sabato 21 maggio 2011

LA SPOSA



invocare
O Spirito di Gesù Cristo, prendi quel che è suo e dammelo, affinché diventi mio. Fa’ splendere in me la tua luce affinché riconosca la tua verità. Vincola il mio cuore alla fedeltà del credere affinché non mi allontani da essa. E insegnami ad amare perché, senza amore, la verità è morta. Persuasimi dell’amore di Dio e dammi la forza di riamarlo, affinché io rimanga in Lui ed egli in me. O Santo Spirito, che conduci la creazione nuova in un mondo invecchiato, riempimi della convinzione della tua divina potenza (Romano Guardini).

Leggere (Ct 5,2-8)
5, 2 Io dormo, ma il mio cuore veglia. Un rumore! È il mio diletto che bussa: “Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba, perfetta mia; perché il mio capo è bagnato di rugiada, i miei riccioli di gocce notturne”. 3 “Mi sono tolta la veste; come indossarla ancora? Mi sono lavata i piedi; come ancora sporcarli? ”. 4 Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio e un fremito mi ha sconvolta. 5 Mi sono alzata per aprire al mio diletto e le mie mani stillavano mirra, fluiva mirra dalle mie dita sulla maniglia del chiavistello. 6 Ho aperto allora al mio diletto, ma il mio diletto già se n’era andato, era scomparso. Io venni meno, per la sua scomparsa. L’ho cercato, ma non l’ho trovato, l’ho chiamato, ma non m’ha risposto. 7 Mi han trovata le guardie che perlustrano la città; mi han percosso, mi hanno ferito, mi han tolto il mantello le guardie delle mura. 8 Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, se trovate il mio diletto, che cosa gli racconterete? Che sono malata d’amore!


