeta Elia rendendosi conto che così non si può andare avanti.
Una cosa che notiamo subito in 17,1 che non viene narrata la vocazione di Elia così come succede per altri personaggi biblici, l’Autore ci dice soltanto che Elia è «uno degli abitanti di Galaad», ed entra in scena esercitando il ministero di profeta annunciando, per la situazione di peccato, un tempo di siccità dalla durata di tre anni.
Quante volte, anche nella nostra vita, prima di parlare di “vocazione” abbiamo vissuto (o viviamo) un periodo di siccità?
In questo annuncio Elia vuole far capire la vita contrapposta alla situazione di morte e di violenza e a tutta la situazione di idolatria nei confronti di JHWH che è il Dio della vita, che si interessa della vita del popolo, a differenza di Acab, nonostante il suo interessamento religioso.
In questi 6 versetti del cap. 17 abbiamo dei simboli che fanno riferimento a Dio: la pioggia e la rugiada.
Questi due simboli vogliono indicare la Parola di Dio (cfr. Dt 32,2; Sir 39,6; Is 55,10-11) che scende come pace e giustizia (Sal 72,5-7). È simbolo dell’amore di Dio (in particolare la rugiada) per Israele (Os 14,6), simbolo dell’amore fraterno (Sal 133,3).
Ma anche Elia è simbolo, parabola della Parola di Dio. Dice il Siracide: «Sorse Elia, profeta, simile al fuoco; la sua parola bruciava come fiaccola» (48,1), cioè, la parola non proviene da lui, ma da Dio, per cui la sua parola è parola di Dio: non parola su Dio ma parola di Dio.
Quindi la siccità annunciata dal profeta indica l’assenza della Parola di Dio, l’assenza dell’amore di Dio. E quando c’è questo tipo di siccità, la nostra vita si muove tra il non senso e la ricerca di senso con una continua disseminazione di “perché” (cfr. Dt 11,16-17; Ez 22,24; Am 4,7). Ciò che denuncia Elia è l’ “atomizzazione” della società.
Si respira nell’aria anche nella nostra società questo fenomeno dove ognuno fa per sé, si rinchiude nel propria caverna e vive la propria vita, generando disgregazione (cfr. Ger 14,1-10).
Elia annunzia la sua lettura teologica della realtà, che coincide con la visione che Dio ha di questa realtà. Perché questa coincidenza?
Il nome di Elia (‘eliyyahu) significa “mio Dio è JHWH”. Infatti, egli è colui che vive di questa presenza, che sta alla «presenza di Dio», ossia ascolta prega e vive la Parola di Dio. Ma il popolo sembra non vivere sotto il primato della Parola di Dio, è confuso, si fa abbindolare dalla prima attrazione o necessità. Ha bisogno di far ritorno alle sorgenti della fede, di farsi nutrire da Dio (vv. 2-6).
Anche in questi versetti abbiamo dei simboli della Parola di Dio: carne, pane, acqua, gli stessi che ebbe il popolo nel deserto (Es 16,8.12).
Saranno i corvi a portare il cibo a Elia, cioè quell’animale impuro (Dt 14,14), non adatto ai sacrifici sull’altare di JHWH e che simboleggia il soggiorno di Elia in terra pagana, fuori di Israele.
In questo tempo particolare Elia deve vivere nel nascondimento, facendo ritorno alle fonti della fede, là dove è nato un popolo libero dalla schiavitù (Giordano-Passaggio-Pasqua).
In questo nascondimento si sente protetto da Dio (cfr. Sal 32,21) e nello stesso tempo sperimenta l’assenza di Dio, il peccato del popolo simboleggiato dal corvo.
Col suo nascondimento, Elia rende visibile la siccità e le sue gravi conseguenze: assenza di valori, di amore fraterno, di solidarietà, presenza di morte.
Anche Gesù, col suo nascondimento di Nazareth sperimenta questa situazione, ma sarà la sua morte a far risorgere il popolo.
Elia ci insegna che in ogni nostra situazione, vi è un suo significato nascosto che spesso non siamo capaci di decifrare. Egli è convinto che la vita e la creazione intera è governata da regole e leggi segrete. Di qui, l’invito a scoprire il senso profondo delle cose. Non basta però scoprirlo.
Ogni conoscenza dell’uomo e del mondo comincia dalla conoscenza di Dio. Infatti, Elia «beveva al torrente» (17,6), cioè presso Dio «che dà la guarigione agli infermi con l’aspersione delle acque» (Pseudo-Ephrem).
Questo non distoglie dalla realtà, ma fa proprio il contrario: nella luce di Dio, l’uomo e il mondo acquistano la loro vera dimensione.
Insieme al profeta, siamo chiamati a coltivare “l’arte di farci domande” per trovare senso alla vita, per scoprire ogni giorno il segreto della felicità e la realizzazione personale.
Il Regno di Dio, dice il profeta, è l’ultima strada percorribile per evitare di correre verso la catastrofe, per trasformare la convivenza umana (anche quella religiosa) in un inno alla vita.

INTERROGARSI1. Il profeta Elia insegna che la vita è un dono. Di quale dono personale vai particolarmente fiero?
2. Anche tu come Elia vivi alla «presenza di Dio» ossia, ascolti preghi e vivi la Parola di Dio?
3. Hai mai pensato che la Parola di Dio inabita anche le tue parole?
4. Da quale realtà ti senti particolarmente interpellato?
- situazioni di ingiustizia e sfruttamento;
- situazioni di paura, di fallimento;
- situazioni di lontananza da Dio;
- situazioni di non senso di fronte alla vita;
- situazioni di non amore;
- situazioni di testimonianza e di donazione gioiosa.
5. Ti senti chiamato nella tua situazione di “siccità” ad essere profeta portando la Parola di Dio a tutti?

PREGHIERASignore, non sono migliore degli altri e mi hai collocato a salvezza degli altri. La mia luce è così tenue che a fatica vedo la strada per me, e devo diventare un segnale per tutti.
Sono anch’io farina del sacco comune, sono un uomo come gli altri e vuoi che la mia debolezza sia forza dei deboli; che la mia povertà sia ricchezza dei poveri; che la mia infermità sia speranza per tutti.
Signore, io non sono migliore degli altri.
Purifica le mie labbra con i carboni ardenti della tua santità e la mia tenebra sarà luce e la mia parola messaggio. Amen.

AZIONE
Prova a metterti davanti a questa Parola ascoltata, falla “bruciare” dentro di te e obbedisci a quanto ti chiede.

martedì 19 ottobre 2010

GIUDITTA


Invocare
Mio Dio, dammi la fede, la fede vera, la fede pratica, la fede che fa entrare il Vangelo nella vita...
Mio Dio, dammi la fede di chi costruisce sulla pietra e non la fede morta di chi costruisce sulla sabbia....
Mio Dio, dammi la fede, la fede che fa meditare le tue parole per comprenderle e in seguito le fa praticare per tutta la vita, questa fede che costituisce la vita del giusto, poiché in effetti stabilisce la vita su delle fondamenta nuove, interamente diverse da quelle del resto degli uomini, e che sono follie ai loro occhi.... (Charles de Foucauld).

lectio (Gdt 8,1.9,1.10,1-3.5-10.12,20-13,1-2.4-8.10-11)

