giovedì 31 dicembre 2009

GIACOBBE


lectio
Dal Libro della Genesi (32,23-32)
32, [23] Durante quella notte egli (Giacobbe) si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici figli e passò il guado dello Iabbok. [24] Li prese, fece loro passare il torrente e fece passare anche tutti i suoi averi. [25] Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell'aurora. [26] Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all'articolazione del femore e l'articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. [27] Quegli disse: "Lasciami andare, perché è spuntata l'aurora". Giacobbe rispose: "Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!". [28] Gli domandò: "Come ti chiami?". Rispose: "Giacobbe". [29] Riprese: "Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!". [30] Giacobbe allora gli chiese: "Dimmi il tuo nome". Gli rispose: "Perché mi chiedi il nome?". E qui lo benedisse. [31] Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuel "Perché - disse - ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva". [32] Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuel e zoppicava all'anca.

Come per Giacobbe, anche nella vita personale di ciascuno di noi accadono cose strane. Il brano che, in questo mese, l’Autore sacro ci mette davanti è molto difficile per il suo genere letterario.
In questo capitolo della Genesi si narra dell’incontro di Giacobbe con un personaggio, non definito bene, in una notte sul torrente Jabbok.
Notiamo nel brano il contesto della notte e della solitudine in cui avviene l’incontro. «Giacobbe rimase solo» (v. 25).
Il “restare solo”, nella notte, può portare paura, ma favorisce l’incontro con Dio; perché cessa la chiacchiera del giorno e si rimane nella solitudine e in ascolto.
La “chiacchiera” è il vani-loquio, metafora dell’inautenticità dell’esistenza umana che si perde nell’anonimato del “si dice” impersonale.
Un’esperienza simile l’abbiamo con un personaggio autorevole del Sinedrio: Nicodemo: quest’uomo si incontra con Gesù di notte (cfr Gv 3,1-21).
La notte, luogo del silenzio, sottrae l’uomo alla chiacchiera del parlare vano, ed è per la Bibbia, la condizione dell’esistenza autentica come esistenza di fronte a Dio.
Nell’esperienza di Giacobbe, Dio si presenta con l’ambiguità del prossimo, provocante ed inquietante: «E un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora» (v.25). È l’anonimato di Dio che viene incontro a ciascuno di noi, attraverso la voce di un maestro, di un saggio, di un amico o di un estraneo; riconoscerlo e consegnarsi non è rinuncia a quanto è stato fino a quel momento, ma passione e confronto che esigono impegno e lotta.
La lotta per Giacobbe diventa il suo Getsemani (probabile aramaico gat semanê = "frantoio"), in altre parole il suo frantoio luogo in cui dovrà essere rotto, spezzato, macinato; vivere un’agonia, un combattimento, un'esperienza di morte.
Per Giacobbe credere è lottare, dove le ragioni per il sì o per il no si scontrano e dove, all’improvviso, il sì s'impone sul no, per forza interna: «Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all'articolazione del femore e l'articolazione del femore … Giacobbe rispose: "Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!". … Riprese: "Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!". Giacobbe allora gli chiese: "Dimmi il tuo nome". Gli rispose: "Perché mi chiedi il nome?". E qui lo benedisse» (vv. 26-30).
Osea, scriverà così su quest'episodio: «Da adulto (Giacobbe) lottò con Dio, lottò con l'angelo e vinse, pianse e domandò grazia» (Os 12,4-5).
Abbiamo qui un evento che appare come “un domandare grazia”, che nel libro della Sapienza è tradotto con la pietà, la preghiera: «Gli assegnò la vittoria in una lotta dura, perché sapesse che la pietà è più potente di tutto» (Sap 10,12).
Bisogna essere adulti, crescere e rafforzarsi sempre per lottare nella fede, anche se nella lotta della fede, Dio è più forte di ogni resistenza e prima o poi Lui entra nella nostra vita con una mossa impensabile e imprevista.
Il profeta Geremia sperimenta quest’azione irruenta di Dio nella sua vita come lo stesso sgambetto con il quale Giacobbe viene vinto, come un frantoio che frantuma le pietre: «Signore, tu mi hai sedotto e io non ho saputo resisterti. Hai ricorso alla forza e hai ottenuto quello che volevi» (Ger 20,7).
È l’enigma di Dio che affascina e sfugge alla presa umana. Non possiamo appropriarcene: «Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora» (v. 27). Gesù dirà a Giovanni Battista all'inizio della proclamazione del Regno: «Lascia fare per adesso, perché ci conviene adempiere così ogni giustizia. Allora lo lascia fare» (Mt 3,15), e quando tutto sta per compiersi dirà ai suoi discepoli: «Lasciate. Fino a questo punto!» (Lc 22,51).
Ritornando al nostro brano, sembra a prima vista che è l’uomo a vincere, ma c’è qualcosa di più in quella lotta orante: Giacobbe è costretto a rivelare il suo nome: affida nelle mani del misterioso personaggio (di Dio), l’intera sua personalità.
Anche in Giacobbe abbiamo il cambiamento del nome. Il suo nome Giacobbe che significa “soppiantatore” del fratello Esaù, (vedi Gen 25,25-26) adesso è Israele (yisra'el = "Egli lotta con El"), interpretato liberamente come “contendere con Dio”: «Perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!» (v. 29).
In questa sua lotta, in questa sua insistenza, l’uomo non dispera solamente ma si mette faccia a faccia con Dio, si misura nei suoi disegni, si confronta con le promesse di Dio. E non urlerà più, non piangerà più perché qualcosa di nuovo è nato in lui, qualcosa sta crescendo dentro di lui: è la potenza della Parola efficace che penetra fino alle proprie midolla (Cfr Eb 4,12).
Ma anche se Giacobbe chiede il nome al misterioso personaggio, ancora una volta Dio si mostra imprevisto, rifiutandosi di dire il nome, perché è inaccessibile, segue in un silenzio benedicente, perché nel nome di Dio vi è benedizione: «In ogni luogo dove io vorrò ricordare il mio nome, verrò a te e ti benedirò» (Es 20,24). «La sua benedizione si diffonde come un fiume e irriga come un’inondazione la terra» (Sir 39,32).
È una benedizione che inabita concretamente ogni frammento ed istante dell’esistenza umana, perché nella nostra lotta orante con Dio, ci troviamo con Lui «faccia a faccia» (v. 31), come l’esperienza di Mosè al Sinai, dove Dio iniziò a rivelarsi come l'Essere: «Io sono colui che sono» (Es 3,14).
È un’esperienza diretta, dinamica perché si esce trasformati interiormente e l’esperienza di Giacobbe insegna che questa trasformazione consiste nella sua elevazione a partner di Dio, essere responsabile, senza perdere il sapore (Cfr. Mt 5,13), perché chiamato a dare sapore, non solo alla propria vita, ma anche a quella di quanti incontrerà nel suo cammino. «E chiunque ha lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi a causa del mio nome, riceverà molto di più» (Mt 19,29).

