sabato 21 maggio 2011

MARIA DI NAZARETH



Invocare
Shaddai, Dio della montagna, che fai della nostra fragile vita la rupe della tua dimora, conduci la nostra mente a percuotere la roccia del deserto, perché scaturisca acqua alla nostra sete. La povertà del nostro sentire ci copra come manto nel buio della notte e apra il cuore ad attendere l’eco del Silenzio finché l’alba, avvolgendoci della luce del nuovo mattino, ci porti, con le ceneri consumate del fuoco dei pastori dell’Assoluto che hanno per noi vegliato accanto al divino Maestro, il sapore della santa memoria.



Leggere (Lc 1,26-38)
1, 26 Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, 27 a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28 Entrando da lei, disse: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”. 29 A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. 30 L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31 Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32 Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33 e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. 34 Allora Maria disse all’angelo: “Come è possibile? Non conosco uomo”. 35 Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. 36 Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: 37 nulla è impossibile a Dio ”. 38 Allora Maria disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. E l’angelo partì da lei.



L’annunzio della nascita di Gesù a Maria di Nazareth, costituisce il centro del Vangelo dell’infanzia secondo la narrazione lucana. Il nome della Vergine Maria, importante per la nostra vita, assume un ruolo misterioso, ma eminente. L’ebraico Mirjam va tradotto con “Illuminatrice del mare” o con “Stella del mare”, traduzione, quest’ultima, preferita da san Bernardo. La prima parola con cui l’autore del Vangelo qualifica Maria è: “Una vergine promessa sposa” (v. 27). Questa descrizione dell’evangelista, come una intuizione, ci trasporta nelle pagine dell’Antico Testamento che aveva visto e desiderato per la donna sterile un destino di grazia: “Beata la sterile non contaminata… avrà il suo frutto alla rassegna delle anime” (Sap 3,13). Maria rappresenta, nella prospettiva del Vangelo, la novità compiuta dalla grazia di Dio.
Ma chi è questo personaggio? È una creatura umana, anzi, l’evangelista Luca ama sottolineare la povertà della sua condizione: è una donna (quindi socialmente debole), è vergine, priva dell’unico valore socialmente riconosciuto alla donna nella società antica: la maternità; vive a Nazareth (oscuro villaggio di una regione religiosamente infida). Ma Dio ama compiere le meraviglie della sua opera proprio nella debolezza della condizione umana; san Paolo ricorda che la potenza di Dio si manifesta nella debolezza (Cfr. 2Cor 12,7-10). Così Maria diventa la “proclamazione della grazia di Dio”; niente in lei è grandezza puramente umana; tutto è opera di Dio nella creatura umana.
Questo brano, contenente il discorso dell’angelo, si apre al v. 28 con un saluto (“Ti saluto”) e un appellativo (“piena di grazia”), seguiti dalla garanzia di protezione divina (“Il Signore è con te”). Nel testo originale greco il saluto “Ti saluto, o piena di grazia” suona così: “Kaire kekaritoméne”; cioè: rallegrati tu che sei stata trasformata (o ricolma) dalla grazia (cfr. Sof 3,14ss.; Zc 2,14). In pratica: rallegrati, Dio ti ha guardato con favore, con benevolenza, ti ha guardato con la ricchezza della sua generosità e ha trasformato la tua vita con il suo dono di grazia; per cui la forma che la tua vita ormai ha assunto è la forma prodotta in te dalla grazia di Dio, dal dono di Dio.
In questo brano, il participio greco usato indica una condizione permanente, quindi sostituisce il nome. Maria è identificata dall’inviato di Dio come colei che è totalmente avvolta da suo amore gratuito e benigno. È il mistero dell’incontro tra l’uomo e Dio che non si può spiegare. Avviene e basta. È un incontro che lascia il segno, e qui sta la grandezza. Questo saluto si conclude con la protezione divina: “Il Signore è con te”. È una espressione familiare che troviamo sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento e ricorda il patto veterotestamentario tra Dio e l’umanità (attesa messianica da parte di Israele) ma da collocare nella novità dell’evento cristiano. La novità è questa: la speranza del popolo trova il suo compimento nella Vergine di Nazareth, Maria, che sta per diventare madre del Figlio dell’Altissimo, del Salvatore del mondo. San Giovanni Crisostomo ci aiuta a capire questa novità con queste parole: “È in te colui che si trova dappertutto; è con te e viene da te, lui che è il Signore in cielo, Altissimo nell’abisso…, Creatore al di sopra dei cherubini…, Figlio in seno al Padre, Unigenito nel tuo ventre, Signore – egli sa come – interamente dappertutto e interamente in te”. Se l’appellativo “riempita di grazia” si riferisce a quello che Dio aveva operato in Maria fin dalla sua esistenza, la formula “Il Signore è con te” è orientata verso il futuro riferendosi alle parole successive dell’angelo (cfr. vv. 35-37), parole che il profeta Isaia aveva annunciato: “Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele” (Is 7,14). Maria è la donna che, nella routine della vita ordinaria, si trova davanti al piano divino (elezione) che Dio intende realizzare per mezzo della sua persona a favore del popolo (vocazione e missione). Davanti a questa cornice, Maria rimane in un soliloquio interiore: “Rimase turbata e si domandava…” (v. 29). Il turbamento che troviamo nella vita di Maria non è un semplice “turbare”, ma un perturbare, sconvolgere profondamente e fa parte del genere letterario delle annunciazioni (cfr. Lc 1,12) corrispondendo alle perplessità che avviene in ciascun chiamato ancora oggi (nella Bibbia possiamo vedere la chiamata di Mosé, Gedeone, Geremia, etc.).
Quante volte capita che davanti alla chiamata di Dio ci si chiede: “perché proprio io?”. Maria in qualche modo si pone la stessa domanda facendo un altro ragionamento dentro di sé, diverso dalle precedenti (o odierne chiamate): cerca di penetrare il senso recondito e la portata di quelle parole che l’evangelista Luca sottolinea in 2, 19.51, quindi cerca di capire ciò che il Signore le sta chiedendo per mezzo del suo messaggero e la missione specifica alla quale l’ha destinata. Il suo turbamento insieme alla sua riflessione interiore, mette in risalto un nuovo aspetto della sua persona: la sua apertura nei confronti della Parola di Dio, il suo lasciarsi interrogare, provocare da ciò che ascolta.
Maria non si accontenta di un monologo, ma grazie alla stessa Parola di Dio che comincia a dare corpo a questa chiamata divina, a capire che “Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fin dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome” (Is 49,1). Grazie anche alla stessa Parola di Dio (per mezzo dell’Angelo) riceve il “non temere” (v. 30), espressione che se ricordiamo anche in altri contesti biblici si riscontra (cfr. Gen 15,1; Is 43,1.5; Gdc 6,23; Ger 1,8; Ez 2,6). Maria diventa per noi colei che non teme, ma gioisce perché Dio ha posato il suo sguardo benevolo su di lei. Ella capisce che la sua vocazione è quella di dare un corpo, una carne, a Dio che viene a “Visitare il suo popolo” (Lc 1,68). Questo fatto però urta in Maria contro una difficoltà reale, che essa presenta serenamente e lealmente: “Come sarà questa cosa, poiché non conosco uomo?” (v. 34). Sono parole che creano un confusione sia per chi si è trovato davanti a una simile proposta e sia per noi che cerchiamo di capire. Nel profondo cuore di Maria, invece, troviamo il grande desiderio di verginità che la porta ad essere Madre. Questa verginità ci conduce a capire che davanti a Dio non esiste una sterilità (cfr. Lc 1,7.18; Gen 16,1-2; 17,17; 18,10-12), perché nulla è impossibile a Lui (v. 37). Essere vergine per Maria è il segno della presenza piena di Dio: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo” (v. 35), e della consacrazione a Lui: : “Avvenga di me quello che hai detto” (v. 38). Il sì di Maria è il primo sì alla consegna che Dio fa di se stesso nelle mani di ogni uomo e di ogni donna. Gesù è il consegnato dal Padre nelle mani dell’altro. E Maria, attraverso il suo sì, permette questo: permette che attraverso di lei abbia inizio la consegna di Gesù. Il sì di Maria, il mio sì, il nostro sì, permette a Dio di continuare a consegnarsi all’umanità. Il nostro sì permette di dare corpo a Dio, di generare Gesù agli altri, nelle vesti di un consegnato. Maria insegna che consegnare a Dio la nostra vita, i nostri affetti, la nostra volontà permette a Dio di consegnarci a sua volta nelle mani degli uomini. Così che anche noi, come Gesù, siamo dei consegnati. Allora non è più solo: “io consegno la mia vita a Dio”, ma il mio sì permette a Dio di consegnare se stesso agli uomini attraverso la mia vita, attraverso la mia persona, è permettere a Dio di fare di me un consegnato e ripetere sempre “Avvenga di me quello che hai detto” (v. 38).
Impariamo, sull’esempio di Maria, ad ascoltare il Signore che ci parla nelle piccole cose di ogni giorno. Ogni giorno fermiamoci a dialogare con il Signore ascoltando la sua Parola, perché possiamo conoscere, accogliere e vivere appieno la chiamata all’amore per l’altro.