8, [1] In quei giorni venne a conoscenza della situazione Giuditta figlia di Merari, figlio di Oks, figlio di Giuseppe, figlio di Oziel, figlio di Elkia, figlio di Anania, figlio di Gedeone, figlio di Rafain, figlio di Achitob, figlio di Elia, figlio di Chelkia, figlio di Eliàb, figlio di Natanaèl, figlio di Salamiel, figlio di Sarasadai, figlio di Israele.
9, [1] Allora Giuditta cadde con la faccia a terra e sparse cenere sul capo e mise allo scoperto il sacco di cui sotto era rivestita e, nell'ora in cui veniva offerto nel tempio di Dio in Gerusalemme l'incenso della sera, Giuditta supplicò a gran voce il Signore.
10, [1] Quando Giuditta ebbe cessato di supplicare il Dio di Israele ed ebbe terminato di pronunziare tutte queste parole, [2] si alzò dalla prostrazione, chiamò la sua ancella particolare e scese nella casa, dove usava passare i giorni dei sabati e le sue feste. [3] […] si mise gli abiti da festa, che aveva usati quando era vivo suo marito Manàsse. [5] Poi affidò alla sua ancella un otre di vino, un'ampolla di olio; riempì anche una bisaccia di farina tostata, di fichi secchi e di pani puri e, fatto un involto di tutti questi recipienti, glielo mise sulle spalle. [6] Allora uscirono verso la porta della città di Betulia e trovarono pronti sul luogo Ozia e gli anziani della città, Cabri e Carmi. [7] Costoro, quando la videro trasformata nell'aspetto e con gli abiti mutati, restarono molto ammirati della sua bellezza e le dissero: "[8] Il Dio dei padri nostri ti conceda di trovar favore e di portare a termine quello che hai stabilito di fare, a vanto degli Israeliti e ad esaltazione di Gerusalemme". [9] Essa si chinò ad adorare Dio e rispose loro: "Fatemi aprire la porta della città e io uscirò per dar compimento alle parole augurali che mi avete rivolto". Quelli diedero ordine ai giovani di guardia di aprirle come aveva chiesto. [10] Così fecero e Giuditta uscì: essa sola e l'ancella che aveva con sé. Dalla città gli uomini la seguirono con gli sguardi mentre scendeva il monte, finché attraversò la vallata e non poterono più scorgerla.
12, [20] Oloferne si deliziò della presenza di lei e bevve abbondantemente tanto vino quanto non ne aveva mai bevuto solo in un giorno da quando era al mondo.
13, [1] Quando si fece buio, i suoi servi si affrettarono a ritirarsi. Bagoa chiuse dal di fuori la tenda e allontanò le guardie dalla vista del suo signore e ognuno andò al proprio giaciglio; in realtà erano tutti fiaccati, perché il bere era stato eccessivo. [2] Rimase solo Giuditta nella tenda e Oloferne buttato sul divano, ubriaco fradicio. [4] […] Giuditta, fermatasi presso il divano di lui, disse in cuor suo: "Signore, Dio d'ogni potenza, guarda propizio in quest'ora all'opera delle mie mani per l'esaltazione di Gerusalemme. [5] E' venuto il momento di pensare alla tua eredità e di far riuscire il mio piano per la rovina dei nemici che sono insorti contro di noi". [6] Avvicinatasi alla colonna del letto che era dalla parte del capo di Oloferne, ne staccò la scimitarra di lui; [7] poi, accostatasi al letto, afferrò la testa di lui per la chioma e disse: "Dammi forza, Signore Dio d'Israele, in questo momento". [8] E con tutta la forza di cui era capace lo colpì due volte al collo e gli staccò la testa. [10] […] uscirono tutt'e due, secondo il loro uso, per la preghiera; attraversarono il campo, fecero un giro nella valle, poi salirono sul monte verso Betulia e giunsero alle porte della città.
[11] Giuditta gridò di lontano al corpo di guardia delle porte: "Aprite, aprite subito la porta: è con noi Dio, il nostro Dio, per esercitare ancora la sua forza in Israele e la sua potenza contro i nemici, come ha dimostrato oggi".

Un brano molto lungo, ma che andrebbe letto fin dal primo capitolo. Il libro di Giuditta, infatti, racchiude la storia della vittoria del popolo eletto sui nemici, grazie all’intervento di una donna: Giuditta.
Quale discorso vocazionale troviamo in questa donna, giovane vedova, bella, saggia, pia e risoluta, che prima si troverà a lottare contro l’inerzia del suo popolo e poi contro l’esercito assiro?
La presentazione di questa donna viene fatta da una genealogia. Nella cultura israelita deriva dalla organizzazione per clan e per tribù. La gran parte dei diritti e dei privilegi della persona venivano all’individuo per la sua appartenenza al clan e alla tribù.
La genealogia quindi è importante in quanto si presenta come documento scritto di questa appartenenza (vedi Gn 5,1-11; Es 6,14-24; 1Cr 1-9; Esd 2,59-63).
Davanti ai versetti della genealogia di Giuditta è da chiedersi: Chi è Giuditta? Da dove viene?
L’autore non ha semplicemente raccolto qualche ricordo sparso per completare il suo album di vita, ma fin dal principio trasmette la testimonianza della fede di un popolo. I dettagli della storia ci sfuggono, ma Dio è all’opera.
Anzitutto abbiamo davanti due nomi che sono simbolo di un messaggio: Betulia e Giuditta. Sono entrambi simboli di qualcosa. Betulia significa “Casa del Signore” e Giuditta “La Giudea”.
In questo primo versetto abbiamo un sostantivo che presenta Giuditta come figlia seguita da altri 14 sostantivi maschili.
Nella storia di Giuditta, penso che questo vocabolo sia la chiave di lettura per noi, oggi. Il figlio nell’Antico Testamento viene visto come un dono di Dio (Gen 1,28; Dt 28,4-11; Is 54,1; Sal 128,3). La traduzione della Bibbia Cei termina questo versetto, a differenza della Vulgata, con «figlio di Israele» che nella traduzione della Bibbia interconfessionale viene tradotto con «Giacobbe, capostipite del popolo d’Israele.
Possiamo cogliere un pensiero per noi che non va inteso nel senso di generazione, ma di elezione.
Israele e gli Israeliti, sopratutto le persone pie, si fanno chiamare figli di Dio (Es 4,22; Is 1,2). ma la filiazione divina, per il popolo biblico, non è da vedere sul lato della natura, oppure nel rapporto naturale tra Dio e l’uomo (cfr. Mt 5,9), ma nell’elezione da parte di Dio (cfr. Os 2) e nell’operato dell’uomo.
La tradizione sapienziale e giudaica dà molta importanza alla vita delle persone giuste, pie. Il testo ebraico di Sir 4,1-10 ha questa conclusione di promessa: «E Dio ti chiamerà figlio e sarà benigno con te (ti farà grazia) e ti salverà dalla fossa (dalla distruzione)».
Con queste parole di promessa, ognuno di noi può scoprire la sua via, la sua chiamata che ogni giorno il Signore rivolge.
Ed è quello che ha fatto Giuditta, questa donna straordinaria che ha mostrato fede nel Signore in momenti bui della vita. Quattro sono i punti per orientare, insieme a questa donna, la nostra vocazione: 1. la fiducia in Dio; 2; il valore della preghiera; 3. la fedeltà alla Parola (Legge di Mosè); 4. la potenza di Dio.
Questi quattro punti, fanno parte non solo dell’esodo del popolo d’Israele, ma anche quello di ciascuno di noi. In questa vicenda, Dio è continuamente presente con una particolare provvidenza che testimonia il suo amore e la fedeltà per il popolo, nonostante la sua resistenza.
Anche noi, come Giuditta, siamo scelti direttamente da Dio, per una missione di servizio in favore del popolo eletto, divenendo strumento della provvidenza divina, portatori dei doni, servi di Dio in mezzo al suo popolo.
Giuditta si fa anche modello di vocazione in quanto agisce per il bene di tutto il popolo. la sua vocazione è orientata verso una missione, di cui Dio resta il sostegno primo; vocazione e missione sono rese autentiche dai prodigi con cui Dio le accompagna perché tutto il popolo possa credere.
La fede di Giuditta rappresenta la fede di un popolo (ricordo che il suo nome significa “la giudea”), e dire fede non significa credere a delle proposizioni, ma ad una Persona che per il cristiano è Cristo.
Al contrario di Oloferne che ha segnato la sua vita dalla Parola che dice: «Maledetto l'uomo che confida nell'uomo, che pone nella carne il suo sostegno e il cui cuore si allontana dal Signore. Egli sarà come un tamerisco nella steppa, quando viene il bene non lo vede; dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere» (Ger 17,5-6).
Il cristiano è una persona che ha un nuovo modo di vivere e che fa della sua fede non un insieme di gesti cultuali o di imposizioni moralistiche, ma l’ottica fondamentale, la logica che ispira tutta la sua esistenza.
Quando si accetta la fede, non si accetta soltanto un messaggio, non si accetta un’ideologia, un insieme di valori e di metodi organizzati secondo i canoni di una particolare cultura, ma si aderisce al Cristo medesimo, si sceglie lui, la sua persona, la sua presenza viva nella storia. Ed è nella misura in cui cerca di credere, cioé di “affidarsi a Dio” che avverte la sconvolgente irruzione che Dio fa nella sua vita con la violenza della sua grandezza, che supera tempo e spazio dando nuova identità a ciascuno dei suoi figli.
Questa sarà, allora, la nuova Betulia, il nuovo Tempio del Signore dove sgorgherà l’acua viva per tutti i popoli.

interrogarsi1. Dalla lettura della Bibbia appare chiaro che Dio chiama per primo e che, quando chiama, Dio è fedele. Che cosa significa affermare che la vocazione parte da Dio?
2. La tua vita vocazionale è orientata dai quattro punti citati, come lo fu per Giuditta?
3. La tua fede in Dio ti fa fare giornalmente dei “nuovi passi”? Quali?
4. Sei presente nel mondo, come Giuditta, difendendo e promuovendo la vita?

preghieraIl Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura?
Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore?
Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme;
se contro di me divampa la battaglia, anche allora ho fiducia.
Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita,
per gustare la dolcezza del Signore ed ammirare il suo santuario.
Egli mi offre un luogo di rifugio nel giorno della sventura.
Mi nasconde nel segreto della sua dimora, mi solleva sulla rupe.
E ora rialzo la testa sui nemici che mi circondano;
immolerò nella sua casa sacrifici d'esultanza,
inni di gioia canterò al Signore (Salmo 27).