interrogarsi
1. La solitudine ti fa paura oppure è lo spazio dove tacciono le voci della chiacchiera per ascoltare ed incontrare Dio?
2. Quale lotta della fede affronto ogni giorno, per poter vivere una nuova identità del mio Io, di fronte a Dio?
3. Come Giacobbe, sono capace di affidare la mia vita nelle mani di Dio?
4. Sono pronto ad essere partner di Dio, a dare sapore alla mia vita per vivere con responsabilità, dove lui mi chiama a dare sapore?

preghiera
Signore, tu sei presenza discreta e silenziosa che non ti imponi con la forza ma ti nascondi e attendi con pazienza. A volte mi sembri lontano o assente e lotto tra il credere e il non credere. Ma tu Signore, sei più forte delle mie resistenze e trionfi sulla mia incredulità e debolezze. Dona sapore alla mia vita perché io, con responsabilità, possa dare sapore a quanti ogni giorno incontro nella mia vita, non per me, ma per chi ha più di me bisogno di te.

actio
Ripeti spesso e medita questa Parola:
«Guardando a lui sarete raggianti, restando con lui non saranno confusi i vostri volti» (cfr Sal 34,6).

sabato 26 dicembre 2009

SARAH

lectio
Dal Libro della Genesi (16,1-2; 18,1-2.9-15; 21,1-2)
16,[1] Sarai, moglie di Abram, non gli aveva dato figli. Avendo però una schiava egiziana chiamata Agar, [2] Sarai disse ad Abram: "Ecco, il Signore mi ha impedito di aver prole; unisciti alla mia schiava: forse da lei potrò avere figli". 18,[1] Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all'ingresso della tenda nell'ora più calda del giorno. [2] Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall'ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, [9] Poi gli dissero: "Dov'è Sara, tua moglie?". Rispose: "E' là nella tenda". [10] Il Signore riprese: "Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio". Intanto Sara stava ad ascoltare all'ingresso della tenda ed era dietro di lui. [11] Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni; era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne. [12] Allora Sara rise dentro di sé e disse: "Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!". [13] Ma il Signore disse ad Abramo: "Perché Sara ha riso dicendo: Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia? [14] C'è forse qualche cosa impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te alla stessa data e Sara avrà un figlio". [15] Allora Sara negò: "Non ho riso!", perché aveva paura; ma quegli disse: "Sì, hai proprio riso". 21,[1] Il Signore visitò Sara, come aveva detto, e fece a Sara come aveva promesso. [2] Sara concepì e partorì ad Abramo un figlio nella vecchiaia, nel tempo che Dio aveva fissato.