Introduciamo brevemente questa nostra lectio, con una presentazione del Libro del Cantico dei Cantici. Il titolo del libro è una forma di superlativo ebraico come a dire: il Cantico sublime.
Rabbi 'Akìva affermava: “Il mondo intero non è tanto prezioso quanto il giorno in cui fu dato a Israele il Cantico dei Cantici, perché tutti gli Scritti sono sacri ma il Cantico dei Cantici è il sacro per eccellenza” (Mishnà Yadayìm 3,5).
Si tratta di un testo per più ragioni singolare nella Bibbia. È un poema lirico o forse una raccolta di poemi, che nel suo senso ovvio canta l'amore di due giovani, a volte con un'arditezza di linguaggio che sconcerta chi non conosce i modi di esprimersi degli Orientali.
Il bellissimo poema è attribuito a Salomone (cfr. 1Re 5,12); sebbene ciò non sia del tutto impossibile, si pensa che l'attribuzione sia dovuta ad un artificio letterario e che l'autore sia piuttosto un ignoto poeta che scriveva tra il sec VI e IV a.C., forse utilizzando materiale molto antico che potrebbe risalire ai tempi di Salomone. È un poema tempestato di simboli, percorso dalla gioia dell’amore ove, al centro di tutto, ci sono Lui e Lei, l’uomo e la donna, accompagnati da un Coro.
Questo bellissimo Libro è stato definito dal teologo protestante K. Barth, “La Magna Charta dell’umanità”. È un messaggio a quanti che attraverso l’amore incontrano l’uomo e il Dio dell’amore.
Il Cantico dei Cantici nel corso dei secoli è stato presentato sempre con varie interpretazioni, rabbì Saadia affermava: “Sappi, figlio mio, che troverai grandi differenze nell’interpretazione del Ct”. E Lutero osservava che “Omnis locus Scripturae est infinitae intelligentiae”.
Siccome la Sacra Scrittura, in particolare il Cantico dei Cantici, è come una serratura con molteplici chiavi, in questa lectio mensile, proveremo ad usarne una.
L’amore di cui si parla nel nostro brano e in tutto il poema, è fieramente umano, ma quest’amore ha in sé un seme divino, che è il paradigma per la conoscenza del “Dio che è amore” (1Gv 4,8.16). Per questo nel versetto 2, vi è una vicenda lineare ed aperta: “Io dormiente, ma il mio cuore vegliante”.
È notte e la donna sta dormendo. È la notte che ogni anima attraversa per poi fare l’incontro. Direbbe Giovanni della Croce: “è un influsso di Dio nell’anima che la purifica dalle sue ignoranze e imperfezioni abituali, naturali e spirituali… mediante la quale Dio ammaestra e istruisce l’anima in perfezione di amore” (Notte Oscura, II, 5,1).
La sposa non poteva riposare perché il cuore era inquieto, “Da una parte infatti, come creatura, sperimenta in mille modi i suoi limiti; d'altra parte sente di essere senza confini nelle sue aspirazioni e chiamato ad una vita superiore” (Gaudium et spes, 10): affamato d’amore (cfr. Gv 3,2). Il suo sonno è disturbato dal ritorno di Dio accanto alla sua creatura: “Dio però ritornò sulla terra il giorno in cui fu donato il Cantico dei cantici ad Israele” (Zohar Terumà 143-144a).
In questa inquietudine e desiderio dell’anima, Cristo è presente con la sua acqua viva; Cristo continua a chiamare e far sentire la sua voce piena di promesse e di speranze (Cfr. Gv 4,26): “Aprimi, mia sorella, amata mia, mia colomba perfetta”.
Il versetto 2 rievoca quanto l’apostolo Giovanni scrive: «Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui e cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20).
L’amato che si fa perenne desiderio nella vita di ogni giorno, viene descritto come colui che viene dalla fredda notte orientale ed il suo capo è tutto impregnato di rugiada, come avvenne un giorno al vello di lana che Gedeone mise sull’aia (Cfr. Gdc 6,37-40), perché «Di notte il suo canto è con me» (Sal 42,9).
In realtà in questa inquietudine vi è un segno dell’amore, come l’amore di una sentinella attenta e vigilante ad ogni piccolo segno (Cfr. Ez 3,16).
Essere attenti ad ogni piccolo segno, porta il chiamato (la sposa) a spogliarsi di quanto possiede (v. 3. Cfr. Fil 2,6-7) per vivere dell’unico amore. Questa spogliazione è un rischiare un nuovo esodo della Parola che circoncide il cuore (Cfr. Dt 30,6; Eb 4,13). Tanto è vero che il versetto successivo nella traduzione ebraica è pieno d’amore e di gioia: “Le mie viscere si sono commosse per lui” (vedi la traduzione della “Nuovissima versione”).
Come in ogni pagina biblica, in questo versetto è particolarmente tratteggiata una connotazione femminile: avere viscere materne (in ebraico, “Rahamim”. È un attributo “viscerale” applicato a Dio).
Nella Bibbia le viscere materne sono il segno di un affetto totale, istintivo, illimitato (Ger 4,19; 31,20; Is 16,11; 49,15). Per la Bibbia anche Dio ha viscere materne di bontà e di misericordia.