actio
Prova ad ascoltare - leggendo - attentamente questa poesia e cerca, nella tua vita, di attualizzarla:Per quell’Io più profondo
perché nulla si perda
perché nulla sia invano.
Mi ascolti?
Per quel frammento di cielo
sepolto in ognuno
perché anche il mio possa schiudersi…
perché anch’io possa Esserci.
Mi ascolti? (Fornarini Lucia).

mercoledì 18 agosto 2010

DAVIDE




lectio (1Sam 16,1-13)
16, [1] Il Signore disse a Samuele: "Fino a quando piangerai su Saul, mentre io l'ho rigettato perché non regni su Israele? Riempi di olio il tuo corno e parti. Ti ordino di andare da Iesse il Betlemmita, perché tra i suoi figli mi sono scelto un re". [2] Samuele rispose: "Come posso andare? Saul lo verrà a sapere e mi ucciderà". Il Signore soggiunse: "Prenderai con te una giovenca e dirai: Sono venuto per sacrificare al Signore. [3] Inviterai quindi Iesse al sacrificio. Allora io ti indicherò quello che dovrai fare e tu ungerai colui che io ti dirò". [4] Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato e venne a Betlemme; gli anziani della città gli vennero incontro trepidanti e gli chiesero: "E' di buon augurio la tua venuta?". [5] Rispose: "E' di buon augurio. Sono venuto per sacrificare al Signore. Provvedete a purificarvi, poi venite con me al sacrificio". Fece purificare anche Iesse e i suoi figli e li invitò al sacrificio. [6] Quando furono entrati, egli osservò Eliab e chiese: "E' forse davanti al Signore il suo consacrato?". [7] Il Signore rispose a Samuele: "Non guardare al suo aspetto né all'imponenza della sua statura. Io l'ho scartato, perché io non guardo ciò che guarda l'uomo. L'uomo guarda l'apparenza, il Signore guarda il cuore". [8] Iesse fece allora venire Abìnadab e lo presentò a Samuele, ma questi disse: "Nemmeno su costui cade la scelta del Signore". [9] Iesse fece passare Samma e quegli disse: "Nemmeno su costui cade la scelta del Signore". [10] Iesse presentò a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripetè a Iesse: "Il Signore non ha scelto nessuno di questi". [11] Samuele chiese a Iesse: "Sono qui tutti i giovani?". Rispose Iesse: "Rimane ancora il più piccolo che ora sta a pascolare il gregge". Samuele ordinò a Iesse: "Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui". [12] Quegli mandò a chiamarlo e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e gentile di aspetto. Disse il Signore: "Alzati e ungilo: è lui!". [13] Samuele prese il corno dell'olio e lo consacrò con l'unzione in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi. Samuele poi si alzò e tornò a Rama.

In questi versetti viene narrata la consacrazione di Davide, figlio di Iesse, a re di Israele. Guardando il contesto di questo brano, sull’esempio del profeta Samuele, chiediamoci: perché un re, quando abbiamo Dio come re? (cfr. 1Sam 8,6).
La risposta l’abbiamo nella promessa che Dio fece ad Abramo di renderlo “nazioni”, di far nascere da lui dei "re" (Gen 17,6). Come pure, di avere un re come tutti gli altri popoli (1Sam 8,5); quindi una richiesta che sembra rientrare nei diritti civili. Dio risponde autorizzando il profeta ad esaudire la richiesta (1Sam 8,7-9) e qui su indicazione del Signore, Samuele unge re Saul “capo sopra Israele”, col compito specifico di liberare il popolo di Dio dalle mani del nemico (1Sam 10,1). In seguito alla infedeltà all’Alleanza, Dio ordina al profeta Samuele di ungere segretamente Davide e con questa elezione, inizia un fondamento particolare della storia della Salvezza nel Libro di Samuele.
La vocazione di Davide ha elementi comuni alla vocazione di Giosuè (cfr. Nm 27,18-20). Ma più di vocazione il termine esatto in questo caso è «elezione divina», manifestata a Davide per mezzo di Samuele. Per capire l’elezione divina abbiamo dei verbi: provvedere (ra’â) (v.1b) e contenuta esplicitamente nel verbo scegliere (bahar) (vv. 8-10).
Il primo verbo (ra’â) indica l’azione di Dio, che guarda quasi per cercare l’eletto e, individuandolo, lo riserva per sé (cfr. v. 1b).
Il secondo verbo (bahar) è un termine tecnico che nella Bibbia vuole indicare l’elezione divina del re, prima ancora di quella del popolo.C’è qualcosa di particolare che avviene nella scelta, una prassi che Dio segue costantemente nella storia della salvezza, in modo che «Nessuno abbia a gloriarsi davanti a lui» (cfr 1Cor 1,29): la linea di benedizione non passa mai attraverso la primogenitura, basta pensare Giacobbe preferito a Esaù (Gen 27), Efraim a Manasse (Gen 48,14-19), Giuda a Ruben (Gen 49,8-12). Così avviene anche nella famiglia di Iesse: Davide preferito a Eliab. Dio affida il compito di operare la salvezza a persone meno qualificate sul piano umano (cfr. Gdc 6,11) perché la bontà di Dio si manifesti chiaramente. per questo sceglie Davide, persona non di grande considerazione anche davanti alla sua famiglia, «Per confondere i forti e ridurre a nulla le cose che sono» (1Cor 1,27-29).
La vocazione di Davide è anche una consacrazione regale, un re-pastore capace di governare il suo popolo con saggezza e giustizia (cfr. Sal 78,70-72). Davide è l’unto del Signore, un’espressione che indica la stretta relazione che c’è tra Dio e il suo re. Entrato in casa di Iesse, Samuele osservando i figli e, guardando Eliab, chiede a Dio: «È forse davanti al Signore il suo consacrato?» (v. 6).
Credo che questa sia una domanda che ciascuno deve farsi dinanzi a Dio: chiedere se siamo chiamati da Lui, se siamo i suoi consacrati, se siamo i suoi prescelti.
Per capire, orientiamo la nostra riflessione sulla persona di Davide su tre piste:
1. Davide è un pastore. Pensare Davide pastore ci riporta ai suoi antenati pastori, alla fede e quindi, ad Abramo, padre nella fede. Dire Davide che è un pastore ci richiama alla profezia di cui uno, una volta investito, verrà chiamato nuovo pastore del popolo. È da notare che Davide regnerà per quarant’anni (cfr. 2Sam 5,4), un numero che ritorna con frequenza nella Bibbia per esprimere l’idea della perfezione, che solo in Dio ha il suo compimento.Abbiamo allora un rimando al vero pastore: «Io sono il vero pastore. Il vero pastore dà la sua vita per le sue pecore… Ed ho ancora altre pecore, e dovrò pascerle; vi sarà un solo gregge ed un solo pastore» (Gv 10, 11-16). L’evangelista Matteo del vero pastore dice che è anche «Figlio di Davide, figlio di Abramo» (Mt 1,1)
2. Davide è preso di mezzo al gregge.«Così dice il Signore: “Sono io che ti ho preso dai pascoli, mentre andavi dietro alle pecore, perché tu fossi capo del mio popolo Israele”» (2Sam 7,8). Questo ci mostra un modo chiaro e costante dell’agire di Dio; la chiamata di Dio si manifesta quando ci troviamo nel pieno della vita, nel pieno dei nostri impegni. Possiamo confrontare a riguardo, la chiamata di Gedeone, contadino astuto, la chiamata di Sansone, avventuriero dal cuore tenero etc.Dio rispettando la persona con il suo carattere, il suo passato, ma anche la professione e le più piccole aspirazioni di ciascuno, inserisce la chiamata all’interno del lavoro: Davide da pastore di pecore sarà pastore di uomini, così come Pietro da pescatore di pesci a pescatori di uomini.
3. Davide… l’ultimo, il più piccolo.Dio, quando chiama non guarda chi siamo, a quale stirpe apparteniamo, se della famiglia siamo i più grandi, cioé coloro ai quali è riservato un posto particolare. Dio passa davanti a questi e va oltre e sceglie l’ultimo, il più piccolo che sta con le pecore, colui che è indifeso e inesperto.In questi tre punti notiamo subito la “stranezza” di Dio, che agisce in un modo che contrasta con il comune agire umano.Infatti, quando noi agiamo e scegliamo siamo mossi, cioé spinti e attratti, dal valore che cogliamo riflesso nell’altro: la sua virtù, la sua forza, il suo coraggio, la sua intelligenza, la sua maestria o la sua saggezza.
Non è così che Dio rivela il segreto del suo agire: egli invita il suo profeta a non guardare tutto questo (cfr. v. 7). Ciò che conta per Dio non è quanto appare e, apparendo, si offre allo sguardo e al giudizio altrui, ma è l’altro nella sua nuda alterità sulla quale veglia il suo amore.L’insegnamento che otteniamo da questa elezione divina, non è che Dio abbia delle preferenze, quindi escludendo alcuni e accogliendo altri, ma al contrario, egli essendo libertà d’amore si china gratuitamente su tutti dicendo: «ti amo».
La grandezza di ogni persona, per la Bibbia, è nell’essere «tu» che Dio istituisce con il suo Tu e alla cui libertà di risposta egli affida il suo amore che non resta sterile, ma è sempre efficace: «Come, infatti, la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata» (Is 55,10-11).
In questa piena libertà, anche l’elezione di Davide si trasforma in amore pur se nel secondo Libro di Samuele, quest’uomo sbaglia, si pente, ricomincia. In tutto questo noi scopriamo dentro di noi l’amore che ci guida nelle strade della vita, il volto di Dio manifestato in Cristo Gesù, il nostro volto capace di amare.