La lettura di queste pagine della Genesi, racchiude le vicende di Sarai moglie di Abramo anche se le pagine citate, riportano le vicende di Agar.
La storia di Sarai si presenta, a ciascuno di noi, con un duplice aspetto: sterilità e gratuità.
La Bibbia non dice tanto sulla sterilità di Sarai, ma in penombra noi possiamo vedere la sua sofferenza e la sofferenza d’ogni sterilità: «Ecco, il Signore mi ha impedito…» (16,2).
Questa donna, sterile, incarna la sofferenza per la maternità mancata, ma al contempo ha dentro di sé una grande forza di volontà a non rassegnarsi e ricorre ai metodi allora consentiti. Sara non è l’unica donna nella Bibbia che si trova impedita, sterile: vedi per esempio Anna moglie di Elkana (Cfr. 1Sam 1,1ss).
Per questa sua grande fortezza gli viene mutato il nome: «Dio disse ancora ad Abramo: non chiamare più tua moglie Sarai; d’ora in poi il suo nome è Sarah. per mezzo di lei ti darò un figlio» (Gen 17,15-16).
Qui abbiamo un gioco di parole che nella lingua ebraica assume vari significati: da Sarai a Sarah. Il nome che termina con la lettera i, come in ebraico terminano certi suffissi di possesso, sembra sottolineare la presunzione di Sarai nel momento in cui decise in cuor suo di dare la sua ancella al marito per aiutarlo a garantire la discendenza, che tanto desidera e che Dio promette. Ma non era quello l’aiuto che Sarai poteva dare a suo marito, ma da una Sarah capace di rinunciare a ogni possessiva presunzione di sé a vantaggio della propria uterina ( il significato della lettera h) natura di donna e di madre responsabile di figli autentici.
Il cambiamento del nome, nella Bibbia indica il progetto di Dio sulla persona, sul popolo; infatti, il nome Sarah significa “Mia principessa”. Sarah, infatti, sarà madre di numerosi re. Questa forza di volontà il Signore la benedice, visita Abramo e fa una promessa inaudita.
L’«Inaudito» si rende presente nella vita di questa coppia, diventa un punto d'incontro perché la sterilità sia feconda, perché Sara dia frutto: generi!
L’annuncio che Dio fa è inaudito perché sfida l’ordine naturale, ma «c’è forse qualcosa impossibile per il Signore?».
Nella Bibbia, queste sono parole che si ripetono quando Dio chiama qualcuno per realizzare il suo disegno d’amore (cfr Lc 1,19-20.37). Queste sono parole che ogni volta si ripetono quando Dio fa visita a ciascuno di noi e trova qualche ostacolo, quando la nostra vita è come un deserto senza vita, infeconda: «come una terra arida senza acqua» (Sal 62,2), come un deserto bruciato, come un vicolo cieco, come un orizzonte chiuso senza speranza, come un vuoto incolmabile senza attesa, come un grembo di donna incapace di generare. Avere sete di Dio è già un dono di Dio. Lasciata a se stessa, la carne non è altro che rifiuto, occhi chiusi, orecchie turate, cuore indurito (Mt 13,10-15).
Spesso, questa è la nostra vita! Non ha senso vivere per vivere; ha senso vivere se si loda Dio: la grazia divina non solo sorpassa infinitamente la vita fisica, ma è quella che le conferisce significato.
È una pagina di fede quella che abbiamo davanti, una fede che diventa rischio. «Si tratta di due orizzonti lontani verso i quali l’uomo si deve incamminare con un lungo e defatigante itinerario che raffigura la dialettica della fede, sempre sospesa ala promessa e al rischio» (G. Ravasi).
Ma proprio perché la fede si trasforma in rischio, la fede di Sarah davanti alle parole dell’Inaudito conosce il dubbio, il sospetto, l’esitazione, la sospensione: «Allora Sarah rise dentro di sé e disse: "Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!"» (18,21).