Interrogarsi
1. Impariamo, sull’esempio di Maria, ad ascoltare il Signore che ci parla nelle piccole cose di ogni giorno?
2. Sono fedele a me stesso, a Dio che mi ha creato? Senza complessi di grandezza o di inferiorità… come Maria?
3. Come vivo la mia gioia per farne dono all’altro?
4. Come rendo corpo, carne a Dio nella vita di tutti i giorni, per aiutare l’altro a prendere coscienza che anch’essi sono figli di Dio?
5. Sono capace di fare della mia vita un consegnato?

Pregare
O Maria, facci comprendere, desiderare, possedere in tranquillità la purezza dell’anima e del corpo. Insegnaci il raccoglimento, l’interiorità; dacci la disposizione ad ascoltare le buone ispirazioni e la parola di Dio; insegnaci la necessità della meditazione, della vita interiore personale, della preghiera che Dio solo vede nel segreto. Maria, insegna a noi l’amore. L’amore a Cristo, Amore unico, sommo, totale, amore che è sacrificio per i fratelli. Ottieni a noi, Maria, la fede soprannaturale, la fede semplice, piena e forte, la fede sincera, attinta alla sua fonte verace, la Parola di Dio. Tu sei, Maria, immagine e inizio della Chiesa; risplendi ora innanzi al popolo di Dio quale segno di certa speranza e di consolazione (Paolo VI).

Agire
Ogni giorno fermiamoci a dialogare con il Signore ascoltando la sua Parola, perché possiamo conoscere, accogliere e vivere appieno la chiamata all’amore per l’altro.

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