interrogarsi
1. L’uomo biblico è costitutivamente uomo responsoriale. Come ti poni davanti al Tu divino che ti chiama ogni giorno a prendere una decisione di fronte a Lui?
2. Hai paura di non essere amato, di essere rifiutato, scartato perché indifeso, inesperto?
3. Davide è stato scelto non per sé, ma per l’altro. Anche tu ti senti chiamato per l’altro?

preghiera
Indicami, Signore, la via dei tuoi decreti e la seguirò sino alla fine.Dammi intelligenza, perché io osservi la tua legge e la custodisca con tutto il cuore.Dirigimi sul sentiero dei tuoi comandi, perché in esso è la mia gioia.Piega il mio cuore verso i tuoi insegnamenti e non verso la sete del guadagno.Distogli i miei occhi dalle cose vane, fammi vivere sulla tua via.Allontana l'insulto che mi sgomenta, poiché i tuoi giudizi sono buoni.Ecco, desidero i tuoi comandamenti;per la tua giustizia fammi vivere (Sal 119,33-37.39-40).


actio
Prova a portare nella vita di ogni giorno queste parole S. Gregorio di Nazianzo: «Scruta seriamente te stessa, il tuo essere, il tuo destino; donde vieni e dove dovrai posarti; cerca di conoscere se è vita quella che vivi o se c’è qualcosa di più».

sabato 15 maggio 2010

ZIPPORAH



lectio (Es 4,19-20.24-26)


4, [19] Il Signore disse a Mosè in Madian: "Va', torna in Egitto, perché sono morti quanti insidiavano la tua vita!". [20] Mosè prese la moglie e i figli, li fece salire sull'asino e tornò nel paese di Egitto. Mosè prese in mano anche il bastone di Dio.[24] Mentre si trovava in viaggio, nel luogo dove pernottava, il Signore gli venne contro e cercò di farlo morire. [25] Allora Zippora prese una selce tagliente, recise il prepuzio del figlio e con quello gli toccò i piedi e disse: "Tu sei per me uno sposo di sangue". [26] Allora si ritirò da lui. Essa aveva detto sposo di sangue a causa della circoncisione.

Mosheh in fuga dal faraone, si rifugia nel paese di Madian dove è accolto dal sacerdote Ietro che gli dà in moglie la propria figlia Zipporah (Es 2,21).
Non abbiamo molte notizie nei riguardi di questa donna, ma possiamo cogliere alcuni momenti particolari importanti, perché ogni parola del Testo Sacro è come un «colore - scrive un poeta contemporaneo - perché la tua mente ritorni a viaggiare…a ritroso nel tempo per afferrare un profumo…un sapore» o come insegnano i rabbini, saper leggere gli spazi bianchi.
La Parola di Dio è un continuo manifestarsi nella vita di Mosheh «servo di Dio» per eccellenza (Sal 105,26) e prende moglie e figli e fa ritorno in Egitto. I familiari di Mosheh sperimenteranno la condivisione delle difficoltà a cui il servo di Dio va incontro nel liberare il popolo dall’oppressione Egiziana, quasi a rivivere la rappresentazione della fuga in Egitto della Famiglia di Nazaret e il suo ritorno (cfr. Mt 2,13-15).
Zipporah, nel nostro brano si presenta come una donna intelligente, pratica, energica, piena di iniziativa, oltre che sollecita e amorosa moglie e madre.
Il cammino che fa Zipporah insieme al marito traspare di docilità, sottomissione in un continuo silenzio religioso. Ma durante questo cammino abbiamo un episodio misterioso ed enigmatico: Dio affronta Mosheh e vuole farlo morire. Ricordiamo qui l’episodio con Giacobbe (cfr. Gen 32,23-32) ma con una differenza Giacobbe era solo, mentre Mosheh ha accanto a sé una donna dove poter trovare rifugio: Zipporah. È lei che diventa improvvisamente protagonista della lotta, infatti, sfida Dio pur di salvare il marito.Le lotte misteriose e pericolose che ritroviamo nella Sacra Scrittura, stanno a significare che si può compiere il disegno di Dio solo se si fa pienamente la sua volontà e per adempiere il volere divino, bisogna anzitutto purificarsi dalla propria volontà. Mosheh non è circonciso, ma Dio lo chiama!
Quest’irruzione brusca e violenta di Dio nella vita di Mosè è la prova, la notte, il combattimento, l’ «agonia». Mosè ne deve conoscere l’abbattimento, l’umiliazione, perché la forza che abiterà in lui, non è sua ma di Dio, per questo ha bisogno di purificarsi.Questa purificazione avviene per mezzo di Zipporah. Ella intuisce, sa che la circoncisione è il segno della risposta positiva dell’uomo all’Alleanza di Dio allora prese una selce tagliente, recise il prepuzio del figlio Ghersom e con la membrana asportata toccò i genitali del marito (i «piedi» sono un eufemismo). Ella proclama anche delle parole solenni «sposo di sangue…» cioé un uomo che non si può sposare senza che vi fosse un’effusione di sangue. Sono espressioni che ancora oggi, nella lingua araba, sia marito che circoncisione hanno la stessa radice.
Perché la circoncisione? I genitali sono gli organi che donano la vita; il sangue rappresenta la vita stessa. Il coltello di pietra ci fa capire che siamo chiaramente in un contesto rituale e Zipporah, figlia di un sacerdote, in questo caso si rivela sacerdotessa compiendo un rituale che salva. Infatti, l’esito del gesto dona vita al marito placando l’ira di Dio.
Nel gesto della circoncisione abbiamo l’invito alla conversione così come narra Ger 4 che è un rinnovare la vita che nell’espressione ebraica indica la circoncisione per il Signore, l’eliminare il prepuzio del proprio cuore.
Il significato della circoncisione è collegato al matrimonio al tempo del fidanzamento, un rito di iniziazione. Nella storia dei Sichemiti pare che si parli proprio di questo (cfr. Gen 34). Anche in altri testi della Sacra Scrittura noi troviamo il termine circoncidere. Geremia parla di «cuore incirconciso» (Ger 1,4); «orecchio incirconciso» è l’orecchio che non ascolta (Ger 6,10); «labbra incirconcise» (Es 6,12) sono le labbra incapaci di parlare.Possiamo capire che essere circoncisi per un primo momento significò essere adatti a una vita matrimoniale normale; solo in seguito assume un significato etico-religioso, segno di Alleanza con Dio, di aggregazione con il popolo di Dio, di appartenenza al popolo eletto. Mosheh fa ritorno in Egitto, compie la sua missione, ma grazie a Zipporah egli ritorna rinnovato, disponibile con un progetto del tutto nuovo ed estremamente impegnativo, capace di progetto e meraviglia.
I versetti di questo brano ci restano enigmatici, ma certamente dietro qualcosa si cela, forse attraverso il colore rosso che «È il colore più acceso… è la vita che esplode… ma è anche il colore del sole che muore. Rosse… sono le foglie dell’autunno più mite o un dispetto che ancora ti brucia e il sapore amaro della vendetta… ma può essere anche un’eterna promessa d’amore» (L. FORNARINI, Scarabocchi perché, Borgosatollo 1999, p. 8).
Dietro queste parole poetiche noi possiamo cogliere quel “rosso” d’amore che Zipporah ha in sé per suo marito Mosheh, quel rosso d’amore che si fa pontefice tra l’uomo e Dio in una situazione terribile, perché provato da Dio. È l’amore che spinge questa donna ad essere sacerdotessa per l’altro praticando un rito, l’amore spinge Zipporah ad essere corresponsabile della vita di fede di Mosheh e non un semplice modo di essere moglie o restare sottomessa al marito. È l’amore che sceglie la vita, è l’amore che aiuta Mosheh ad incontrare Dio per attuare il Suo volere. È l’aiuto che Dio mette di fronte all’uomo.
Quest’aiuto noi lo troviamo descritto meglio da Gen 2,18, non nel senso di servirlo, ma aiuto che «sta di fronte a lui» termine che indica identità di natura e nel medesimo tempo complementarietà. Ed è in questa complementarietà che possiamo trovare la canzone d’amore che Zipporah rivolge al marito come espressione del cuore, interpellazione dell’altro, comunione stessa con l’altro. Infatti, Zipporah segue Mosheh nelle sue vicende condividendo il tutto, restando sottomessa a lui il quale «era molto mansueto di ogni uomo che è sulla terra» (Nm 12,3) e a Dio che sapeva essere giusto, difensore e salvatore dei retti di cuore (Cfr. Sal 7,11-12). Zipporah sa’ che, amare è riconoscere il dono dell’altro per me diventanto, al tempo stesso, dono per lui. Amare è confessare che la vita sta tutta in questa relazione rischiosa e feconda che è il reciproco dono.Dicevamo che i versetti sono misteriosi ed enigmatici anche perché tra i due vi è del mistero che viene velato dalla notte, una notte senza spettatori così come fu per Giacobbe, come fu per Adamo e anche per altri personaggi.
Il «Dio dei mille agguati e di un solo interminabile silenzio» ha scritto il teologo Pier Angelo Sequeri, che continuano a moltiplicarsi “bucando” le incrostazioni della storia. È il mistero dell’amore fra l’uomo e la donna che non sarà mai una realtà solamente umana, perché affonda le sue radici in Dio e rimane radicalmente aperto a lui aprendosi alla storia.
La storia umana, la tua storia come pure la storia di ogni coppia, è incrociata dalla storia di Dio che è storia di compassione che si prende a cuore la sofferenza umana e associa ciascuno di noi a questa storia di liberazione e di amore.In questo mistero d’amore vi è la profezia quotidiana perché in cammino verso l’incontro con Dio per testimoniarlo con fede e speranza, facendo regnare solo l’amore.
L’amore diventa, in questo modo, vocazione: eterna promessa d’amore.