Vi è un po’ d'ironia nell’atteggiamento di Sarah e una reazione da parte dell’Inaudito, dei Tre personaggi (Dio).
La storia di questa donna insegna che non esiste situazione disperata che Dio non sappia capovolgere: «Tornerò da te alla stessa data e Sarah avrà un figlio» (18,14). Alla reazione di Dio vi è paura e imbarazzo e una certa autodifesa: «"Non ho riso!"» (18,15).
Nella Bibbia il riso ha vari significati, ma nel riso di Sarah e nella sua autodifesa possiamo leggere il nostro riso, le nostre finzioni dinanzi alla Parola di Dio, dinanzi alla sua Parola che continuamente chiama; ma è un riso che Dio sa trasformare in nuova umanità, promessa, certezza, vita, dono per l’altro… perché il Signore «non ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra Devastata, ma tu sarai chiamata Mio compiacimento e la tua terra, Sposata» (Is 62,4); il figlio che nasce prenderà nome Isacco, cioè “JHWH ha riso”.
Sì, Dio ride dinanzi agli ostacoli. Il Suo riso spazza ogni nostra perplessità, paura, ogni male degli uomini: «Colui che è assiso nei cieli se ne ride, il Signore si fa beffe» (Sal 2,4; cfr anche Sal 37,13; 59,9).
«È un riso che disarma nel senso più vero, privando della sua forza l’apparente potente predominio dell’incredulità e dell’arroganza» (Gerhard Ebeling).
«Nel tempo che Dio aveva fissato» (21,2). C’è un tempo che Dio fissa per Sarah, per ciascuno di noi, per farci visita. Nel tempo stabilito, il riso di Dio visita Sarah portando vittoria sulla sua sterilità, portando il dono di generare, il miracolo della nascita, il passaggio dall’essere infecondo ad essere fecondo: la vita; perché essere visitati da Dio è incontrare la vita.
Generare, per la Bibbia, non è l’espressione di una legge naturale ma l’evento dell’amore di Dio personale dove tutto si trasforma in dono.
Nell’incontro con la vita Sarah scopre “un di più” che viene dall’amore personale di Dio dove per Sarah, inizia un nuovo rapporto, un nuovo cammino.
Nell’atteggiamento di Sarah, sembra ricordare le parole di Gesù: «Chi rimane in me, fa molto frutto. Chi non rimane in me viene gettato via» (Gv 15,5-6).
Questo è il dilemma posto da Gesù ai discepoli: accettare di essere innestati in Lui o essere soppressi, perché «senza di me non potete fare nulla» (Gv 15,5).
Chi rimane «in me». Gesù pone l’accento in questo rimanere in Lui perché fonte e mèta della vita personale e comunitaria, è l’unico sentiero di fecondità evangelica e pastorale perché ha in sé la fecondità di Cristo che ha dato se stesso per amore. Il portare frutto dipende dal rapporto personale dei discepoli con Gesù. Diversamente si è sterili, secchi, inutili a se stessi e agli altri.
«Allora sarete miei discepoli» (Gv 15,8). È una conclusione significativa. Si è discepoli solo in conseguenza del rimanere in Cristo ed è da questo rimanere in Lui che scaturisce il dovere della testimonianza.
Anche Sarah, nella sua vita, scoprendo il “di più”, ha dimorato nella Parola dell’Eterno dando senso e valore alla sua stessa vita e a quella degli altri generando a tutti Isacco, il sorriso di Dio, divenendo madre d’Israele.
Questa sua maternità si fa gratuità fino alla morte, fino al raggiungimento della Terra che Dio promise di dare.
Sarah muore a centoventisette anni la sua gratuità fu di esempio per tutti, anche in terra straniera e Abramo acquista nella terra Ittita, da Efron figlio di Zocar, la caverna di Macpela per seppellirvi Sarah (Gen 23).