Nel Vangelo di Giovanni, quando Gesù sta nell'Ultima Cena, (Gv 13,23) vi è scritto: «Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, era seduto a fianco di Gesù». La traduzione letterale dal greco, facendo uso del linguaggio biblico, usa un’immagine dicendo: “Era nell'utero di Gesù”.
Usando queste espressioni, la lingua della Bibbia sente il bisogno di richiamare all'amore che ha una donna, l'amore di una mamma che ti porta nel grembo. Allora, se noi “siamo nel grembo di Gesù”, se noi “siamo nel grembo di Dio” e siamo amati così visceralmente, ci scopriamo non più soli, scopriamo di appartenere al popolo degli amati. Di conseguenza la chiamata si volge ad una continua ricerca disperata di Dio che ci raggiunge, ci conquista e sparisce (v. 6; cfr. Ger 20,7).
Lo stesso Paolo dichiara: «Anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3,12), e ora «sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,38-39). Questo perché ogni innamorato non solo riconosce il profumo del suo partner, ma, appena lo percepisce, si commuove perché è come se avesse davanti a sé il suo amore in persona. Così è per quanti s’innamorano di Cristo Gesù. Ognuno è chiamato a diffondere il profumo della conoscenza di Cristo nel mondo intero (2Cor 2,14).
Questo profumo è analogo al sale e alla luce adoperata da Gesù (Cfr. Mt 5,13-16), anche se di tanto in tanto ci si ritrova con un’amara sorpresa (cfr. v. 6), Dio ci riempie dello spirito di sapienza e d’intelligenza (Cfr. Is 11,2), per eseguire le grandi opere d’arte del profumiere (Cfr. Es 30,23-25; 31,1-11; 37,29).
È la vocazione d’ogni cristiano che si alimenta quando il tutto si fa incontro. Dio continuerà a manifestarsi apparendo e scomparendo, ma per suscitare nella sposa il desiderio di lui e ogni volta che riappare per scomparire, cresce l’amore, la conoscenza, la comunione con Dio, ma anche verso i fratelli e le sorelle. Infatti, “Più l'incontro con Cristo è profondo, chiaro, irrinunciabile, più il cristiano sa vedere i segni della sua attesa nel mondo, le tracce della sua presenza e della sua azione, i punti dell'incontro” (CEI, L’amore di Cristo ci sospinge, 1). L’amore, vissuto nella reciprocità è l’esperienza più bella che ogni uomo e ogni donna possa vivere: “Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi, celeste dote è negli umani”, scriveva Ugo Foscolo.
È davvero grande questo dono: conoscerlo, entrare nel profondo della santità di Dio, che è la vita di Dio, in tutta la sua dimensione. Non solo conoscerlo ma partecipare a ciò che Lui è (Cfr. 1Gv 3,2).
L'evangelista Giovanni quando parla di Gesù, lo definisce PAROLA. Una parola che non può mai essere rumore senza contenuto; o vuoto di verità e d’amore, è sempre amore, verità, conoscenza: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv 1,1-4).
Sull’esempio della sposa, c’è qualcosa che va al di là dell’esteriorità, dal quel rumore ascoltato (v. 2); chi è chiamato a vivere dello Sposo (di Cristo) non può fermarsi all’esteriorità, non può attingere in «Cisterne screpolate che non tengono l’acqua» (Ger 2,13), ma deve andare oltre.
Vi è nel brano un’anagogia della Parola. “In Essa infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28; 1Ts 5,10) “e beato colui nel quale lui è, che per lui vive, che in lui si muove” (San Bernardo).
È il fuoco dell’amore che urge nella sposa, che si è fatto «Sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14). Questo fuoco in ogni vocazione si fa immolazione per il Vangelo (2Tm 2,9: “Ma la parola di Dio non è incatenata”), perché “malata d’amore” (v. 8), come se la sua fosse una testimonianza della sua stessa fragilità, in cui trova la sua forza: «la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,9-10. Cfr. Ct 8,6).
La sposa ammette che è l’amore di Cristo a spingerla (Cfr. 2Cor 5,14) e affermare: «Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo!» (1Cor 9,16).
È un credere all’amore di Dio (Cfr. 1Gv 3,16) “così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (Benedetto XVI).

Interrogarsi
1. Nella continuità dei miei alti e bassi, gioie e dolori, cose capite e non capite, quale dialogo d’amore tra me e Dio?
2. Quale anagogia della Parola nella mia vita? Mi fermo all’esteriorità oppure vado oltre?
3. Mi lascio conquistare da Cristo perché possa a sua volta portare il suo profumo a tutti?

Pregare
Nella “notte” del presente ti attendiamo, Signore. Aiutaci ad essere vigili e pronti. Nell’ora della gioia non dimentichiamo che tu sei il nostro Salvatore. Aiutaci a essere riconoscenti al tuo dono di amore. Nel tempo del dolore non ci allontaniamo da te. Aiutaci a esserti sempre fedeli, impegnati ogni giorno in attesa del tuo ritorno (Madì Drello).

Agire
Anziché chiudere orecchie ed occhi, mettiti ogni giorno in ascolto della Parola di Dio, per esporti al vento scomodante dello Spirito.

Nessun commento:

Posta un commento