interrogarsi
1. Hai mai provato a cercare in te il “colore rosso” della tua vita, che ti fa essere pontefice tra l’uomo e Dio?
2. Come vivi quel “rosso” d’amore che Dio ha seminato nel tuo cuore?
3. Sei pronto/a anche tu come Zipporah ad essere sacerdote per l’altro?
4. Sull’esempio di Zipporah, prova a chiederti quale coraggio mostri nel vivere la tua vita, come doni la speranza e con quali gesti la testimoni.

preghiera
Padre buono, tutto hai creato in modo stupendo: in Adamo l’intera umanità era presente in unità perfetta, maschio e femmina avevi creato gli uomini, ben sapevi che l’amore fa l’unità e che l’amore non è amore se non ha su chi riversarvio se non c’è chi lo riceva e lo ricambi. Tu volesti dare all’uomo la gioia di poter esprimere l’amore, poiché a tua immagine l’avevi creato, per amare ed essere amato. Ed ecco la donna, «carne della sua carne» che potesse stargli di fronteper ricevere e ricambiare l’amore.
Quale momento sublime per Adamo: le corde del suo cuore si mettono a vibrare e il canto, inciso da te, suo Creatore, sgorga a rivelare che il cuore umano è fatto per amare.

actio
Prova a portare nella vita di ogni giorno queste parole: «Mirabile è l’opera da lui compiuta nel mistero pasquale: egli ci ha fatti passare dalla schiavitù del peccato e della morte alla gloria di proclamarci stirpe eletta, regale sacerdozio, gente santa, popolo di sua conquista, per annunziare al mondo la tua potenza, o Padre, che dalle tenebre ci hai chiamati allo splendore della tua luce» (Prefazio domeniche Ordinarie I).

martedì 6 aprile 2010

MOSHEH

lectio (Es 3,1-15)
3, [1] Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l'Oreb. [2] L'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. [3] Mosè pensò: "Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?". [4] Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: "Mosè, Mosè!". Rispose: "Eccomi!". [5] Riprese: "Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!". [6] E disse: "Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe". Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio. [7] Il Signore disse: "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. [8] Sono sceso per liberarlo dalla mano dell'Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l'Hittita, l'Amorreo, il Perizzita, l'Eveo, il Gebuseo. [9] Ora dunque il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto l'oppressione con cui gli Egiziani li tormentano. [10] Ora va'! Io ti mando dal faraone. Fa' uscire dall'Egitto il mio popolo, gli Israeliti!". [11] Mosè disse a Dio: "Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall'Egitto gli Israeliti?". [12] Rispose: "Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall'Egitto, servirete Dio su questo monte". [13] Mosè disse a Dio: "Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?". [14] Dio disse a Mosè: "Io sono colui che sono!". Poi disse: "Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi". [15] Dio aggiunse a Mosè: "Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione.

Il nome di Mosheh appare nella Bibbia ebraica 770 volte. Il suo nome sia in ebraico che in arabo viene spiegato a partire dalla radice mashah che significa estrarre, ritirare. Mosheh nasce in Egitto quando il popolo d’Israele era sottomesso alla schiavitù (Es 1,11) e correva il rischio di sparire come popolo. Per accellerare il processo di morte del popolo, ogni figlio nato maschio doveva morire (Es 1,16). Mosheh è salvato dalle acque dalla figlia del Faraone e, da schiavo che era, diventa come suo figlio (Es 2,1-10). Il nome egiziano che riceve il bimbo, probabilmente è teoforico come Tut-moses (= figlio di [nato da] Tut… di Ra).
Ma in Mosheh rimane viva la consapevolezza di essere ebreo e la schiavitù dei fratelli fa nascere in lui la solidarietà verso di loro (Es 2,11-12), ma è costretto a fuggire (Es 2,15).
Nel nome di Mosheh, secondo l’ebraico, letto da sinistra a destra, vi è l’anagramma del Nome ineffabile: Ha-Shem, che nel testo assume una nuova azione storico-salvifica di Dio: si dà un nome nuovo a chi ha un nuovo compito. Di solito si deriva da hajah (hawah = essere) quasi a dire che JHWH fa essere ciò che viene ad essere. In questo presentarsi di Dio abbiamo la chiamata di Mosheh.
I primi 6 versetti che narrano la chiamata di Mosheh, il libro del Deuteronomio ce le ricorda così: «Non è più sorto in Israele un profeta come Mosheh - lui con il quale il Signore parlava faccia a faccia - per tutti i segni e prodigi che il Signore lo aveva mandato a compiere nel paese di Egitto, contro il faraone, contro i suoi ministri e contro tutto il suo paese, e per la mano potente e il terrore grande con cui Mosheh aveva operato davanti agli occhi di tutto Israele». (Dt 34,10-12).
Questi versetti parlano di grandezza di un uomo per quanto ha fatto, ma la grandezza di Mosheh non consiste in questo, ma in ciò che gli è stato fatto: Dio lo chiama e gli parla confidandogli i suoi disegni sulla storia d’Israele e di tutta l’umanità. Ma come avviene questa chiamata?
La chiamata che Dio fa non ha pretese, non richiede luoghi o professioni particolari. Mosheh stava pascolando il gregge del suocero nel deserto (v. 1). Dio ci viene incontro dovunque ci troviamo e qualsiasi cosa facciamo, in particolare nel deserto della nostra esistenza. Ecco perché l’incontro si presenta nel triplice aspetto di straordinario, affascinante e misterioso:
1. straordinario: quel roveto non si consumava. (v. 2);
2. affascinante: Mosheh pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere” (v. 3);
3. misterioso: “Non avvicinarti! Mosheh allora si velò il viso” (vv. 5-6).
Anche nella nostra vita possiamo incontrare questo triplice aspetto della nostra fede che si fa incontro.
Mosheh vede qualcosa di straordinario che lo attrae: l’Angelo del Signore che appare in fiamme di fuoco in mezzo ad un roveto per dire, usando un linguaggio metaforico, che Dio, quando viene incontro all’uomo, sfugge alla sua presa e al suo possesso. È la straordinarietà di Dio che si fa sempre più affascinante e che ci fa avvicinare a Lui (v. 3), come fu per Giacobbe a Bethel (Gen 28,16-17) e come sarà per Giosuè presso Gerico (Gs 5,13-15).
In questa straordinarietà della vita ordinaria, Dio irrompe personalmente, si fa incontro bruciando di passione per la vita chiamandoci per nome.
Il chiamare di Dio è una missione perché la storia di ogni giorno ha un suo faraone e noi dobbiamo dare risposta all’Amore che provoca. «La storia umana - la tua storia come pure la storia di ogni ragazzo e ragazza - è incrociata dalla storia di Dio che è storia di compassione che si prende a cuore la sofferenza umana e associa ciascuno di noi in questa storia di liberazione e di amore» (Carmine Di Sante).
Mosheh fa l’incontro con il Dio della storia e in quel momento coniuga il passato con il presente, coniuga la fede con la vita, per questo Mosheh parlava faccia a faccia con Dio, inizia una nuova storia affascinante e misteriosa, anzi Dio vuole continuare la storia con Mosheh. È da notare che il dialogo con Mosheh si allarga al popolo al quale lo stesso Mosheh appartiene e che assilla il pensiero di Dio (v. 7). Questo pensiero fa’ “scendere” Dio, lo fa chinare all’altezza dell’uomo, ma ha bisogno di Mosheh per far “salire” da quella terra «verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele» (v. 8).
Nel cammino del popolo insieme a Mosheh, vi è il nostro cammino che parte dall’Alto (Dio) e che scende nella miseria del nostro niente (cfr. v. 7), per poi risalire di nuovo verso l’Alto (Dio). In questo cammino che si fa continuo incontro, Dio è presente (v. 12), cammina accanto a noi.
La nostra vocazione è diventare figli e morire a una logica della prassi mondana, far morire l’uomo vecchio e rinascere a nuova vita, alla logica del dono, del Regno ed è la rivelazione fatta a Mosheh e allo stesso tempo a tutto il popolo attraverso la nuova “carta d’identità” che Mosheh richiede e che si fa chiave di lettura per tutti: ‘Ehyeh ‘asher ‘ehyeh viene tradotta con Sarò chi sarò oppure Io sono chi sono.
L’Ebreo, il Semita hanno una diversa nozione del tempo, coniugano in due forme differenti a seconda che l’azione che descrivono sia compiuta o incompiuta. Il presente si esprime aggiungendo un pronome personale al nome. Quindi la “nuova carta d’identità” che da’ Dio deve dunque essere compresa al di fuori della nostra scala temporale, avendo nell’insieme passato, presente e futuro che possiamo tradurre così: «Io sarò sempre quello che sono». È la chiave di un mistero, del mistero dell’uomo dove il Nome ineffabile danza in quel roveto che continua bruciare.
Anche ‘ehyeh è come YHWH un Tetragramma che si scrive alla stessa maniera, che sommate vengono in tutto otto lettere per significare l’intero mistero della rivelazione fatta a Mosheh e, attraverso di lui a Israele e a tutta l’umanità. Otto lettere in cui è racchiusa la nuova creazione, la vita infatti «Dio non è Dio dei morti ma dei vivi» (Lc 20,38), ciò che da’ futuro, consistenza alla vita religiosa è vivere la logica della risurrezione, dove avviene uno scontro drastico tra il «Dio dei morti» e il «Dio dei vivi».
È la logica del Regno dove c’è vita, comunione, dove c’è attività, Dio è presente e ti fa sentire dentro di te quella voce che ti sussurra dolcemente: “Io sono e sarò sempre presente, sarò con te in ogni istante della tua vita e della tua vicenda, sarò con te oltre la morte e non ti farò mancare nulla di quello che ti ho promesso e ti ho dato con la vita. Basta che tu ti fidi di me e osservi fedelmente la mia Parola”.
Questo cammino di risurrezione, non è legato esclusivamente al Nuovo Testamento, ma a tutta la Rivelazione. Infatti, è un cammino fondamentale fin da quando Dio si manifestò come «Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe» (Cfr. Es 3,6).
È un cammino di speranza fatto dai nostri padri nella fede. È un cammino di risurrezione e se Mosè chiama Dio in questo modo e perché quei grandi uomini hanno posto la loro speranza, la loro fiducia totalmente a Dio, ed ora sono con Lui e vivono con Lui e per mezzo di Lui e questo perché «Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui».
Da questo momento Dio non è più il comune ‘Elohim conosciuto dai patriarchi col nome di ‘El Shaddai (Es 6,3), l’El delle Montagne, Colui che basta a Se stesso diranno i rabbini, l’Onnipotente fonte di ogni fecondità.
L’ ‘Elohim è anche un altro (‘ehyeh) che si fa amore sulle strade della vita insieme a ciascuno di noi e questo va comunicato e tramandato a tutti (cfr. v.15), «Poiché chi più ama più osa» (San Gregorio Magno).