interrogarsi
1. Quali situazioni di “infecondità” riscontri nella tua vita e nella società in cui vivi?
2. Qual è il senso della visitazione di Dio a Sara… di Dio nella tua vita?
3. Nella tua vita, c’è l’apertura personale verso Dio dove vi incontrate e parlate da amici?
4. Come ti rapporti, nella società in cui vivi, in modo sterile o gratuito?
5. Quale è il tempo che Dio ha fissato per te?

preghiera
Hai un compito, anima mia, un grande compito, se vuoi. Scruta seriamente te stessa, il tuo essere, il tuo destino; donde vieni e dove dovrai posarti; cerca di conoscere se è vita quella che vivi o se c’è qualcosa di più.
Hai un compito, anima mia, purifica, perciò, la tua vita: considera, per favore, Dio e i suoi misteri, indaga cosa c’era prima di questo universo e che cosa esso è per te, da dove è venuto e qual sarà il suo destino.
Ecco il tuo compito, anima mia, purifica, perciò, la tua vita. Accostati al Dio che ti parla nel Figlio suo e saprai la via della gioia. (S. Gregorio di Nazianzo, † 410)

actio
Medita oggi queste parole e portale nella tua vita quotidiana:
«Noi siamo liuti, tu il suonatore. Non sei tu che emetti sospiri attraverso essi? Noi siamo flauti, ma il soffio è tuo, o Signore! Noi siamo dei monti, ma l’eco è tua, o Signore!».

venerdì 25 dicembre 2009

ABRAMO


lectio
Dal Libro della Genesi (12,1-4)
Il Signore disse ad Abram: «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione; Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.