interrogarsi
1. Come vivi nella tua quotidianità il triplice aspetto di Dio: 1. straordinario; 2. affascinante; 3. misterioso?
2. Il triplice aspetto descritto, in una sola parola lo chiamiamo Amore: Sei convinto/a che è l’amore che libera da ogni schiavitù e che cambia il mondo?
3. Mosè, chiamato da Dio, impegna la sua vita per il popolo in situazione di schiavitù. La chiamata di Dio nella vita di ciascuno, è sempre per una missione e un servizio: si sta realizzando così anche nella tua vita?
4. C’è ancora un roveto che arde senza consumarsi: Sei pronto/a anche tu a scoprire che cos’è per poi partire come Mosheh?

preghiera
Signore era un giorno tra i tanti quando Mosè,
pascolando il gregge nel deserto fu sorpreso dalla Tua voce
con cui ti rivelavi come Dio della compassione e della tenerezza.
Fa' Signore che ancora oggi io possa ascoltare la tua rivelazione e, come Mosè, risponderti con il mio: "Eccomi" per essere capace di amare come tu ami.
Amen.

actio
Nel cammino della tua vita, medita e porta nel tuo quotidiano queste parole: Non temere… Io sono il Signore e camminerò con te.

giovedì 4 febbraio 2010

MYRIAM


lectio (Es 15,20-21)
15, [20] Allora Maria, la profetessa, sorella di Aronne, prese in mano un timpano: dietro a lei uscirono le donne con i timpani, formando cori di danze. [21] Maria fece loro cantare il ritornello: "Cantate al Signore perché ha mirabilmente trionfato: ha gettato in mare cavallo e cavaliere!".