Il brano che racconta la storia di una chiamata seguita da una risposta: la storia della nostra fede, che ha inizio con Abramo padre dei credenti, è racchiuso nella redazione Jahvista e costituisce la preparazione alle gesta di Abramo e di tutti i patriarchi.
Dio si manifesta, dice:
«in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (v. 3c); è un riallacciarsi con la storia delle origini (Gen 2-11), una storia che ha inizio con Adàm (= che viene dal suolo, ebraico Adamah = terra, tradotto in seguito con nome proprio di persona Adamo) e la sua disobbedienza fonte di maledizione (= 5 volte in Gen 3,14.17; 4,11; 5,29; 9,25).
La storia di Abramo si apre con l’obbedienza ricolma di benedizione che nel brano è menzionato per 5 volte.
«Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso…».
Dio parla. Per Abramo è un fatto inaudito perché fino a quel momento era sempre lui a rivolgersi a Dio e non viceversa, ma quello che sconvolge di più Abramo è che Dio questa volta non si presenta come la perfezione, ma come colui che si china sull’uomo, instaurando con lui un rapporto di comunione e di dialogo. In questo rapporto con Dio, Abramo scopre un “di più” e accoglie il Suo invito a partire, a lasciare tutto.
Abramo parte lasciando ciò che sono le origini dell’uomo, rompendo il tronco vitale della sua terra; del suo popolo, del suo clan rinunciando a tutte le sicurezze che vi può trovare e accoglie il “di più” divino che lo ama e lo accompagna in ogni istante.
In questa sua accoglienza, Abramo porge l’orecchio a Dio con fiducia e obbedienza come se stesse ripercorrendo le parole del salmista: «Ascolta, o figlia, guarda e porgi l’orecchio dimentica la tua gente e la casa di tuo padre» (Sal 45,11). Sono parole che il cantore rivolge alla sua fidanzata e che alludono alla vocazione di Abramo che deve andar via dal suo paese, dalla sua gente, dalla sua patria, un destino legato a quello del re e del suo popolo ed è in questo destino che Abramo trova una gran benedizione.
Le parole del salmo:
Ascolta, guarda, porgi l’orecchio, sono per Abramo atteggiamenti fondamentali e che ognuno deve assumere nel rapportarsi con la Parola di Dio.
«Allora Abram partì». Il rapporto con Dio richiede anche una risposta. Abramo rispondendo obbedendo alla Parola di Dio. Obbedire rimanda alla radice latina ob-audire e vuol dire ascolto acconsentito, un ascolto che aderisce con il proprio “sì” a ciò che ascolta.
Abramo, infatti, esce dalla sua terra guidato dalla parola di Dio, che promette di dargli un nome e un grande popolo e questo perché «Il re Messia si è invaghito della tua bellezza» continua il salmista.
Nella chiamata che Dio fa ad Abramo, a ciascuno di noi vi è una bellezza racchiusa nell’obbedienza e nella fiducia, due fini che allargano il nostro orizzonte dove Dio sarà il termine di tutto.
Abramo parte e si orienta verso una grandezza, quella di Dio, non per entrare in un’utopia, ma per entrare nella pienezza del mistero, abbandonando il centro delle sue sicurezze per entrare in quello della grazia.
Ma perché obbedire così immediatamente? Perché non chiedere nulla? Perché non fare domande, esigere spiegazioni? Perché non porre condizioni? “Devo andar via dal mio paese”, per quale motivo? E poi verso dove? “trovarmi in terra sconosciuta «fuori» dalle mie sicurezze, «fuori» dal mio territorio, perché?
Abramo non si pone queste e altre domande, ma semplicemente obbedisce, risponde a Dio con un “sì”, non desidera sapere, perché il suo sapere adesso è nuovo, e questa novità è dischiusa nel Tu di Dio che gli ha parlato e si fida di Lui.
Il partire di Abramo, la fiducia che egli ripone in Dio ha fatto sì che san Paolo lo definisse «il padre di tutti i credenti» (Rm 4,11ss). Per noi è esempio continuo perché c’invita a fidarci della Parola abbandonandosi al suo Tu che non può deludere, fidarsi sempre e in ogni caso.
Ma com’è possibile, ti chiederai, obbedire, fidarsi senza garanzie? Nell’abbandono di Abramo, vi è un umiliarsi, perdersi che lo porta ad innalzarsi e arricchirsi: «Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione». Abramo si scopre ricco di una ricchezza che non consiste nell’avere tesori per sé, ma nell’arricchirsi per l’altro. Infatti, Dio aggiunge: «In te saranno benedette tutte le famiglie della terra». Sembra un percorrere le parole di Gesù quando dice: «Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,19-21).
È una promessa di felicità quanto è racchiuso nella benedizione, una felicità destinata a tutte le famiglie della terra. Non è il denaro il fine della benedizione, della chiamata di Abramo ma la chiamata alla felicità. Tu, io siamo voluti per essere felice. La felicità che insegna Abramo è molto strana, non si raggiunge curandosi del proprio io ma curandosi dell’altro e che la ricchezza non è un riempire il proprio salvadanaio, ma nel svuotarlo, non nel volere le cose per se, ma nel donarle.

interrogarsi
1. Cosa ti colpisce della figura di Abramo, al quale Dio rivolge la parola chiedendogli di lasciare tutto (paese, patria, famiglia) e partire? Cosa vuol dire per te “uscire”, come Abramo?
2. Riesci a sentire il senso di libertà e di felicità per il fatto di trovarti di fronte al Tu di Dio che ti ama?
3. Hai mai pensato al senso dell’obbedienza come fiducia e affidamento a Dio?
4. Hai mai pensato che la tua felicità è essere dono per l’altro?

preghiera
Signore oggi Tu mi rivolgi la parola, chiamandomi per nome e interessandoti alla mia storia.
Come Abramo, mi fido di te e mi abbandono a te perché so che sei l’Amore che non deludi e sconfiggi le tenebre del caos e della morte. Fa della mia vita una benedizione e una ricchezza per quanti incontrerò lungo la strada e al mio fianco. Amen

actio
Ripeti spesso e medita oggi questa parola: «Signore tu mi scruti e mi conosci… In te, mai sarò deluso… Per tutti i giorni della mia vita» (Sal 139,1; 31,2; 23,6).