Myriam sorella di Mosè e Aronne, è una delle otto donne bibliche che portano il nome di Maria, il cui nome significa “signora o amata”.
Ella compare in Es 2,4 quando Mosè all’età di tre mesi, per salvarlo da un decreto del Faraone, fu messo in una cesta e posto nel canneto sulla riva del Nilo. Poi in un altro scenario, nel contesto di un dissenso familiare per la guida del popolo di Dio nel deserto.
In questi pochi versetti leggiamo la sua vita in chiave vocazionale accanto ai suoi fratelli Mosè e Aronne, al momento culminante dell’esperienza di liberazione dall’Egitto sotto la guida di Mosè, per intervento divino.
Myriam entra in scena quando il popolo di Israele sono arrivati dalla parte opposta del Mar Rosso, asciutti.
Dall’Autore Sacro, Maria ci viene presentata come “profetessa”. Il termine profeta significa “Colui che parla a nome di Qualcuno”, con le sue specifiche caratteristiche di profeta: “fermamente convinto di aver ricevuto dall’alto un messaggio speciale, escatologico, che trascende la loro diretta intuizione con l’ordine di trasmetterlo ad altri”.
Myriam anche se non è un vero profeta cioé, designato a tale scopo, assume queste in qualche modo queste caratteristiche in mezzo alla sua gente, in mezzo a coloro con cui ha condiviso sofferenze e oppressioni, si fa animatrice del coro e delle danze intonandone un ritornello di gioia che richiama l’Esodo. Ella capisce che «La vera profezia nasce da Dio, dall’amicizia con Lui, dall’ascolto attento della sua Parola nelle diverse circostanze della storia…» (Giovanni Paolo II). È una donna che in qualche modo, come dirà Mic 6,4, occupa un posto molto importante. Ella è chiamata da Dio in mezzo alla sua gente perché Lo riconosca, Lo serva e Lo testimoni in mezzo alle genti.
Myriam fa’ tutto questo, come profetessa, cioé con un carisma del tutto particolare ricevuto dal Signore a beneficio del popolo. Lo fa come animatrice di una comunità perché la sua gente trovi attraverso lei quell’intima forza persuasiva, la sua armonia con il Trascendente e formulare un nuovo programma di vita. Quest’armonia diventa un continuo ripetere col salmista: «Tu sei il mio Dio e io ti cerco. Sono assetato di te, ti desidero con tutto me stesso: sono terra arida, secca, senz’acqua. Così ti ho cercato nel tuo santuario per conoscere la tua forza e la tua gloria» (Sal 63 [62]).
Questo ripetere in continuazione, per gli Israeliti si è trasformato in spazio sacro a Dio, dove ognuno è chiamato a costruire l’uomo nella sua totalità perché egli esiste solo in quanto essere in relazione: «Cantate al Signore…» (v. 21), cioé una relazione fatta con regola e misura in modo che tutto sia un’armonia divina.
Il cantare di Myriam per la grandezza del Signore, si è trasformato in un cammino verso Lui nelle sue tre dimensioni:
a. dimensione interiore: verso l’interno di se stesso, perché è composto di un corpo, di un cuore, di una mente nell’unità di una sola persona;
b. dimensione orizzontale: verso la natura e tutto il creato, verso tutta l’umanità;
c. dimensione verticale: è la relazione con la Sorgente della vita che comunemente, come credenti, chiamiamo Dio.
Il Salmista dirà: «Cantate al Signore un canto nuovo» (Sal 149,1). Myriam è colei che invita a celebrare Dio con atteggiamenti profondi dell’anima, di esprimerlo con atteggiamenti interiori vibranti della propria vita, con gioia ed esultanza sempre nuova.
Myriam è colei che apre “l’orizzonte escatologico di Dio”. «Cantavano un canto nuovo: "Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra"» (Ap 5,9-10).
È il cammino di ciascuno verso la Gerusalemme celeste; e chi è chiamato come Myriam, deve camminare, certo con “strumenti” adeguati, in quelle tre dimensioni insite della vita umana.
La nostra profetessa Myriam, forse ancora non conosceva queste tre dimensioni, ma sono dimensioni racchiuse anche nell’arte musicale.
Nella vita della beata Elisabetta della Trinità, monaca carmelitana francese (1880-1906), si narra che era una grande musicista e qualcuno ascoltandola suonare il Canto del nocchiero di Diemer disse: «…c’era qualcosa che emanava da lei, qualche cosa che veniva dalle profondità del suo essere e che lei traduceva nel suo modo di suonare, ed effondeva musica umanamente, naturalmente, ma anche soprannaturalmente. […] Era qualcosa che non veniva forse nemmeno da lei: come una grazia soprannaturale che passava da lei a noi, […] anche a persone non cristiane dava l’impressione di un essere capace di raggiungere ciò che sta al di là del contenuto umano di ciascuno…» (M.D.POINSENET, Questa presenza di Dio in te, Milano 1971, pp.253-254).
Quale insegnamento, quale messaggio possiamo ricavare per la nostra vita quotidiana dalla profetessa Myriam per metterci in cammino nelle vie di Dio?
Myriam trasmette alla sua gente una grazia soprannaturale che passava da lei al suo popolo, perché ognuno potesse conoscere la “grandezza di Dio Salvatore” che «Ha rovesciato i potenti dai troni e innalzato gli umili» (Lc 1,52).
Guardando questo nostro mondo che va avanti nella sua postmodernità, penso che il nostro essere non debba farsi incorporare dagli eventi, ma essere penetranti, psicologicamente esatti, teologicamente felici, essere continuamente miracolati dalla Libertà di Dio che attraversa a volte, senza limitarla, la libertà della creatura, lasciandosi incarnare dentro e farla agire per nostro mezzo.
Myriam è colei che fa da guida perché ognuno trovi la sua melodia e trovandola, diventa quando la esegue, “sacramento” di Dio: attrae tutti totalmente a sé e totalmente rimanda ad Altro e questo perché «La musica la più immateriale e arcana espressione di arte, che può avvicinare l’anima fino ai confini delle più alte esperienze spirituali, ha la sua grande parola da dire anche davanti al mondo di oggi…» (Paolo VI). Per questo «Gioisca Israele nel suo Creatore, esultino nel loro re i figli di Sion… Esultino i fedeli nella gloria, sorgano lieti dai loro giacigli» (Sal 149,2.5).
Mettersi nelle vie di Dio comporta gioia, esultanza e letizia perché sono autentici stati d’animo di vita vissuta. Il cantico di Myriam richiama anche alla danza nel suo valore originale di azione sacra, di levitazione spirituale del corporeo, innalzato all’Altissimo in pienezza di lode.
Tutto questo è un cammino avendo negli occhi la risurrezione di Gesù, che ci farà incontrare il Mistero in una eterna danza: «Io ero come un amôn ed ero la sua danza ogni giorno, danzando davanti a lui in ogni istante, danzando sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo» (Pr 8,30-31). «La danza, simbolo anche liturgico (2Sam 6,21; 1Cr 15,29; Sal 118,27) di contemplazione estetica ed estatica, diventa la celebrazione della bellezza del Creatore» (G. RAVASI, Dio vide che era bello…, Prato 1997, p. 16).
In questo cantare anche con il corpo vi è un ascoltare il ritmo: chi ha vissuto l'esperienza che il canto celebra non può non partecipare con tutto se stesso, con il suo corpo, oltre che con la sua voce.
Myriam imposta una sua coreografia, sopratutto perché proviene dall’esperienza sofferta e lo esprime guidandoci attraverso il canto.
Il canto esprime un’esperienza di vita vissuta con Dio, una vita vissuta sotto un’unica espressione: amore.
Quest’espressione chiama dai vari punti cardinali ogni uomo e donna a vivere il grande dono di sé, ad essere profeti per l’oggi contemporaneo.
In queste parole troviamo l’uomo capace di Dio! Egli è immagine di Dio e torna a Dio attraverso un cammino di donazione e consegna di sé!
Non è una vocazione ristretta, anche se Dio chiama alcuni a seguirlo in senso più stretto, ma tutti chiamati a vivere in una nuova dimensione di generosità e di amore, ognuno per la sua strada in un eterno canto d’amore.

interrogarsi
1. Il cantare di Myriam per la grandezza del Signore, si è trasformato in un cammino verso Lui nelle sue tre dimensioni… e il tuo canto, a che punto è?
2. Myriam guida attraverso la musica a immergerci con passione nel cuore della nostra vita. C’è un piccolo angolo ancora a te sconosciuto, chiuso, che solo in questo istante si apre?
3. Cosa significa per te cantare e danzare al Signore?
4. Il Signore oggi ci chiama ad essere suoi strumenti, animatori di comunità: sono pronto ad “aprire le danze” per cantare davanti a tutti la Bellezza e Grandezza di Dio?

preghiera
Signore Gesù, in Te la terra e il cielo si sono incontrati. Tu sei l’Alleanza in persona, il Figlio eterno che ha fatto suo il tempo degli uomini, e ha aperto a noi il tempo della Gloria.
Donaci di credere in Te e di seguirTi nella verità delle opere e dei giorni del nostro cammino per confessarTi con le labbra e col cuore come il Signore della nostra vita, in una eterna danza divina.
Fa’ che di Te sappiamo essere testimoni credibili, con umiltà e dolcezza, con la forza contagiosa ed irradiante di una nuova chiave musicale: l’Amore.

agire
Nel cammino della tua vita, medita e porta nel tuo quotidiano queste parole: «Noi ti rendiamo grazie, o Dio, ti rendiamo grazie: invocando il tuo nome, raccontiamo le tue meraviglie» (Sal 74 [75], 2).

lunedì 18 gennaio 2010

GIUSEPPE







lectio

(Gen 37,3-8.18.21-22.26-36.45,2-9.46,1-7)
37, [3] Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, e gli aveva fatto una tunica dalle lunghe maniche. [4] I suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non potevano parlargli amichevolmente. [5] Ora Giuseppe fece un sogno e lo raccontò ai fratelli, che lo odiarono ancor di più. [6] Disse dunque loro: "Ascoltate questo sogno che ho fatto. [7] Noi stavamo legando covoni in mezzo alla campagna, quand'ecco il mio covone si alzò e restò diritto e i vostri covoni vennero intorno e si prostrarono davanti al mio". [8] Gli dissero i suoi fratelli: "Vorrai forse regnare su di noi o ci vorrai dominare?". Lo odiarono ancora di più a causa dei suoi sogni e delle sue parole. [18] Essi lo videro da lontano e, prima che giungesse vicino a loro, complottarono di farlo morire. [21] Ma Ruben sentì e volle salvarlo dalle loro mani, dicendo: "Non togliamogli la vita". [22] Poi disse loro: "Non versate il sangue, gettatelo in questa cisterna che è nel deserto, ma non colpitelo con la vostra mano"; egli intendeva salvarlo dalle loro mani e ricondurlo a suo padre. [26] Allora Giuda disse ai fratelli: "Che guadagno c'è ad uccidere il nostro fratello e a nasconderne il sangue? [27] Su, vendiamolo agli Ismaeliti e la nostra mano non sia contro di lui, perché è nostro fratello e nostra carne". I suoi fratelli lo ascoltarono. [28] Passarono alcuni mercanti madianiti; essi tirarono su ed estrassero Giuseppe dalla cisterna e per venti sicli d'argento vendettero Giuseppe agli Ismaeliti. Così Giuseppe fu condotto in Egitto. [29] Quando Ruben ritornò alla cisterna, ecco Giuseppe non c'era più. Allora si stracciò le vesti, [30] tornò dai suoi fratelli e disse: "Il ragazzo non c'è più, dove andrò io?". [36] Intanto i Madianiti lo vendettero in Egitto a Potifar, consigliere del faraone e comandante delle guardie. 45, [2] Ma diede in un grido di pianto e tutti gli Egiziani lo sentirono e la cosa fu risaputa nella casa del faraone. [3] Giuseppe disse ai fratelli: "Io sono Giuseppe! Vive ancora mio padre?". Ma i suoi fratelli non potevano rispondergli, perché atterriti dalla sua presenza. [4] Allora Giuseppe disse ai fratelli: "Avvicinatevi a me!". Si avvicinarono e disse loro: "Io sono Giuseppe, il vostro fratello, che voi avete venduto per l'Egitto. [5] Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. [6] Perché già da due anni vi è la carestia nel paese e ancora per cinque anni non vi sarà né aratura né mietitura. [7] Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare in voi la vita di molta gente. [8] Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio ed Egli mi ha stabilito padre per il faraone, signore su tutta la sua casa e governatore di tutto il paese d'Egitto. [9] Affrettatevi a salire da mio padre e ditegli: Dice il tuo figlio Giuseppe: Dio mi ha stabilito signore di tutto l'Egitto. Vieni quaggiù presso di me e non tardare. 46, [1] Israele dunque levò le tende con quanto possedeva e arrivò a Bersabea, dove offrì sacrifici al Dio di suo padre Isacco. [2] Dio disse a Israele in una visione notturna: "Giacobbe, Giacobbe!". Rispose: "Eccomi!". [3] Riprese: "Io sono Dio, il Dio di tuo padre. Non temere di scendere in Egitto, perché laggiù io farò di te un grande popolo. [4] Io scenderò con te in Egitto e io certo ti farò tornare. Giuseppe ti chiuderà gli occhi". [5] Giacobbe si alzò da Bersabea e i figli di Israele fecero salire il loro padre Giacobbe, i loro bambini e le loro donne sui carri che il faraone aveva mandati per trasportarlo. [6] Essi presero il loro bestiame e tutti i beni che avevano acquistati nel paese di Canaan e vennero in Egitto; Giacobbe cioè e con lui tutti i suoi discendenti; [7] i suoi figli e i nipoti, le sue figlie e le nipoti, tutti i suoi discendenti egli condusse con sé in Egitto.

La storia di Giuseppe (Gen 37,39-50; Es 1,1-7) è inserita tra quelle storie esemplari di esperienza di Dio di coloro che «Erano giusti agli occhi di Dio, osservando in modo irreprensibile tutti i comandamenti e i precetti del Signore» (Lc 1,6). Ma la storia di Giuseppe ha in sé un significato più profondo. Si presenta come una storia completa, a differenza degli altri racconti che la precedono.
In questa storia ognuno può leggere la propria storia, perché la persona di Giuseppe con le sue vicende è molto simbolica, specialmente con fatti riguardanti la passione di Cristo Gesù.
Il testo inizia col dire: «Israele amava …» (37,3), sono parole piene di tutto l’amore di un padre verso il proprio figlio, come se fosse l’unigenito. Giuseppe era il figlio della vecchiaia, il suo bastone. In lui Giacobbe aveva riposto, forse, le sue speranze tanto da fargli una tunica dalle lunghe maniche, cioé rivestirlo delle cose più belle.
Ma in questa storia vi è anche l’idea della preferenza di Dio per il minore (cfr. Abele su Caino; Giacobbe su Esaù).
Quest’atteggiamento di Giacobbe nei riguardi di Giuseppe ha portato odio nei suoi confronti e in particolare per i sogni strani che Giuseppe andava raccontando.
Quante volte nelle scene di vita familiare, ancora oggi, troviamo questi dissensi, nei figli, tra fratelli… ma forse anche attraverso questo vi è un disegno di Dio? Nello sfondo di questa scena biblica vi è una carezza-dono di Dio che non riusciamo a percepire, perché ci troviamo in uno scenario fatto di odio e sogni, cioé in una scena buia.
Forse la Parola non ci dice nulla, però qualcosa sta per nascere nel cuore di ciascuno, ma è notte è non riusciamo a vedere e a leggere i segni: i nostri occhi e il nostro cuore non hanno quella capacità di andare verso la luce verso la vita, come i fratelli di Giuseppe che coltivavano su di lui minacce di morte e nient’altro.
In questo brano anche la persona di Giacobbe è significativa, egli da una parte rimprovera Giuseppe, forse con dolcezza, dall’altra invece cerca di comprendere (v. 8) con quella acutezza che il Signore gli aveva dato.
Anche Maria, la madre di Gesù, cercava di capire nel suo cuore i fatti a cui ogni giorno andava incontro (Cfr. Lc 2,51), ricordando quella carezza-dono di Dio nella sua stessa vita.
Proviamo allora anche noi di fermarci per comprendere il testo con quella acutezza spirituale che via via si va affinando, sì che ora in ogni parola, riga, frase, fatto, personaggio del testo, siamo capaci di scorgere Cristo Gesù, spaccando il guscio della noce per mangiarne il contenuto (Cfr. S. Girolamo, Lettera 58,9).
Anche qui abbiamo una storia di odio e di violenza, dove dietro le parole ognuno legge sua storia, legge i fatti di ogni giorno che in qualche modo lo conducono alla vita, lo conducono all’incontro con il Signore della storia e della vita.
Giuseppe e minacciato di morte come Gesù. Giuseppe è minacciato di morte come Don Giuseppe Diana († 19-03-1994), Don Pino Puglisi († 15-09-1993. E' in corso il suo processo di beatificazione come martire: già conclusa la fase diocesana, la documentazione è ora all'esame della Congregazione per le cause dei Santi in Vaticano) e tanti altri come loro, per la scelta di vita che hanno fatto. Ma il loro sangue ha portato altri germogli di speranza nel cuore e nella vita di tanta gente, proprio come dice la famosa frase di Tertulliano «Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani».
Il cammino della vita procede, ma ogni tanto bisogna fermarsi per capire questa frase del salmista: «La pietra che i costruttori hanno scartata, è diventata pietra angolare, è questa è l’opera meravigliosa del Signore» (Sal 118,22-23).
Giacobbe, vecchio, in questa vicenda si ferma e ripercorre la sua storia. Nel ricordo di aver ingannato suo fratello, ora i suoi figli rifanno la stessa storia ingannando lui, facendo credere che il figlio della sposa prediletta, è morto sbranato da un animale feroce.
Quante volte ci nascondiamo dietro una bestia feroce, per non dire la verità, per non fare la Verità! Anche qui possiamo leggere la storia di Dio che cammina con noi, che ci chiama a servirlo, anche in modo strano perché il suo amore è grande e senza confini. Infatti, l’Autore sacro fa notare in maniera discreta che dovunque Giuseppe si trova Dio è con lui, che dal cuore del perdono continua a chiamare molti a seguirlo.
Infatti, in questa esperienza da cui viene ispirata tutta la vicenda, quello a cui si ispira Giuseppe verso i suoi fratelli è la legge del perdono, cuore di ogni storia.
Questa storia è la storia di Gesù, è il prolungamento di quella di Giuseppe: è il figlio rifiutato, crocifisso, che diventa «Il primogenito tra i morti» (Ap 1,5).
In questa vicenda Dio, come a Giacobbe, ci spinge a metterci in viaggio (Gen 46,1-7) su strade sconosciute, straniere, nuove.
Nella vita di ogni giorno anche noi abbiamo un sì da dire a Dio, bisogna partire e ricominciare. La vicenda della sequela non pone età, anzi sembra di sfuggita di ripercorre con Gen 46,4 un episodio dell’Apostolo Pietro: «In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi". Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: "Seguimi"»
Quando eravamo bambini, alle domande che facevamo alle persone adulte si otteneva questa risposta: “quando sarai grande capirai!”.
Giuseppe anche lui, nonostante scelto da Dio ha atteso attraverso tribolazioni per capire che dietro i suoi sogni, dietro a quanto i suoi occhi vedevano, vi era l’operato di Dio e quindi poteva affermare: «Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio» (45,8).
Forse, anche noi come Giuseppe, in questo momento non riusciamo a capire il pensiero di Dio, non riusciamo a vedere i suoi disegni su di noi, ma «Nella Bibbia, come nella vita - scrive Kierkegaard - si cammina in avanti e si comprende all’indietro».
In questa lunga vicenda di Giuseppe, possiamo vedere la trasformazione che Dio opera in noi, quando camminiamo insieme a Lui.
Dio capovolge qualsiasi storia perché vive dietro e dentro la nostra storia per ridarci vita, infatti il Signore non gode della nostra morte, ma della vita (cfr. Ez 18,32).
In questo cammino insieme al Signore si rinasce a vita, siamo gli uomini nuovi, che piano piano apprenderemo di essere “gli eletti”, chiamati a lottare contro ogni tipo di carestia, per andare incontro alla vita vera.
La vita di Giuseppe che esce da una situazione buia (la cisterna) è simbolo di luce e salvezza per tutti, perché è l’uomo nuovo che risponde affermativamente alla chiamata, perché raduna, raccoglie spinto dall’amore, sotto un’unica tenda: «Abiterai nella terra di Gosen…» (Gen 45,10), cioé “la parte migliore del paese”.
Giuseppe è l’uomo che da rifiutato viene salvato e da salvato diviene il salvatore: è colui che comincia a dare speranza, vita a un popolo.
E tu…?

interrogarsi
1. Hai mai riflettuto sul potere distruttivo dell’odio e della gelosia, sentimenti che crescono sopratutto nell’ambito delle relazioni parentali?
2. Hai mai cercato di capire chi è Dio nella tua vita?
3. Ti lasci trasformare dall’amore di Dio per essere suo strumento, oppure continui a soccombere al male?
4. Ti senti più salvato o salvatore? perché?

preghiera
Il forte che schiaccia il debole, il furbo che inganna il semplice, il ricco che affama il povero, l’uomo che domina l’uomo: è questa Signore la storia. Ma tu, Signore, sei dentro la storia e ogni giorno, dal di dentro, capovolgi la mia storia, la trasformi e la rinnovi con la potenza del tuo Amore che continuamente mi chiama ad amare.

actio
Prova a riflettere dentro la tua vita con le parole di un saggio: «I miei occhi hanno visto la salvezza preparata da Te»
(Gv 21,18-19).